L’Infinito non ha limiti:
Leopardi diventa bergamasco

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di Giancarlo Liuti

“Sènsa fi’ / sta colina solinga la m’è cara, / come sta sèsa, che la me scond vià / ona gran part de l’oltem orisònt”. Ecco l’inizio dell’Infinito di Leopardi in dialetto bergamasco che l’altro giorno ha messo in onda Telepadania, la tv della Lega Nord. Per noi leopardiani la trovata non manca di una funzione istruttiva, perché finalmente veniamo a sapere che a Bergamo la “siepe” si chiama “sèsa” e che per dire “nasconde” si dice “scond vià”. Una lacuna di meno. Ma, a ben riflettere, lo scopo di tale iniziativa non è soltanto di valorizzare, con un innocente gioco linguistico, la parlata di quelle amene vette e vallate. Sotto sotto c’è la volontà, stavolta non dichiarata ma evidente in tante altre manifestazioni e in tanti altri proclami, d’irrobustire, ora anche nell’alta cultura, l’identità della cosiddetta Padania. Pur avendo dato i natali a personaggi del calibro di Donizetti e Lorenzo Lotto, la terra di Bergamo è povera di poeti, e l’idea di un Leopardi bergamasco – di un Leopardi che invece di scrivere “sempre caro mi fu quest’ermo colle” scrive “sènsa fi’ sta colina solinga la m’è cara” – può giovare alla causa federalsecessionista. Vero è che, così facendo, la grande poesia diventa piccola e praticamente scompare. Ma che importa? Anche l’Italia unita scompare, anche il Risorgimento, anche la bandiera tricolore, anche Garibaldi. E i ministri della Lega hanno disertato la cerimonia nazionale del 2 giugno. Nell’oltem orisònt dei leghisti, insomma, c’è ben altro, e dovremmo sorprenderci per un Leopardi che lascia il paterno ostello di Recanati ed emigra in quel di Bergamo? Speriamo tuttavia che non sia in regola col permesso di soggiorno. Con l’aria che tira da quelle parti, infatti, sarebbe immediatamente arrestato, respinto e rimpatriato. E tornerebbe fra noi. E dolce gli sarebbe il “naufragar” – chissà come si dice in bergamasco –  in questo mare.



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