Omaggio a Paciotti, l’appello di Popsophia:
«Un archivio delle sue foto di moda,
la rotatoria diventi opera pubblica tutelata»
CIVITANOVA - Nella giornata conclusiva del festival, Hermas Ercoli lancia la proposta durante l'evento dedicato allo stilista civitanovese scomparso lo scorso anno, che fu protagonista della prima edizione del 2011: un archivio permanente dedicato alle campagne pubblicitarie con artisti della fotografia. Poi la provocazione: «Il Comune acquisisca la rotonda come bene pubblico e sia vincolata dalla Sovrintendenza. E' la più bella delle Marche, un'opera di Land art». VIDEO

Evio Hermas Ercoli
Non un museo della scarpa, ma un archivio dell’immaginario. Un luogo dove conservare una delle più straordinarie esperienze di comunicazione visiva nate nelle Marche. È questo l’appello lanciato da Evio Hermas Ercoli a Popsophia nell’ultima giornata del festival, dedicata all’anniversario dei 15 anni dalla nascita del festival che ha voluto rendere omaggio a Cesare Paciotti, tra i protagonisti della nascita di Popsophia nel 2011, quando salì sul palco con Giampiero Mughini per un incontro diventato uno dei simboli delle prime edizioni.

«Siamo partiti 15 anni fa dalla filosofia della scarpa e torniamo qui perché quella intuizione raccontava già perfettamente lo spirito di Popsophia: partire dagli oggetti della cultura pop per arrivare al pensiero», ha ricordato la direttrice artistica Lucrezia Ercoli, ripercorrendo il legame tra il festival, Civitanova Alta e uno degli imprenditori che più hanno contribuito a costruire l’identità internazionale del distretto calzaturiero. L’incontro ha attraversato la storia della scarpa come oggetto culturale, dalle celebri scarpe dipinte da Vincent Van Gogh e trasformate da Martin Heidegger in uno dei manifesti della filosofia dell’arte, fino ad Andy Warhol e a Sex and the City, dimostrando come un accessorio possa diventare simbolo di identità, desiderio, emancipazione e racconto sociale.

Lucrezia Ercoli
Il momento più intenso è arrivato però con l’intervento dello storico dell’arte Hermas Ercoli, presidente di Popsophia che ha trasformato il ricordo di Paciotti in una proposta concreta rivolta alla città. «Oggi che purtroppo Cesare Paciotti non c’è più e il suo genio non può più continuare a esprimersi attraverso nuove creazioni, abbiamo il dovere di conservare quello che ha lasciato», ha spiegato. «Non possiamo limitarci a ricordare un grande imprenditore. Dobbiamo riconoscere che, insieme ai più importanti fotografi, artisti e creativi internazionali, Paciotti ha scritto una pagina fondamentale della storia della comunicazione visiva tra la fine del Novecento e l’inizio del nuovo millennio».

Da qui la proposta: raccogliere e catalogare quel patrimonio in un archivio pubblico, ospitato nella pinacoteca civica o nella biblioteca comunale, dove conservare campagne pubblicitarie, fotografie, cataloghi, bozzetti, manifesti e materiali creativi. «Non stiamo parlando semplicemente di scarpe – ha sottolineato Hermas – ma di vere opere d’arte. Attraverso collaborazioni con grandi fotografi internazionali e campagne che hanno fatto scuola, Cesare Paciotti ha contribuito a costruire un immaginario estetico che merita di essere studiato e tramandato. Sarebbe un patrimonio prezioso non solo per Civitanova, ma per la storia del design, della moda e della comunicazione italiana».

La rotatoria Paciotti a Civitanova
Il presidente di Popsophia ha poi acceso i riflettori su un’altra opera troppo spesso considerata soltanto un elemento dell’arredo urbano: la rotatoria dedicata a Cesare Paciotti all’ingresso della città. «Anche quella è un’opera d’arte – ha osservato – è una vera opera di Land art e dovrebbe essere acquisita pienamente come patrimonio della città e tutelata per il suo valore artistico. Non rappresenta soltanto un imprenditore, ma racconta l’identità di un territorio che attraverso il calzaturiero ha saputo affermarsi nel mondo. Dovrebbe essere vincolata e tutelata dalla Soprintendenza come opera d’arte contemporanea, è la più bella rotatoria delle Marche. Quella rotatoria non è soltanto un’infrastruttura stradale: è la porta monumentale del distretto calzaturiero, l’arco d’ingresso a una delle esperienze imprenditoriali che hanno reso Civitanova conosciuta nel mondo». Presenti all’incontro che ha ripercorso la storia della fotografia di moda attraverso le celebri campagna che a partire dagli anni 80 ha visto dietro l’obiettivo le personalità artistiche di fotografi come Ellen von Unwerth, Mario Sorrenti o Terry Richardson, anche i familiari di Cesare Paciotti: c’erano la sorella, Paola e i nipoti che oggi portano avanti l’azienda Marco e Massimo Calcinaro, oltre alla storica collaboratrice Lina.

