Il Capodanno degli “ultimi”:
Lucky, Rahman e un sogno per il 2026:
«Vogliamo lavorare e stare bene»

MACERATA - Uno, nigeriano di 43 anni, era fuggito da Lagos tanti anni fa: «Vedevo i miei amici morire, volevo una vita diversa. Ma sono finito a dormire sotto alla pensilina di un distributore di servizio». L'altro, afghano di 24 anni, è scappato a piedi arrivando in Europa attraverso la rotta balcanica: «Nel mio Paese non c'è libertà, vorrei imparare bene l’italiano, lavorare in fabbrica o in un magazzino e migliorare la mia condizione». Sono due dei 60 ospiti del cenone organizzato ieri sera dal Centro di ascolto e prima accoglienza in via Zara

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A sinistra Lucky, al centro Tiziana Manuale, a destra Rahman

di Francesca Marsili

Lucky, nigeriano, era un senzatetto. Rahman è fuggito dall’Afghanistan. Due storie silenziose e dolorose, due delle tante che ieri sera si sono incrociate attorno al tavolo del cenone di Capodanno organizzato nel Centro di ascolto e prima accoglienza di Macerata in via Zara per 60 ospiti della struttura. I volontari hanno appoggiato su ogni piatto un biglietto con impresso un messaggio: “Il cuore umano non può vivere senza sperare”. E per i tanti uomini e donne stranieri seduti a quel cenone, vulnerabili presi in carico dall’associazione che si occupa di alleviare situazioni di emarginazione, povertà e ingiustizia, la speranza riposta in quelle parole è quella di una vita migliore.

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Storie di emarginazione, di sofferenza, dove gli occhi raccontano più delle parole. Seduto ad una delle due tavolate c’è Lucky (di lui e dell’altro intervistato vengono indicati solo i nomi su richiesta della struttura che li ospita, ndr), era un senzatetto. Quel portone di via Zara aperto a chiunque lo ha varcato un anno e mezzo fa. E’ nigeriano, ha 43 anni. Una persona estremamente semplice, con gravi fragilità non solo economiche. Era un invisibile: intercettato a Macerata e poi preso in carico dell’associazione, costola della Caritas, ora ha un tetto e un pasto. «Dormivo sotto alla pensilina di un distributore di servizio – racconta con qualche difficoltà – sono fuggito da Lagos tanti anni fa, i miei amici morivano e io ero rimasto solo, volevo una vita diversa». Arrivato in Italia con promesse poi disattese, Lucky, che così fortunato purtroppo non è stato a dispetto del nome (che in inglese significa, appunto, “fortunato), non è mai riuscito ad avere un lavoro che gli permettesse di vivere dignitosamente, anche a causa di problemi di salute, in aggiunta a quelli della sua mente bella, ma semplice. Per molti anni ha vissuto in strada, prima a Parma poi a Macerata. Uno dei tanti ultimi. «Qui adesso sono felice» dice. Arriva sempre prima degli altri nella mensa, gli piace darsi da fare, pulisce e porta a tavola. Poco prima dello scoccare della mezzanotte il suo è un desiderio è semplice: «Vorrei lavorare e stare bene».

Lucky

Lucky

Gli ospiti seduti a tavola, prevalentemente migranti di diverse età e nazionalità, parlano e sorridono, tra un piatto di lenticchie che alcuni non hanno mai assaggiato prima e un brindisi non così consueto nella loro esistenza. C’è anche Rahman, ha 24 anni ed è scappato da solo dall’Afghanistan. E’ regolare, in attesa di protezione internazionale. Accolto dal centro di prima accoglienza nove mesi fa alloggia al piano superiore della struttura di via Zara. Spiega il motivo per cui se n’è andato dal suo Paese: «La vita lì, per me ma anche per tante altre persone, è difficile: molte cose che mi piacerebbe fare non è concesso farle, non c’è libertà». Partito tre anni fa assieme ad altri ragazzi, è arrivato a piedi, con qualche passaggio in auto, attraverso la rotta balcanica e con un viaggio difficilissimo. «Come difficile è stato uscire dall’Afghanistan», spiega. Prima è stato in Belgio, ma li la sua richiesta di protezione è stata respinta. Poi è arrivato in Italia, a Macerata. «Mi mancano tanto la mia famiglia e i miei amici». Anche lui per il nuovo anno ha un desiderio, semplice, uno di quelli che sarebbe scontato per ognuno di noi: «Ho preso il patentino per guidare il muletto. Vorrei imparare bene l’italiano, lavorare in fabbrica o in un magazzino e migliorare la mia condizione».

Rahman

Rahaman

Alla cena di San Silvestro nella struttura di via Zara, è il sorriso dei volontari che servono i pasti e hanno realizzato tante attività a rendere il clima sereno, festoso e familiare. Sono circa 200 le persone gestite dal centro (organo della Diocesi), tra migranti e nuclei familiari. Si trovano in diverse strutture della città di Macerata, come ad esempio a casa Bethlem, in centro storico, il Centro di ascolto e di prima accoglienza di via Zara e quello in via dei Velini. Gli arrivi sono gestiti dalla Prefettura. Svolge la sua attività erogando servizi di accoglienza e solidarietà insieme alla soddisfazione di alcuni bisogni primari come vitto, alloggio temporaneo e doccia a tutti coloro che non sono raggiunti dai tradizionali canali di solidarietà, gli invisibili, che nella maggior parte dei casi corrispondono a migranti che arrivano dal Pakistan, Afghanistan e Turchia.

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In un lato della sala un cartellone, dove ognuno degli ospiti ha impresso il suo desiderio per il 2026. In servizio, ieri sera, c’era una delle coordinatrici del Centro di ascolto e prima accoglienza: Tiziana Manuale. «Questa sera abbiamo unito a cena due strutture che operano in ambito diocesano: gli ospiti del Centro di ascolto e di prima accoglienza di via Zara e quelli di Casa Bethlem – dice – cerchiamo di creare una piccola comunità e dare quanto più possibile il senso della famiglia, anche se a volte è difficile: le loro abitudini sono diverse. Capita spesso, come lo scorso 24 dicembre, che gli ospiti che hanno lasciano la struttura perché sono diventati autonomi tornino qui a salutarci, e questo ci riempie il cuore di felicità, vuol dire che abbiamo fatto un buon lavoro». Manuale spiega poi quali sono le difficoltà tra le diverse tipologie di persone che hanno bisogno di aiuto. «Fare accoglienza agli immigrati e ai richiedenti asilo è tecnicamente più complesso perché complesso è il sistema in cui ci si muove per mettere insieme tutti i documenti. Nel caso di italiani è più difficile la presa in carico dei soggetti. Parliamo di persone sole, senza più una rete familiare, con patologie psichiatriche e/o di tossicodipendenze che si riducono a vivere sulla strada».

Cartellone

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