Nel cratere il “tavolino” alla Corleonese,
l’assurda norma del “Sal 0”.
C’è il rischio sia un’altra Banca Marche

INCHIESTA DDA, IL COMMENTO di Giuseppe Bommarito - Da anni la criminalità organizzata si è infiltrata nelle Marche, la ricostruzione un affare per 'Ndrangheta e Casalesi. Qualcuno avrebbe dovuto accorgersi che la Rest Edile con circa 220 dipendenti, non poteva gestire più di 400 cantieri. Nessuno ha verificato i dati sui 14mila lavoratori utilizzati nei lavori di ricostruzione: più della metà sono operai comuni o manovali. Serve una sezione autonoma della Direzione Investigativa Antimafia

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Un cantiere finito nel mirino della Finanza

di Giuseppe Bommarito*

Dunque la malavita organizzata esiste ed è ben radicata nelle Marche e nella provincia di Macerata, non si tratta di mere infiltrazioni o addirittura di improbabili fantasie di qualche predicatore nel deserto come il sottoscritto attraverso gli articoli su Cronache Maceratesi.

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L’avvocato Giuseppe Bommarito

Esiste, in particolare la ‘Ndrangheta, non solo sulla costa, dove è stata agevolata dalle istituzioni e da norme di legge e interpretazioni assurde come il piano casa che hanno consentito di riciclare, tramite prestanome e colletti bianchi, somme enormi nell’edilizia guadagnandoci pure sopra.

Esiste ed è ben radicata anche nell’interno, nella zona del cratere, dove clan di ‘Ndrangheta e i camorristi Casalesi hanno agito di conserva, da colleghi che non fanno i dispetti, sfruttando i provvedimenti e i finanziamenti destinati alla ricostruzione, raggirando con impressionante facilità le norme di sbarramento e sfruttando la complicità di uomini delle istituzioni e imprenditori, come ha ampiamente dimostrato l’inchiesta della Dda di Ancona denominata “Ricostruzione”.

Qui, nelle Marche del sisma, nel cantiere più grande d’Europa, lorsignori avevano infatti ricostruito il sistema del “tavolino” di stampo corleonese, l’ormai celebre sistema di spartizione e di alterazione illecita degli appalti pubblici e privati ideato negli anni Ottanta da Totò Riina e da altri esponenti della cupola di Cosa Nostra. Un’espressione metaforica e giornalistica che rappresentava il tavolo di concertazione che operava nella Sicilia di quegli anni, dove senza il minimo pudore sedevano uomini delle istituzioni imprenditori anche di livello nazionale e mafiosi, e d’intesa governavano sistematicamente affari illeciti, appalti pilotati, finanziamenti pubblici e gestione del territorio.

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È questo il quadro che, al di là dei necessari riscontri e delle future sentenze sulle responsabilità individuali, emerge già ora con inquietante nettezza dall’inchiesta del Nucleo di polizia economica e finanziaria della Guardia di finanza regionale (che si conferma ancora una volta reparto investigativo di eccellenza) e dalla recente e clamorosa ordinanza di applicazione di misure cautelari che ha colpito personaggi molto noti all’opinione pubblica.

Un sistema corruttivo ampio e articolato su più livelli e su diversi filoni criminali che ha fatto in un solo colpo esplodere la bella favoletta della ricostruzione delle zone del cratere che procedeva, dopo i primi anni di sostanziale immobilismo, lesta e senza intoppi, solo con imprese iscritte negli elenchi delle white list e quindi automaticamente al riparo da infiltrazioni o, peggio, da vere e proprie penetrazioni mafiose.

Un sistema che – sia detto per inciso – ripropone con urgenza l’esigenza di fare pressioni a livello centrale affinchè nelle Marche, infestate da decenni dalla malavita organizzata, venga finalmente istituita una sezione autonoma della Dia (Direzione Investigativa Antimafia), come propone una mozione giacente da mesi in Regione a firma del consigliere Fabrizio Cesetti.

