In ripresa nel Maceratese
l’attività di spaccio di clan albanesi
Overdose, Marche prime per tasso mortalità

L'ANALISI - Il dato dei primi mesi dell'anno vede la nostra regione in testa in Italia in una drammatica classifica legata al consumo di stupefacenti. Messo sempre più ai margini il comitato Uniti contro la droga. A Macerata c'è una sorta di attività concorrenziale tra vari assessorati sulle iniziative di sensibilizzazione, ma lavorando l’uno all’insaputa dell’altro diventa un caos. La spinta di Rocco Schiavone e Ornella Muti per la legalizzazione della cannabis
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Giuseppe Bommarito

 

di Giuseppe Bommarito*

Certo non può definirsi una bella situazione quella della diffusione della droga in provincia di Macerata e nelle Marche e dell’attività di prevenzione, che sarebbe sempre più necessaria e che invece, proprio a livello istituzionale, si sta in qualche modo depotenziando.

Intanto va detto che in questo primo scorcio del 2022 le Marche, su un totale nazionale di 23 deceduti per droga, si collocano al primo posto in Italia nella graduatoria del tasso di mortalità per overdose (2,1 decessi per milione di abitanti tra i 15 e i 64 anni nella nostra regione, a fronte di una media nazionale di 0,6), sopravanzando a livello statistico regioni storicamente flagellate dai decessi per droga, come la Campania, il Veneto, la Lombardia, il Lazio. Infatti, dopo l’uomo deceduto a gennaio in un supermercato a Piediripa, un’altra morte, questa volta di un uomo di 36 anni nei pressi di Pesaro, ci ha consegnato la leadership nazionale in questa amara graduatoria. Ad uccidere, in entrambi i casi, l’eroina, che, quando si è soli e si va in overdose, difficilmente lascia scampo.

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L’hashish sequestrato a Montecosaro

Sempre l’eroina ha mandato in overdose due ragazze, una di 26 anni a gennaio e una di 21 anni pochi giorni fa, curiosamente in tutte e due le vicende in via Crescimbeni di Macerata: a loro, per fortuna, è andata bene, sono state strappate alla morte dal farmaco salvavita Narcan, tempestivamente iniettato dai soccorritori chiamati da qualche amico.

Ma la situazione, nel suo complesso, rimane grave, anche per una forte ripresa dell’attività di spaccio gestita soprattutto da clan albanesi situati nella costa e nell’entroterra, tutti con solidi legami con il loro Paese di provenienza, ove, prima di arrivare al centro-sud Italia, transita la rotta balcanica dell’eroina (per non parlare della cannabis prodotta ormai su larga scala proprio in terra di Albania).

Poi, tanto per rimanere alle ultime cose nostre, c’è da segnalare un recente sequestro significativo di hashish a Morrovalle, ben 33 chili, che evidenzia una volta di più la floridezza del mercato maceratese della droga (come è noto, le statistiche nazionali, di fonte ministeriale, ci dicono che la droga intercettata e sequestrata dalle forze dell’ordine raggiunge appena il 10 per cento di quella che invece circola liberamente e arriva a destinazione, cioè nella testa e nel cervello di consumatori sempre più giovani e sempre più numerosi). Ovviamente è stato con prontezza spedito agli arresti domiciliari, dopo solo qualche giorno, colui che deteneva un siffatto quantitativo di sostanza, il cui valore si attesta sui trecentomila euro.

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Antonio Pignataro, ex questore di Macerata

Poi, per finire questo quadretto di sommario riepilogo locale, c’è la “lieta” notizia dell’apertura di un nuovo negozio di cannabis light in centro a Macerata, trainata da una recente assoluzione di alcuni negozianti con la fogliolina verde sull’insegna, a suo tempo indagati dalla Questura di Macerata. Ma quelli erano i tempi della battaglia a tutto campo dell’allora questore Antonio Pignataro, premiato per il suo impegno da San Patrignano, ma prima isolato per la sua coraggiosa battaglia a livello di Polizia di Stato e poi mandato – quanta professionalità sprecata – a leggere scartoffie a Roma.

Eppure, in molti a livello scientifico nazionale si sono pronunziati contro la cannabis light, affare milionario gestito in prevalenza dalla criminalità organizzata o da fidati intermediari, cavallo di troia finalizzato nell’immediato a garantire ingenti guadagni a chi la commercializza  e a fare da battistrada alla legalizzazione della cannabis “tout court”. Una legalizzazione che ha fatto già molti passi avanti (solo temporaneamente frenata dal recente stop della Corte Costituzionale al referendum), a tutti i livelli, anche a livello sociale e giudiziario, nonostante il parere assolutamente contrario, soprattutto per i danni arrecati al sistema cerebrale in fase di formazione degli adolescenti (i più forti consumatori), dell’Istituto Superiore della Sanità, della Società Italiana di Psichiatria, della Società Italiana di Neuropsichiatria Infantile, della Società Italiana Dipendenze Patologiche, della Società Italiana di Neurofarmacologia.

