Luca Salsi è il Nabucco: “Seguo le indicazioni di Verdi”

L'INTERVISTA - Il baritono parmense che ha sostituito Mastromarino ha cantato con Riccardo Muti
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Al centro Luca Salsi

 

Venerdì sera Nabucco è tornato allo Sferisterio con il baritono Luca Salsi nei panni del protagonista in sostituzione dell’indisposto Alberto Mastromarino. Una recita salutata da numerosi applausi a scena aperta, al termine dell’aria di Nabucco ma anche per l’aria di Abigaille ”Anch’io dischiuso un giorno” cantata da Virginia Tola e per  Giorgio Giuseppina dopo la preghiera “Tu sul labbro dei veggenti”. Abbiamo incontrato il giovane baritono parmense il giorno dopo la sua “prima” e gli abbiamo chiesto di raccontarci il personaggio di Nabucco in tutta la sua complessità vocale e psicologica.   

Luca Salsi, lei è un cantante giovane, dal notevole volume di voce, che affronta il ruolo di un re guerriero in un teatro all’aperto: eppure la prima cosa che impressiona della sua interpretazione sono i pianissimi e le mezzevoci.  

Io sono per cambiare le tradizioni. È un obiettivo che mi sono proposto da qualche tempo soprattutto nel repertorio verdiano. Questa impostazione non dipende solo dal fatto che sto cantando molto con il Maestro Muti: è qualcosa che che sento profondamente e che voglio portare avanti, non dico come una crociata ma quasi. Nel bicentenario verdiano è doveroso riportare alla luce quello che Verdi voleva: se si apre la partitura di Nabucco e si osservano i segni di espressione, si trova che le  indicazioni di “piano” e “pianissimo” sono molto più numerose dei forti

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Luca Salsi (Nabucco) in una scena con Virginia Tola (Abigaille)

Può farci degli esempi?

 Proprio all’entrata di Nabucco “Di Dio che parli” è forte, ma “Tremin gl’insani” è scritto “sottovoce e cupo”, perché è un a parte, una cosa che dice per se’, per poi esplodere di nuovo in “In mar di sangue” Il duetto è scritto quasi tutto a mezza voce e “Dio di Giuda” è scritto con tre p. Io voglio davvero seguire le indicazioni di Verdi, espresse in tante lettere: Verdi chiede parola scenica scolpita e che non si aggiunga nulla a quello che è scritto, che è già molto difficile da realizzare.

Qual è la psicologia del personaggio che emerge da questo lavoro sulla partitura? 

Vengono fuori le diverse sfaccettature del personaggio: l’unico momento in cui Nabucco è veramente guerriero è il primo atto. Ma il fulmine che lo colpisce causa un autentico sconvolgimento psicologico: qui Nabucco è confuso, sperduto. Un personaggio impaurito non può gridare a piena voce, e tanto meno quando si ravvede. “Dio di Giuda” è una preghiera e va cantata piano: poi c’è la cabaletta in cui si può sparare la voce. Ma anche qui se si vuole fare l’acuto si fa quello che Verdi scrive, un sol appena prima del finale, senza aggiungerne uno posticcio sul finale perché c’è una coerenza drammaturgia da rispettare. L’opera non finisce lì, ma con i pianissimi sulla morte di Abigaille. Cercare questi diversi colori significa creare un personaggio, una drammaturgia già con la voce, prima ancora di salire sul palcoscenico.

 Lei ha debuttato la parte di Nabucco a Ravenna e poi a Roma con Riccardo Muti, con cui aveva già cantato come protagonista dei Foscari. Come è stata l’esperienza con il Maestro nella costruzione di questo nuovo personaggio? 

Il Maestro ha una conoscenza profonda della partitura. Muti va al di là della richiesta della nota precisa, che è fondamentale ma non è quello che gli interessa veramente: vuole invece che si utilizzi la parola scenica in maniera corretta e per questo sottolinea le parole importanti e mette in evidenza le dinamiche. Si tratta di un percorso minuzioso: prima delle prove avevo studiato molto bene la parte di Nabucco ma dopo il primo quarto d’ora al pianoforte con lui ho pensato “non la so”. L’aspetto impressionante è che tutte le sue indicazioni sono scritte in partitura: ma tu non le avevi viste. Così quando arrivi in scena ti senti a tuo agio e ti viene naturalmente da cantare piano: oggi non vorrei più cantare un Nabucco come quelli della tradizione, pieni di fuochi d’artificio per strappare gli applausi, perché sento che non è quello che Verdi voleva.

Lei è stato Germont allo Sferisterio nella Traviata dell’anno scorso, ora torna inserendosi in uno spettacolo già avviato per sostituire un collega. Quali difficoltà ha incontrato? 

È stato facile perché con il Maestro Allemandi ci siamo trovati subito, tra l’altro è un parmigiano di adozione e l’intesa è stata immediata. Inoltre nel ruolo di Abigaille c’è Virginia Tola, la mia compagna anche di vita, con cui l’intesa è forte anche sul piano artistico: basta uno sguardo per intendersi, sia scenicamente che musicalmente. Questo è uno spazio meraviglioso, che amo molto  e in cui mi sento a casa. Devo aggiungere che mi dispiace molto per il malore del collega Alberto Mastromarino, ma sono veramente felice di essere qui.

Un’ultima parola sulla sua carriera, che nell’ultimo anno ha avuto sviluppi importanti: quali saranno i prossimi impegni? 

Le collaborazioni con il Maestro Muti mi hanno portato a moltiplicare gli impegni, soprattutto in campo verdiano. Nei prossimi mesi farò La Forza del Destino a Washington , Macbeth a Chicago con la Chicago Symphony diretta dal Maestro Muti. Inoltre debutto Luisa Miller a Lusanne, e faccio Bohème al Metropolitan. Più avanti c’è un progetto anche al Festival di Salisburgo.

(Intervista realizzata dall’ufficio stampa del Macerata Opera Festival)

 

 



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