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Appare chiaro che l’imprenditore più coinvolto nell’inchiesta, Enrico Crucianelli, fino a ieri amministratore unico (si è dimesso) della Rest Edile, quello che ha assunto una posizione monopolistica nella ricostruzione post sisma, definito dalla Dda nell’ordinanza uomo cerniera con la malavita (per Crucianelli l’aggravante dell’agevolazione mafiosa è stata esclusa dal Gip ma viene contestata dalla Dda che avrebbe fatto ricorso), abbia iniziato a sporcarsi le mani utilizzando il giochetto delle aperture di cantiere e del conseguente anticipo a Sal 0 (Stato Avanzamento Lavori pari a zero) per uscire da una situazione di difficoltà della propria impresa. E’ noto infatti che una norma assurda consente all’impresa esecutrice dei lavori di ripristino, di miglioramento o ricostruzione di ottenere un anticipo che può arrivare sino al 30 per cento sul totale dei lavori ammessi a contributo. Condizioni per l’anticipo sono una polizza fidejussoria e l’inizio dei lavori entro tre mesi dalla concessione del contributo (inizio effettivo che quasi mai viene verificato).

Enrico Crucianelli

Enrico Crucianelli, ben 90 cantieri aperti a Tolentino sono quelli della sua azienda

Questa necessità di iniziare i lavori, ampliando nel frattempo il numero dei cantieri aperti per ottenere più anticipi, ha messo Enrico Crucianelli nella necessità di avvalersi sistematicamente del subappalto, rivolgendosi a destra e a sinistra nella ricerca di imprese disponibili, sino ad incappare inevitabilmente in aziende legate a gruppi camorristici e ‘ndranghetisti, presenti in zona da decenni (molte insediatesi nel camerte, nel matelicese e nel fabrianese addirittura dopo il precedente sisma del 1997). A questo punto questi gruppi, titolari anche di imprese fittiziamente messe in piedi per potersi iscrivere nell’Anagrafe Antimafia degli Esecutori e quindi non incappare nella rete della black list, poi sono ovviamente arrivati in breve tempo a prendere in mano il pallino del gioco, sino ad accaparrarsi di fatto una parte consistente dell’intera ricostruzione e a stritolare Crucianelli, come sempre avviene quando si stringono rapporti con la malavita organizzata, spingendolo (si parla anche di intimidazioni e minacce) ad aprire sempre nuovi cantieri, arrivando infine a superare le 400 unità, sia per spartirsi i consistenti anticipi a Sal 0 sia per far partire il gioco dei subappalti a cascata (vietati solo nel settembre 2024) con altre imprese, reali o esistenti solo sulla carta, utili anche per le truffe delle fatture inesistenti, praticate, secondo l’inchiesta della Dda marchigiana, per la gigantesca cifra di decine di milioni di euro.

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Ovviamente qualcuno avrebbe dovuto accorgersi che, sebbene non esista nella normativa un limite massimo di lavori cantierabili da parte di una singola impresa (a differenza dei professionisti tecnici, per i quali è invece previsto un tetto), la Rest Edile, con circa 220 dipendenti, non poteva gestire più di 400 cantieri (non avrebbe potuto garantire nemmeno un operaio per ogni cantiere), che si trattava di una concentrazione assolutamente anomala e che nel migliore dei casi ciò avrebbe portato ad un rallentamento della ricostruzione.

Qualcuno avrebbe dovuto verificare l’effettività delle aperture di così tanti cantieri, la serie dei subappalti, dei subappalti dei subappalti, dei distacchi di lavoratori presso altre imprese che spesso avvenivano il giorno stesso dell’assunzione, dei consorzi, dei contratti di rete (aggregazioni di imprese che rendono particolarmente agevole spostare il personale da un’impresa all’altra). E intervenire tempestivamente per evitare quello che è successo e quello che comincerà a vedersi tra qualche anno in relazione alla qualità dei lavori e ai futuri prevedibili contenziosi.