Insomma, mentre per il Covid si sbandiera a tutti i livelli l’esigenza che debba prevalere la scienza contro l’irrazionalità e le false credenze, per la cannabis, sostanza che notoriamente funge da battistrada ad altre sostanze ancora più pericolose, questo discorso non vale, l’opinione scientifica è messa nell’angolo e assolutamente respinta, anche da parte di molti rappresentanti delle istituzioni.

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Marco Giallini, l’attore che interpreta Rocco Schiavone

D’altra parte, non ci sono solamente molti parlamentari che spingono contro ogni evidenza per la legalizzazione della cannabis, c’è anche la televisione di stato che in prima serata manda il commissario Rocco Schiavone, il quale, quando è molto nervoso, si rifugia a casa sua per farsi una canna (mentre i poliziotti veri – come si è visto – vengono spediti in quale ufficetto a scartabellare faldoni di carta), oppure, nell’anteprima del festival di Sanremo, consente alla nota attrice Ornella Muti, davanti a milioni di telespettatori, di partire con un confuso discorso dalla cannabis terapeutica per arrivare alla necessità di legalizzare la cannabis in quanto tale.

E qui, a fronte di un quadro che sempre più si aggrava sia a livello nazionale che locale, si arriva al discorso prevenzione, che preoccupa ancora di più perché la confusione regna sovrana. Come è noto, esisteva a Macerata, per fare rete, coordinare le iniziative e portare nelle scuole e tra i cittadini un solo linguaggio, il “Comitato “Uniti contro le droghe”, istituito circa dieci anni fa e formalizzato nel giugno 2017 con tanto di protocollo dalla Prefettura di Macerata, dalla Procura, da tutte le forze dell’ordine, oltre agli atenei di Macerata e Camerino, l’Ufficio Scolastico Regionale, il Dipartimento Dipendenze Patologiche, i comuni di Macerata e Civitanova, la Provincia di Macerata, gli Ambiti territoriali sociali, le comunità terapeutiche del maceratese, le associazioni di volontariato. Ebbene la Prefettura, facendo un salto indietro di 12 anni, adesso ha evidentemente deciso di “affondare” questo Comitato, rivolgendosi per l’attività di prevenzione solo alla forze dell’ordine che fanno parte del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica (le quali pure, come si è visto, erano parte integrante anche del Comitato “Uniti contro le droghe”), tagliando fuori tutti gli altri attori, sia istituzionali che appartenenti al mondo del volontariato. Nonostante le scuole siano ritornate in presenza da settembre, dopo alcune sollecitazioni il Comitato è stato riunito solo a dicembre 2021 da remoto, dopo circa due anni di stasi causa Covid. Avrebbe poi dovuto riunirsi in sede di comitato ristretto ai primi di gennaio per proporre un piano prossimo di intervento, ma l’appuntamento è slittato a fine febbraio, sempre da remoto (chissà perché, visto che i ragazzi si trovano a scuola anche in classi di 25-30 persone), e si è tradotto in una sorta di doppione, sia pure a ranghi ristretti, della precedente riunione. A tirare le fila – si fa per dire – un funzionario della Prefettura, che si è limitato a dare la parola agli esterrefatti protagonisti del summit, che in qualche modo si sono sentiti presi in giro. Nessuna proposta concreta, nessun appuntamento in vista, nessuna volontà di procedere facendo rete. Niente di niente, se non il consueto riepilogo di quanto già fatto.

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Il palazzo della Prefettura

Del resto, il Prefetto, se vuole affossare questo Comitato lo può anche fare, e i singoli partecipanti troveranno – come in parte già avviene – il modo per muoversi anche da soli nel campo della prevenzione. L’importante però è che lo dica apertamente e si assuma, anche a livello ministeriale, le proprie responsabilità, perché nessun prefetto può sottoscrivere formalmente un protocollo operativo di ampiezza provinciale con più soggetti, pubblici e privati, e poi buttarlo a proprio piacimento nel cestino.

Come se non bastassero la confusione e il disinteresse prefettizio, e proprio perché a livello provinciale manca la benché minima direzione unitaria dell’attività di prevenzione (e a livello comunale latita purtroppo il dovuto coordinamento tra i vari assessori), a Macerata è iniziata una sorta di attività concorrenziale tra vari assessorati, tutti, l’uno all’insaputa dell’altro e in una situazione di oggettivo caos, impegnati ad organizzare iniziative di sensibilizzazione sul tema. Insomma, pare che ormai si debba rinunziare all’idea delle rete di prevenzione integrata tra pubblico e privato, invocata negli anni passati a più voci, e ci si debba muovere ciascuno con le proprie gambe. Si può fare, certo, si farà, ma non è la stessa cosa.

*Avvocato, presidente dell’associazione “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza”

 

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