«Temuto, amato e rispettato:
addio prof Broccia
Lascia un vuoto incolmabile»

SALUTO - Gli insegnanti di Lettere del Filelfo di Tolentino hanno scritto una lettera per ricordare il docente di Unimc scomparso recentemente a 93 anni

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«Giuseppe Broccia, docente per molti anni di Lingua e Letteratura Latina all’Università di Macerata, se n’è andato a 93 anni. Intelligente, sarcastico, combattivo, fedele a se stesso fino alla piena solitudine: in una parola, meraviglioso. Tutti noi abbiamo studiato con lui e ora i ricordi dei suoi insegnamenti si affollano e si accavallano senza ordine». Inizia con queste parole il ricordo che gli  insegnanti di lettere del liceo classico e scientifico “Francesco Filelfo” di Tolentino hanno voluto tributare al prof Broccia, scomparso recentemente.

«Da matricole – continua il ricordo – entravamo in aula, avvertiti dagli studenti più grandi di stare in guardia, di prestare attenzione, perché lì si sarebbe provata la nostra “nobilitate”. E noi, un po’ impauriti, un po’ incuriositi entravamo a frotte, con un grande desiderio di imparare, di conoscere. E questo desiderio era ripagato. Il lavoro sui testi classici era un modo per spingerci ad agire, a scegliere, a vivere con orgoglio e consapevolezza, non un nozionismo freddo e polveroso. Potremmo elencare aneddoti a non finire, come quando il professore si rivolgeva con sguardo attento a noi, stanchi, magari, per aver seguito ore e ore di lezione, e ci avvertiva ironicamente: “Il giorno è fatto di 24 ore e, se non basta, c’è anche la notte” o quando entrava fulmineo in aula S.T. “Sine Tempore”, senza il quarto accademico, a dimostrazione che la puntualità è un sinonimo di rispetto».

«Gli autori di cui ci siamo nutriti in quegli anni volevano essere ricordati, vincere la morte con la forza dei loro racconti e lui, nel suo modo rude talora, ma appassionato, ce li ha resi vivi e presenti – aggiungono i docenti del Filelfo – Oggi lo ricordiamo e gli diciamo che le sue parole “hanno innalzato un monumento più duraturo del bronzo”, qualcosa che ci porteremo sempre appresso. E magari, incurante com’era di lodi di tal genere, sbirciando queste righe dal posto in cui si trova, ancora una volta se la riderà beffardo, anzi di quel “riso sardonico” a cui dedicò un bel saggio, uscito nel 2002 negli Annali dell’Università di Macerata, a conclusione del suo più che trentennale magistero in un Ateneo, a cui molto diede, ma da cui troppo poco, forse, ebbe indietro. Temuto da molti, ma da tutti noi grandemente amato e rispettato, lascia un vuoto incolmabile e un’eredità preziosa».


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