Funerale Pennesi, il monito di don Mario:
«La città non può lavarsene le mani,
disagi da intercettare prima»

OMICIDIO A CIVITANOVA - Il parroco della chiesa del Cristo Re oggi ha celebrato la funzione. Ha usato parole fortissime: «La morte di Marco non è un fulmine a ciel sereno, ma il punto di arrivo di un lungo silenzio. La sua ferita inferta anche dalla nostra indifferenza. Quando una relazione si trasforma in un campo di battaglia abbiamo perso tutti. Non puntiamo il dito e non etichettiamola come storia di degrado»

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Il funerale di Marco Pennesi

di Laura Boccanera (foto di Federico De Marco)

«Davanti a questo feretro non c’è una storia di cronaca: c’è un uomo. In questo momento di smarrimento vogliamo essere vicini anche alla famiglia di chi ha ucciso, per togliere quel giudizio che ci porta a puntare il dito e a condannare. E Dio non guarda i fascicoli giudiziari. Nessuno osi giudicare o girarsi dall’altra parte definendo questa soltanto una storia di degrado. Siamo di fronte a un uomo».

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Sono state le parole fortissime di don Mario Colabianchi ad accompagnare l’ultimo saluto a Marco Pennesi, il 62enne ucciso una settimana fa nella sua casa di via Matteotti, sul lungomare nord, da una coltellata inferta dalla 33enne Isabella Di Mattia, al momento in carcere.

Il parroco di Cristo Re ha lanciato un monito fortissimo alla comunità, alla politica, agli odiatori seriali, richiamando ciascuno alla propria responsabilità. In prima fila in chiesa i familiari di Marco, il fratello Maurizio e la sua famiglia, il cugino Mauro, tanti amici d’infanzia e di giovinezza.

marco pennesi

Marco Pennesi

Sul feretro la sua passione per il calcio con la sciarpa della Civitanovese e una maglia e una sciarpa della Roma. Nessuno ha voluto parlare al termine della cerimonia religiosa: tutto quello che c’era da dire è stato sviscerato nel profondo da don Mario: «La nostra preghiera va alla famiglia di Marco, distrutta da una ferita irreversibile. Ma in questo momento di smarrimento vogliamo essere vicini anche alla famiglia di chi ha ucciso, per togliere quel giudizio che ci porta a puntare il dito e a condannare. Penso che dobbiamo rifiutare qualsiasi giudizio ed etichetta».

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Più che cercare risposte, il sacerdote ha invitato la comunità a interrogarsi, trasformando l’ultimo saluto in una riflessione sulla violenza, sulla solitudine e sull’indifferenza con un ammonimento profondo anche “a chi detiene incarichi e responsabilità” a non guardare la sicurezza solo come ordine pubblico, ma come mano tesa verso l’altro: «Questa vicenda ci deve far riflettere sulla solitudine di fondo nella quale viviamo – ha proseguito Don Mario – La morte di Marco non è un fulmine a ciel sereno, ma il punto di arrivo di un lungo silenzio.

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Consideriamo i problemi di Marco, la sua ferita, come una ferita inferta anche dalla nostra indifferenza, perché lascia le persone sole nei loro inferni domestici. Nessun conflitto può giustificare l’uso delle mani. Nessun rancore legittima un’arma. Quando una relazione si trasforma in un campo di battaglia abbiamo perso tutti. Dobbiamo disarmare non solo le nostre mani, ma anche i nostri cuori, dalle parole violente, dal giudizio e dalla condanna, da quella logica dell’occhio per occhio e dente per dente. Dobbiamo rifiutarla, perché la Parola di Dio ci chiede questo.

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Oggi piangiamo Marco, la cui vita si è fermata in una mansarda sul mare, ucciso in casa da una coltellata. Ma la nostra preghiera salga anche per chi ha colpito, una donna schiacciata dal peso dei propri errori. La giustizia faccia il suo corso, ma l’amore di Dio porti luce dove c’è stato il buio. Facciamo un esame di coscienza. Siamo tutti coinvolti. Vorrei dire a questa città che di fronte a una morte violenta nessuno può dichiararsi estraneo o lavarsene le mani. Tutto questo ci interpella. Ci richiama al dovere dell’ascolto e della cura.

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La sicurezza non può essere misurata solo dall’ordine pubblico, ma anche dall’ascolto dei gridi di aiuto, dalla capacità di intercettare i disagi prima che sfocino nel sangue. Il miracolo della compassione richiede una rivoluzione interiore. In questa dinamica di misericordia dobbiamo vivere in modo diverso, essere cittadini in modo diverso, lavorare in modo diverso. Resistere al male con il bene, avere sempre un cuore aperto, pronto al perdono, tendere la mano, proteggere, accogliere, integrare, tornare a essere umani. Nessuno è senza responsabilità. Ognuno sceglie se alimentare la forza e il potere con la menzogna e con l’odio oppure custodire la pace con la prossimità, la sobrietà e la cura».

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Un riferimento è stato fatto anche alla carta sulla quale gli amici avevano attivato una raccolta fondi per aiutare i familiari a sostenere le spese per il funerale e che è stata clonata. I promotori si sono accorti infatti di un acquisto su Amazon fatto con la carta di debito e subito bloccato la carta salvaguardando le offerte fino a quel momento effettuate.

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«È triste sapere che è stata clonata perfino una carta sulla quale si raccoglievano soldi per una persona – conclude il parroco -. Dobbiamo proteggere la nostra comunità, dobbiamo abbassare i toni e disarmarci. Abbiamo ridotto tutto a un’arena nella quale, con parole forti, ci offendiamo e usiamo le mani non per accarezzare ma per ammazzare. Tutto questo ci interpella».

All’uscita il feretro è stato salutato con un lungo applauso.

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