Meschini (Idv): “No ai politici di professione”
Da Giuliano Meschini, consigliere comunale dell’Idv Macerata, riceviamo:
L’attuale crisi economico-finanziaria del Paese pone in primo piano l’esigenza di realizzare un profondo cambiamento nelle modalità di gestione dei partiti politici, per favorire il rafforzamento delle regole che renda trasparente l’operato dei pubblici poteri. Ciò comporterebbe l’affermarsi di un’etica pubblica, che i soggetti politici, dovrebbero praticare, a cominciare dai loro organismi interni.
Se la politica e i partiti non rinunciano al condizionamento “mafioso”, non si può creare quel percorso, che un mio caro cantautore Giorgio Gaber chiamava: “la democrazia è partecipazione”. Le mafie di diverse nature possono stare ovunque, nei partiti, nelle lobby, nei circoli privati e associazioni più o meno segrete.
In un passaggio di un articolo De Magistris afferma un concetto importante.
“C’è il primato della legge, della politica, della morale.
Ma c’è un primato superiore: la qualità, del consenso, la formazione del consenso. Lo stesso che la “mafia” controlla. La cattiva raccolta del voto, determina una cattiva democrazia.
Dobbiamo perciò curare la qualità del consenso, ……..”
Come si raccoglie oggi il consenso all’interno dei partiti, per controllarne le strutture?
Come si raccoglie il consenso politico dei partiti nelle elezioni?
Una pratica comune e vecchia come il mondo è la corruzione, attraverso il clientelismo ed i favoritismi nella pratica della gestione pubblica. Se andassimo a vedere nei bilanci delle amministrazioni pubbliche quanto denaro viene erogato strumentalmente ad associazioni di varia natura, dipendenti di amministrazioni pubbliche, senza un criterio di trasparenza, solo nell’ottica di un ritorno elettorale. Quante concessioni a lobby private vengono concesse per accattivarsi il consenso, senza un criterio di concorrenza leale.
A questo, alcune volte, si aggiunge profitti personali di amministratori pubblici e faccendieri, tramite mazzette e tangenti in aperta violazione della legge.
Qualcuno ipotizzava che i partiti dovrebbero essere associazioni di diritto pubblico con bilanci trasparenti e certificati. Già questo sarebbe un passo in avanti per un controllo amministrativo dei partiti.
Ma penso che anche gli amministratori pubblici dovrebbero avere denunce dei redditi trasparenti e certificate.
De Magistris concludeva così.
“Se la politica rinuncia al condizionamento mafioso, garantendo soprattutto l’imprenditoria sana e il diritto al lavoro, le mafie perderebbero il potere di ricatto sul paese e la democrazia ritornerà ad essere il perseguimento del bene pubblico in una condizione di uguaglianza di tutti”.
Un altro fenomeno deleterio è il politico di professione. La necessità di far politica per vivere, oggi è diventata una pratica diffusa. Ma se la politica non è più un servizio dato per un tempo determinato per poi tornare al proprio lavoro o professione, anche questo diventa un interesse personale che inquina la qualità della politica.
Il ricambio nel servizio della politica è un aspetto qualificante per dare, nel ritorno nella società civile, una ricchezza della propria esperienza quale contributo qualificato nella società. Per cui aver servito per due mandati elettivi, in un incarico politico pubblico, potrebbe essere una limitazione per una maggior partecipazione democratica di tutti i cittadini, nell’amministrazione della cosa pubblica.
Per ora mi fermerei qui, c’è già tanto da riflettere, per la fase politica sia locale che nazionale che stiamo vivendo. Magari mi ripropongo in futuro di ritornare sull’argomento.

Ma è un intervento di Meschini o di De Magistris?
2. Il passaggio riportato del neosindaco di Napoli che recita
“Se andassimo a vedere nei bilanci delle amministrazioni pubbliche quanto denaro viene erogato strumentalmente ad associazioni di varia natura, dipendenti di amministrazioni pubbliche, senza un criterio di trasparenza, solo nell’ottica di un ritorno elettorale. Quante concessioni a lobby private vengono concesse per accattivarsi il consenso, senza un criterio di concorrenza leale. A questo, alcune volte, si aggiunge profitti personali di amministratori pubblici e faccendieri, tramite mazzette e tangenti in aperta violazione della legge.”,
Meschini lo cita in riferimento all’amministrazione di cui fa parte?
Infatti caro Davoli, questo critica e cita De Magistris e non guarda i suoi “amici” soprattutto in provincia… 😛
Egr. Consigliere Meschini,
avrebbe la cortesia di dare a noi poveri lettori un ” suo” “illuminato” parere sull’altro esponente del suo partito che, tra le altre cose, ora fa anche l’assessore provinciale.
Grazie anticipatamente.
Mah. Vorrei sapere in quale mitica età dell’oro, da un paio di migliaia di anni a questa parte, si è visto qualcuno fare politica per un po’ e poi, novello Cincinnato, tornarsene ad arare il suo campicello. De Gasperi, Pertini, Berlinguer, Malagodi, erano politici di professione. Questa polemica mi ricorda l’altra, altrettanto demagogica, di Renzi, il sindaco di Firenze, e delle sue rottamazioni. Il politico (come l’amministratore, il professore, il medico) va giudicato sulla base delle sue capacità, della sua onestà e dei risultati del suo lavoro; tutto il resto è vuota retorica, se non pessima demagogia.
La corruzione e il clientelismo non dipendono dal fatto che il politico sia tale pro tempore o ad libitum. Ritengo anzi che chi volesse fare politica per approfittarne e basta, e si sapesse limitato nel tempo nella possibilità di farlo, ci darebbe dentro alla grande, fin che può, per arraffare tutto l’arraffabile: non voglio fare il pedante, ma qualcuno si ricorda delle Verrine di Cicerone? Qualcuno si ricorda della furia con la quale i governatori romani depredavano le province, punto d’arrivo della loro carriera, per rifarsi delle spese pregresse?
Inoltre, anche a fare i politici si impara: Berlusconi s’illudeva (ed ha illuso molti) che essere – o ritendersi – un grande imprenditore basti e avanzi per essere anche un grande politico. Ma non è vero: c’è un apprendistato da fare, ci sono regole e norme da apprendere, finezze da acquisire. Dunque, quanto deve durare l’esperienza di un politico? Chi decide quando deve ritirarsi? Magari deve farlo proprio quando si è impadronito delle regole del gioco, e può esprimere il meglio di sé?
Il vero nocciolo della questione sta nella formazione dei cittadini, fin dagli inizi. Nella creazione di un senso civico, di uno spirito di servizio. Finché nelle scuole non si tornerà ad insegnare Educazione Civica, e magari elementi di Diritto Costituzionale, e e nelle famiglie a proporre modelli culturali e di vita utili ad essere buoni cittadini, non non orientati esclusivamente all’arricchimento personale, qualunque formuletta magica resterà quello che è: retorica e demagogia.