“La resa dell’usignolo” e i suoi presagi

Riflessioni sull'ultimo libro di Giancarlo Liuti

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Il professor Francesco Adornato, preside della Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Macerata

Il professor Francesco Adornato, preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Macerata

di Francesco Adornato *

Riprendendo l’atteggiamento di Marina Cveraeva in “alcune lettere di Rainer M. Rilke”, e osando davanti a Dio e agli uomini, non vorrei parlare di Giancarlo Liuti, ma a lui. “Non voglio parlare di lui, per sequestrarlo e così alienarlo, per farne un terzo, una cosa di cui si parli, al di fuori di me”.
Parlare a lui in un luogo di sordi, senza che la voce riesca ad arrivare. Ma, sempre con Cvetaeva, “che mi importa se gli altri non sentono, non a loro io parlo – parlo a lui. Non a loro di lui, a lui rendo lui stesso”.
Cos’è la resa dell’usignolo, se non un inno, un canto. Alla vita, agli orizzonti di inganno che essa ci offre, al passo incerto che ci accompagna. Al dubbio, che Liuti trasforma, stavolta, in alchimia, ma non scompare. Si incunea nella bellezza, che ci incanta, ma ci oltrepassa e sgomenti la inseguiamo. La bellezza, rifugio dagli oltraggi, luce che si oppone alla notte e notte che accoglie i nostri cari, così lontani e così dentro di noi da non perdonarne il distacco. E su di noi vivi continua a pesare la responsabilità della scelta, di una tra le tante facce della verità. Dolorosamente. E senza poter fare un passo indietro. Ti offri, nel tuo romanzo, alchemico e dicotomico per consentire a noi che ci guardiamo nel tuo specchio di sfuggire all’angoscia celata che ci sovrasta. Certezza e dubbio, bene e male, visibile e invisibile, colpa e innocenza, scienza ed empatia, scegliere non allontana la nebbia.
Un prisma esistenziale e autobiografico, un nuovo Simposio, dove, invece di apparire, noi ombre consegniamo a te, alla tua voce, il nostro disorientato sguardo. Il Simposio, luogo di raduno degli aristocratici, non di rado opposto al comune sentire della città. A Civalta, confine ultimo dell’esistenza, città murata nell’impasto di cinismo e indifferenza. Che nel ripetersi quieto e quotidiano del presente prepara la sua fine. Bagliori!, Giancarlo, che vengano bagliori! Affrontando con la gola al vento, come un usignolo, incognite e insidie, che il mondo ancor più oggi propone, “Case, strade, negozi, abiti, rumori, persone, parole”: niente ci appartiene più. E mai più ci apparterrà.
usignoloIl Canto di Dante echeggia ancora per i ciechi e gli immemori: “se tu riguardi Luni e Urbisaglia/come sono ite, e come se ne vanno/di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,/udir come le schiatte si disfanno/non ti parrà nova cosa né forte,/poscia che le cittadi termine hanno”.
Vogliamo ricordare l’invocazione di Mandel’stam? “Aiutami, Signore, a superar questa notte: temo per la Tua schiava, la mia vita . Vivere a Pietroburgo è come sonno in una tomba”. Civalta è il luogo più sicuro dove poggiare la malinconia, reclusi in una fortezza di astorica solidità.
La città non ha visto coloro che l’attraversavano con la valigia né, ripiegata, sarà in grado di riconoscere la sua conclusione. Fortunatamente, la magia della scrittura va oltre la vita e in segreto unisce chi scrive a chi legge: vivremo oltre il tempo, cantando un canto di esilio.
E i versi di Govoni, Sbarbaro, Verlaine, Campana, Cardarelli, Ungaretti, carne viva del tuo narrare, ci riportano alla luce da un inabissato giorno: in un’armonia che non si lascia catturare e non lascia che sgomento.
Quante cose abbiamo visto insieme, i treni, le stazioni! E smarrirsi in quel vociare. E il nome di Lauretta che suona a noi comune: perché mai? Da dove viene questo mistero mai prima avvertito? “Non cesseremo di esplorare/E alla fine dell’esplorazione/saremo al punto di partenza/Sapremo il luogo per la prima volta/Per il cancello ignoto e noto/Quando l’ultima terra sconosciuta è quella del nostro principio”.
Che il canto dell’usignolo sia la voce dell’estrema bellezza e dell’inquietudine, inseparabili e inspiegabili? Da accogliere con l’ascolto, come suggerisce la parabola della tradizione sufi: “circondato dai suoi discepoli, il maestro stava per parlare: tra le fronde dell’albero sotto cui stavano, un usignolo iniziò a gorgheggiare. Quel canto durò e poi cessò. I discepoli si rivolsero allora al maestro che disse: <Il sermone è finito. Andate in pace>”.
La resa dell’usignolo, Giancarlo, è di così terribile e soave potenza che non rimane che silenzio, spazio, stelle. E presagi.
* Prof. Francesco Adornato,

Preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Macerata


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