Ristorante nel borgo con soli 24 posti:
«Ho prenotazioni ma non posso aprire»

CALDAROLA - Silvano Scalzini, titolare del Picciolo di Rame, ha la sua micro attività in un piccola zona montana dove vivono quattro persone, ma non può lavorare perché non ha tavoli all'aperto: «Non si può fare di tutta l'erba un fascio, fuori dal mio locale non c'è un corso affollato di persone come sul litorale o nelle grandi città»
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Silvano Scalzini

 

di Marco Ribechi

Pienone di prenotazioni ma non può lavorare perché non ha tavoli all’aperto. Non gli è bastato aprire un locale molto piccolo in un borgo disabitato e isolato in montagna, Silvano Scalzini, titolare del ristorante “Il Picciolo di Rame”, è costretto a restare chiuso nonostante la sua attività sia anti-assembramenti per eccellenza. «Oltre 20 anni fa a Tolentino gestivo uno spazio con più di 250 coperti – spiega Scalzini – ho deciso di spostarmi in questo borgo dove vivono in totale quattro persone proprio per evitare la folla e la confusione, qui non c’è pericolo di contagio. Purtroppo negli ultimi quattordici mesi ho potuto lavorare solo due o tre mesi, abbiamo fatto molti sacrifici ma diventa complicato continuare ad andare avanti senza aiuti e senza la possibilità di aprire».

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Il ristorante Il Picciolo di Rame

Il ristorante in questione, oltre a trovarsi in un borgo molto isolato, a tutto regime non riuscirebbe a contenere più di 24 persone: «E’ assurdo che si faccia di tutta l’erba un fascio – prosegue il ristoratore – non si può paragonare un’attività di montagna come la mia con i chioschi del litorale o con i ristoranti delle grandi città. Quando si esce dal mio locale non ci si ritrova in un corso cittadino pieno di gente, al massimo potrei accogliere due o tre nuclei familiari, circa nove persone, con il distanziamento non ci sarebbero problemi così come non ce ne sono stati l’estate scorsa. Eppure devo rimanere chiuso e sono costretto a mandare via i clienti, questa situazione è davvero opprimente, sarebbe già qualcosa anche il poter lavorare solo a pranzo».

silvano-scalzini-2-418x650Un doppio colpo, considerando anche quello dato in passato dal terremoto: «Come al solito sono penalizzate le piccole attività dell’entroterra – conclude Scalzini – già il nostro lavoro era fortemente diminuito, ora si sta cercando di far chiudere anche chi era riuscito a sopravvivere. In montagna ancora non si può lavorare all’aperto, ci sono molti altri locali nelle mie stesse difficoltà. Non sono assolutamente contro le regole per prevenire la pandemia, anzi ben vengano i controlli. Però sarebbe stato più giusto far gestire le chiusure ai sindaci che conoscono le attività del loro territorio e possono controllare maggiormente se un locale rappresenta un rischio o meno, invece così si favoriscono solo le grandi distribuzioni».

 

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