«I miei due anni di medico nelle Usca:
un salto nel vuoto, ma o noi o nessuno
Facevamo anche 600 visite al mese»

LA STORIA - Michele Gironella, 33 anni, di Potenza Picena, è il medico che ha organizzato, per il distretto di Civitanova, le unità che andavano nelle case dei malati Covid. In tutto erano in sette per coprire un territorio che andava dalla costa fino a Monte San Giusto: «I positivi spesso restavano soli, telefonavano in lacrime. Non ci fossimo stati noi sarebbero finiti in ospedale. Avevo un po’ di paura, ma soprattutto c'era la voglia di essere utili. Avevamo una squadra fantastica. Credo sia un servizio da mantenere anche in futuro. Solo così un giorno potremo curare le persone a casa, è lì che stanno davvero bene»
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Michele Gironella

 

di Francesca Marsili

«Tutto è nato a marzo del 2020, come il Covid, quando il direttore del Distretto mi disse: dobbiamo creare l’Usca. E cosi abbiamo fatto. Ci siamo guardati in faccia: ragazzi, il Covid sta arrivando, o lo facciamo noi, o non lo fa nessuno. E’ stato come un salto nel vuoto: trattengo il respiro e vado, faccio». Il medico Michele Gironella, 33enne di Potenza Picena, quei giorni, quando da coordinatore della guardia medica del distretto di Civitanova è stato chiamato ad organizzare le unità speciali di continuità assistenziali, li ricorda come fossero ieri. E anche se da gennaio di quest’anno lavora come medico nel pronto soccorso di Civitanova, non dimentica i due anni condivisi con i colleghi e racconta con orgoglio come è nato un servizio rivelatosi fondamentale. Non ama parlare solo di sé, ma di tutti coloro con cui ha vissuto una storia chiamata Usca e che definisce fantastici. Lui, Ilaria Pavoni, Eleonora Cirilli, Paolo Petracci, Federico Fabbri, Carlo Senigagliesi, Vittorio Marconi, una squadra. Tutti giovani medici dai 26 ai 33 anni, spesso neolaureati, che con abnegazione hanno raddoppiato il loro lavoro sommando a quello di guardie mediche, di notte, quello di medici Usca, di giorno. Coprendo un territorio che andava da Civitanova a Recanati sino a Monte San Giusto.

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Da sinistra: Ilaria Pavoni, Sara Navisse, Daniela Corsi (direttrice dell’Area Vasta 3), Eleonora Cirilli, Flavia Mancia e Michele Gironella

«Un po’ di paura c’era, ma c’era soprattutto la voglia di essere utili, di fare bene il nostro lavoro di medici al servizio delle persone – racconta ripercorrendo quei mesi quando il virus mostrava tutta la sua forza e le sue incognite – eravamo noi che avevamo in mano il territorio e sapevamo anche che essendo giovani rischiavamo di meno rispetto ai colleghi più anziani». Chiamato ad organizzare, in quanto medico di continuità assistenziale con un po’ più di esperienza tra i giovani, racconta come lavoravano le Unità. «Ogni giorno c’erano due squadre che partivano contemporaneamente, altrimenti non avremmo fatto in tempo ad arrivare da chi stava male. Durante le maggiori ondate abbiamo gestito fino a 600 visite al mese, 20 al giorno tutti i giorni, dal lunedi alla domenica».

Spiega come in quei primi momenti c’erano delle direttive nazionali, ma molto vaghe. La sua figura di responsabile Usca aveva il compito principale di organizzare ed unire il gruppo di lavoro in un comune di intenti. «Fin dall’inizio ci siamo detti che non avremmo fatto le Usca al telefono, ma che saremmo andati a casa delle persone poiché il servizio è nato per assistere i pazienti Covid a domicilio – continua -, ma sette medici non avrebbero potuto assistere tutti i malati in un territorio tanto vasto, impossibile. Dovevamo assolutamente fornire un servizio così prezioso in maniera mirata, a coloro che stavano peggio, ma ancora gestibili domiciliarmente evitandone l’ospedalizzazione».