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Eppure c’erano molti indicatori che potevano e dovevano far scattare un qualche sistema di allerta e di intervento da parte delle istituzioni e sollevare quanto meno il sospetto di penetrazioni criminali a vasto raggio. Molto utili in tutti i sensi sarebbero stati i dati ricavabili dalla Cassa Edile di Macerata, aggiornati al settembre 2025, gli ultimi disponibili: in quel momento le aziende provenienti da fuori regione erano ben il 62 per cento (quasi tutte con consulenti campani e calabresi), su un un totale di 1740 imprese (triplicate rispetto all’epoca del sisma, quando erano solo 606). Alla stessa data i lavoratori iscritti alla Cassa Edile erano circa 14mila, di cui i non marchigiani erano il 70 per cento. Tra questi oltre la metà erano immigrati extracomunitari, soprattutto egiziani (quelli delle gru), molti provenienti da Milano e da Reggio Emilia, a dimostrazione di un’unica regia sottostante per la gestione complessiva del personale. Ma la cosa più preoccupante per la qualità dei lavori eseguiti è che più della metà dei 14.000 lavoratori operanti nel cratere risultano essere operai comuni o manovali, solitamente utilizzati per mansioni di scavo o di manovalanza; solo 3mila erano operai qualificati di secondo livello e il resto in terzo (gli specializzati) e quarto livello.

Ciò quando è risaputo che nei cantieri di restauro strutturale o di ricostruzione, proprio per la complessità dell’intervento, si richiedono molti più operai qualificati e specializzati con la relativa professionalità; e che, in linea generale, una squadra equilibrata di operai edili deve prevedere un numero limitato di operai comuni, mentre invece la prevalenza di questi ultimi, come riscontrabile sistematicamente nei cantieri del cratere, riduce nettamente l’efficienza tecnica del cantiere e la qualità dei lavori eseguiti.

Ma nessuno ha controllato la situazione della Rest Edile; nessuno è andato a verificare questi dati sul personale utilizzato nei lavori di ricostruzione; nessuno ha verificato se i lavori eseguiti fossero stati compiuti a regola d’arte e con i materiali dichiarati. Ciò non è stato fatto e, se non si traduce, almeno allo stato, in responsabilità a livello giudiziario, integra una palese responsabilità politica in capo alla struttura commissariale del sisma, di cui è a capo dal gennaio 2023 il senatore Guido Castelli, il cui incarico oggi appare particolarmente a rischio qualora non si riesca a trovare il sistema per far ripartire immediatamente tutti i cantieri in corso della Rest Edile e a far partire quelli, sempre della Rest Edile, ancora al palo, anche se con cantieri ufficialmente aperti.

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Il cantiere delle ex Monachette

La situazione è drammatica e in qualche modo paragonabile, se non si troverà in tempi brevissimi una soluzione, alla tragedia economica e sociale verificatasi nella nostra regione nel novembre 2015 a seguito del fallimento di Banca Marche.

Sui cantieri ad oggi è in corso lo screening della situazione della nuova governance della Rest Edile per capire la situazione (va visto se ci siano cantieri che si sono fermati in seguito all’indagine, è stato spiegato oggi a Cronache Maceratesi). Ci sono migliaia di lavoratori delle ditte esecutrici e subappaltatrici che rischiano di restare con le mani in mano nei cantieri la cui sorte non è ancora chiara; decine di imprese pulite coinvolte nella situazione attuale di blocco; migliaia di persone che da più di dieci anni aspettano di tornare nelle loro case, trascinando nel frattempo la loro vita nelle Sae; centinaia di tecnici che devono riscuotere le loro parcelle e non sanno quando ciò avverrà. Insomma, il banco questa volta rischia veramente di saltare, con prevedibili riflessi politici anche a livello regionale.

* Avvocato Giuseppe Bommarito, presidente Ass.ne “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza”

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