Lucrezia ed Hermas Ercoli con Marco Calcinaro, Paola Paciotti e Massimo Calcinaro
L’omaggio a Paciotti è stato accompagnato anche dai lavori realizzati dagli studenti dell’Istituto Bonifazi Corridoni, Marche International School e del Liceo del Made in Italy Gentili di San Ginesio, chiamati a riflettere sul rapporto tra creatività, manifattura e identità territoriale, quasi a raccogliere idealmente il testimone di una tradizione che continua a parlare alle nuove generazioni.

La chiusura del festival è stata poi affidata al philoshow “A fari spenti. Filosofia di Lucio Battisti”, che ha richiamato in piazza della Libertà un pubblico ben oltre le aspettative per un lunedì sera. Un finale affidato all’artista che più di ogni altro ha scelto di sottrarsi alla celebrità. Se nelle prime due serate Popsophia aveva raccontato il divismo di Marilyn Monroe, l’ostentazione da palcoscenico di Freddie Mercury e dei Queen, con Battisti il punto di vista si è completamente ribaltato. Accompagnati dalla narrazione di Leo Turrini e dalla musica dal vivo della Factory Band, Lucrezia Ercoli ha raccontato un artista che rifiutò la logica della fama fino a dire no a ingaggi milionari pur di non tornare sul palco.

«15 anni fa siamo partiti da qui, dall’idea che si potesse fare filosofia anche con le canzonette» – ha esordito Lucrezia Ercoli – in queste giornate abbiamo parlato di divismo e realtà, palcoscenico e retropalco. Questa sera sovvertiamo il paradigma, l’artista più popolare è stato anche il più schivo – parlando di Lucio Battisti – Ha scelto di lasciare che fosse soltanto la sua musica a parlare». Una scelta radicale, quella del cantautore di Poggio Bustone, culminata perfino nel rifiuto di offerte milionarie pur di non tornare davanti alle telecamere. «Battisti voleva che a rappresentarlo fosse soltanto la sua arte – racconta Leo Turrini -. Quando nei primi anni Ottanta gli offrirono un miliardo di lire per un concerto televisivo su Canale 5 disse semplicemente no. È una lezione di coerenza che oggi dovremmo ricordare».

Tra “Emozioni”, “Il mio canto libero”, “Io vivrò”, “Dieci ragazze”, “Mi ritorni in mente” e “Fiori rosa, fiori di pesco”, la Factory ha dato vita a uno dei philoshow più partecipati di questa edizione, con il pubblico che ha accompagnato ogni brano trasformando lo spettacolo in un grande concerto condiviso. Turrini ha sottolineato proprio questo aspetto di immortalità dei suoi brani: «chi fra 50 anni ricorderà e canterà le canzoni di Fedez o Geolier? Sono convinto che anche nel 2076, ai 65 anni di Popsophia, ci sarà ancora una serata dedicata a lui». Con la chiusura del philoshow e le luci della piazza che si sono spente, si è conclusa anche l’edizione del quindicesimo anniversario.

«Lo spettacolo deve andare avanti», aveva ricordato in apertura Maria Luce Centioni. Ma, come ha aggiunto la presidente dei Teatri di Civitanova, «il momento più importante arriva quando i fari si spengono. Si è detto in questi giorni che lo show è vita, ma non è detto che la vita debba essere show. Quando lo spettacolo finisce le riflessioni che abbiamo condiviso continueranno ad accompagnarci fino all’anno prossimo». È forse questa l’eredità più autentica di Popsophia: trasformare la cultura popolare in uno spazio di pensiero condiviso, capace, ancora una volta, di riempire una piazza e lasciare qualcosa che resta ben oltre il tempo dello spettacolo.
(Foto e video di Federico De Marco)
















Per eventuali gemellaggi filosofici:
Il principale e più famoso polo produttivo italiano di calzetteria è il Distretto della Calzetteria di Castel Goffredo, situato prevalentemente nella provincia di Mantova e soprannominato la “capitale della calza”.
Il Distretto di Castel Goffredo (Mantova)
• Numeri record: Genera circa il 75% della produzione italiana di calzetteria femminile, il 60% di quella europea e il 30% di quella mondiale.
• Comuni coinvolti: Il cuore è Castel Goffredo, ma si estende a realtà limitrofe come Castiglione delle Stiviere, Medole, Asola e Ceresara.
• Grandi marchi: Qui hanno sede gli stabilimenti e la progettazione di storici leader del settore come Pompea, Oroblù (gruppo CSP International) e l’indotto di grandi catene internazionali.
L’alternativa nel Sud Italia: Racale (Lecce)
• La città delle calze: Esiste un altro polo storico a Racale, in Puglia, rinomato dagli anni ’90 per la produzione più artigianale e focalizzato soprattutto sui calzini da uomo e sulle lavorazioni classiche.
(Gemini AI – Foot Ontology Division)