Le Usca avevano  proprio questo obiettivo: curare in casa e non sovraccaricare le strutture ospedaliere già allo stremo evitandone il collasso. «Dall’inizio ci siamo ritrovati con gruppi di giovani medici al primo incarico che hanno fronteggiato una malattia di cui non si sapeva nulla, ma lo abbiamo fatto con grande coscienza e sacrificio arrivando dove nessuno voleva – aggiunge -. A marzo 2020 trovare un medico che ti visitava era un’impresa. Sul territorio c’eravamo noi e alcuni medici di famiglia che davano il proprio contributo. I positivi, spesso, rimanevano da soli, telefonavano in lacrime. Se non ci fossimo stati noi, molti sarebbero finiti in pronto soccorso, esattamente quello che si cercava di evitare». Tanti gli stati d’animo che in questi due lunghi anni di pandemia hanno pervaso i giovani medici.

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Personale Usca al lavoro

«Anche un pò di rabbia perché tante cose che noi sapevamo essere utili e che abbiamo fatto fatica a far recepire – prosegue – Andavamo con il fonendoscopio e il saturimetro; troppo poco per gestire una patologia a casa. Avevamo bisogno di più strumenti che abbiamo preteso con forza e ottenuto piano piano». Gironella racconta di essere stato il primo a portare nelle Unità da lui coordinate l’ecografia toracica a domicilio, forzando una burocrazia che si dimostra spesso insidiosa. «L’ecografo portatile l’ho acquistato io portandolo all’interno del gruppo. Abbiamo iniziato a fare le ecografie sul letto del paziente perché credevamo essere qualcosa che si poteva e doveva fare – continua -. Poi l’Asur ci ha dotati di questo strumento quando la tecnica si è diffusa a livello nazionale». Momenti di sconforto? «Mai arrivati sul come gestire clinicamente i pazienti perché siamo medici con gli attributi e sapevamo cosa fare – risponde – E’ arrivato solo quando sapevamo cosa fare, ma non riuscivamo per altre questioni. Sapevamo che non si poteva gestire una patologia respiratoria senza sapere come respira un paziente ovvero senza l’emogasanalisi, un esame che si fa da sempre in ospedale con un prelievo arterioso. Sul territorio sembrava fantascienza – puntualizza – Nella seconda ondata abbiamo preteso e ottenuto il primo emogasanalizzatore portatile. Il malato a casa aveva le stesse prestazioni che in ospedale». Per le Usca, la soddisfazione di essere riusciti in un’impresa totalmente nuova è arrivata anche dalle risposte dei sanitari che lavorano negli ospedali «Hanno detto: stavolta sul territorio qualcuno ci aiuta».
Fino a dicembre dello scorso anno Michele Gironella, è stato coordinatore della continuità assistenziale della sede di Civitanova. Da gennaio è stato assunto a contratto come medico di Pronto Soccorso sempre di Civitanova. «Ho iniziato a lavorare in Pronto soccorso, mi è stato proposto e ho accettato. Andare in ospedale per me è un motivo di crescita enorme. Nella prima ondata, sul territorio, c’era tutto da costruire, sentivo ogni giorno il peso addosso dei miei colleghi in ospedale. Il territorio può fare di più, e noi lo abbiamo dimostrato. La medicina del territorio e l’ospedale hanno due modi diversi di lavorare, ma è una collaborazione. La prima deve gestire, bene, tanti pazienti meno complessi, il secondo, meno pazienti più complicati. Sentivo il bisogno di far parte del secondo, di fare il clinico, di gestire casi più complessi. Ho tutto da imparare, consapevole che riparto da novellino ma non ho mai amato la comfort zone». L’ultimo pensiero è ancora una volta di stima verso i suoi ex colleghi di avventura. «Se il servizio fosse lasciato totalmente nelle loro mani volerebbe, ma purtroppo non è così – prosegue descrivendo l’attuale compito delle Unità – ora si stanno occupando di terapia precoce che va somministrata di norma prima che si sviluppino sintomi importanti, ma dovrebbero farlo i medici di Medicina generale sono loro che hanno la capillarità necessaria e vedono per primi i pazienti. L’Usca deve dare un servizio preciso, assistere chi sta male, così rischia di chiudere. Se chi di dovere sarà lungimirante non perderà l’occasione di trasformarla in un servizio territoriale permanente che vada oltre il Covid». E sul suo futuro conclude: «Entrare a casa delle persone è sempre stata la parte più bella di lavorare sul territorio e mi manca, ma adesso devo imparare l’arte dell’urgenza ospedaliera e lo devo fare anche per dare in futuro il mio contributo per realizzare l’obiettivo di accorciare le distanze tra ospedale e territorio, solo così un giorno potremo curare le persone a casa, perché è lì che stanno davvero bene».



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