Rivoluzioni?
Sì, ma silenziose

La mezzadria, le fabbriche, adesso la crisi. Un romanzo di Renato Pasqualetti
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

I marchigiani, e i maceratesi in particolare, non hanno mai fatto la storia, ma hanno saputo piegare alla propria natura la storia fatta dagli altri e ci sono riusciti grazie a quella loro fatalistica disposizione a non ribellarsi al destino senza però rassegnarsi ad esso in modo del tutto passivo ma mitigandone le asprezze e costringendolo a compromessi coi quali proteggere una visione della vita che rifiuta la veemenza dei capovolgimenti radicali. Si pensi alla rivoluzione – silenziosa, priva di clamori e di impeti – che negli anni sessanta e settanta del secolo scorso mutò i rapporti sociali, l’economia e i costumi dell’intera provincia col superamento della mezzadria, lo spopolamento dell’entroterra verso il litorale, il salto dall’agricoltura all’imprenditorialità manifatturiera, la non facile ascesa dei ceti rurali anche a ruoli di classe dirigente nelle città e nei paesi.

Silenziosa, ho detto, ma diffusa, penetrante, capace di trasformare il volto di un territorio che per tanto tempo era stato segnato dal patto quasi segreto fra l’astuzia dei mezzadri, la cui sopravvivenza dipendeva anche da ciò che sottraevano ai proprietari terrieri, e le rendite di questi ultimi, ostinatamente attaccati all’idea che potesse perpetuarsi all’infinito un mondo basato sulla subordinazione proprio antropologica di chi era nato per faticare (“la terra sta bassa”, mormoravano i contadini a significare il perenne piegarsi in due sopra i campi). Vero è che a partire dal dopoguerra il passaggio dall’agricoltura all’industria si verificò in tutta Italia, ma qui avvenne con la peculiarità derivante dalla massiccia presenza della mezzadria, nella quale, a differenza del bracciantato che prevaleva in altre regioni, fermentava da sempre una pur compressa vocazione all’iniziativa individuale, potremmo dire al fare da sé. Ecco allora che dal riscatto sociale dei mezzadri trovò alimento la spinta verso il manifatturiero, ed ecco il fiorire della calzatura, del mobile, dell’abbigliamento. Con lacerazioni, certo, nel tessuto civile e familiare fra vecchi e giovani, genitori e figli, città e campagna. Lacerazioni che in qualche modo si espressero anche in politica – il movimento non solo studentesco del Sessantotto – sotto forma di confronto ideologico tra conservazione e progresso, ma che non esplosero mai in infocati movimenti di massa.

LIBRO-RENATO-INVITOE’ trascorso più di mezzo secolo di relativo e generale benessere, e oggi la crisi economica – soltanto economica? – che attanaglia l’Occidente impone un ulteriore mutamento delle condizioni presenti e delle prospettive future. Siamo pronti ad affrontarlo? Saranno ancora una volta preziose le energie vitali di quei mezzadri divenuti proprietari, di quel popolo un tempo assoggettato ma poi protagonista del proprio destino, di quella gente che dalla tenace manualità del coltivare la terra imparò a governare le macchine, le fabbriche, i modelli, il commercio, il mercato? Riflettere su quei due decenni è importante, perché la memoria di com’eravamo può aiutarci a capire come saremo.

Ora l’animo nostro è rivolto ai gravi disagi della disoccupazione, della delocalizzazione, della soglia di povertà che sale, dello spread, dell’altalena di euro e borsa. Ma l’occasione di pensarci può venire anche dalla lettura di un romanzo che s’intitola “La clessidra del tempo fermo”. Ne è autore Renato Pasqualetti, duecento pagine edite da “Affinità elettive”, un affresco sulla società di quegli anni, sulle speranze che allora la misero in movimento, sulle delusioni che ne seguirono per la vaghezza di certe utopie, sulla necessità, oggi, di rimetterla in modo, la clessidra del tempo, ma, purtroppo, senza avere il conforto di una stella polare – il disorientamento è forte – che indichi la rotta. Un trattato di sociologia? Un diario politico? Assolutamente no. Ripeto: è un romanzo. Anzi, addirittura un giallo. Avvincente, intrigante, misterioso fino alla fine. O, meglio, oltre la fine. C’è un morto ammazzato, ci sono carabinieri e magistrati che indagano, ci sono i sospettati, c’è un avvocato che li difende, ci sono le amicizie morte e gli amori nascenti, c’è Sanginesio, c’è Macerata, c’è il nostro paesaggio, il nostro vino, la nostra cucina. Ci siamo noi, insomma. Noi di quel recente passato, noi di questo confuso presente, noi di fronte a un nebuloso futuro.

L’ucciso è Sesto Bravi, un figlio di contadini che negli anni sessanta decide di riscattarsi organizzando lavoranti a domicilio e infine impiantando una fabbrica di scarpe. Lui mette a frutto la sua forza vitale, la sua voglia di sfida, la sua generosa spavalderia, si arricchisce, si fa l’amante ucraina. L’avvocato è Marco Luciani, figlio ribelle di una famiglia benestante. Sesto e Marco, entrambi di Sanginesio, sono amicissimi fin da piccoli, si vogliono bene come fratelli. Poi Marco si iscrive all’università di Macerata, entra in contatto col movimento studentesco, si batte per idee di sinistra, il rapporto con Sesto, che non fa politica ma la sua scelta di vita è troppo diversa, si spezza di colpo e Marco decide di non rivolgergli più la parola. In un giorno del 2001 Sesto Bravi viene trovato morto. Un colpo di pistola al cuore. L’assassino? Ignoto. Il movente? Ignoto. I sospetti cadono su due ragazzi che per vari motivi hanno avuto dissapori con Bravi. Uno è Andrea, di estrema sinistra. L’altro è Dan Cioran, immigrato dalla Romania. Luciani ne assume la difesa, riesce a dimostrare la loro innocenza e in lui si fa strada la sensazione che al di là del gesto cruento di una singola persona questo delitto trovi la sua ragione in qualcosa di più profondo, qualcosa che non riguarda il denaro, l’odio o la vendetta, qualcosa che sta nelle braci di quella rivoluzione, di quelle lacerazioni, delle amarezze e delle delusioni che ne derivarono. Un giallo, sì. Ma di un’epoca. Assassina, allora. E, oggi, forse destinata a essere uccisa da un’altra rivoluzione. Che da noi sarà, come sempre, silenziosa, ma con le sue vittorie, le sue sconfitte, le sue vittime.



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