Don Carlos, contagiato due volte:
«Sono finito in ospedale, ora sto bene
Tornerò presto ad assistere i pazienti»

MACERATA - Il parroco della chiesa Santa Madre di Dio ha contratto il Covid nuovamente, da venerdì è tornato a casa. «La prima volta non me ne ero accorto, stavolta ho avuto un principio di polmonite. Ho vissuto sulla mia pelle l'aggressività di questo virus. C'è bisogno di essere uniti e di solidarietà. Non vedo l'ora di poter riprendere ad assistere i malati in corsia»
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Don Juan Carlos Munoz

 

di Federica Nardi

E’ l’unico parroco della provincia di Macerata che assiste i malati di Covid in corsia. E se lo è preso due volte il Covid. La seconda, purtroppo, l’ha portato al ricovero in ospedale. Don Juan Carlos Munoz, 50 anni, per tutti don Carlos, è il parroco di Santa Madre di Dio a Macerata ed è tornato a casa questo venerdì dopo un ricovero di 10 giorni nel reparto di Chirurgia di Civitanova, trasformato in reparto Covid. «Nonostante da ottobre stia lavorando nelle corsie tra i malati di Covid avevo sottovalutato l’aggressività di questo virus. Non pensavo fosse così aggressivo. L’ho vissuto sulla mia pelle», racconta a Cronache Maceratesi. E già non vede l’ora di tornare in prima linea per aiutare i pazienti. «Riposeremo in Paradiso – afferma con serenità -. Non in questo mondo».

Don Carlos, lei aveva già contratto il virus? 

«Sì, ma la prima volta avevo avuto sintomi insignificanti e lo avevo scoperto solo dopo, quando ho fatto un test sierologico. Invece questa volta avevo febbre e mal di testa e un principio di polmonite. Sono stato prima al Pronto soccorso, dove per fortuna non ho avuto bisogno dell’ossigeno, poi sono stato ricoverato per la terapia nella Chirurgia di Civitanova. Sono rimasto lì circa dieci giorni e sono tornato a casa venerdì». 

Come è stata la sua esperienza di ricovero?

«Vorrei ringraziare di cuore tutto il personale del Pronto soccorso di Civitanova e del reparto di chirurgia Covid dove sono stato ricoverato. Si sono caratterizzati sia per le competenze che per gentilezza e accoglienza. Con questa esperienza di malattia mia si è creato un doppio effetto domino, sia negativo che positivo. Da una parte le conseguenze di essere malato. Nel senso che smetti di celebrare messe per i parrocchiani. E purtroppo si sono visti privare dall’assistenza spirituale tanti malati sia nelle corsie dell’ospedale che nei reparti Covid della provincia. Un effetto che non avevamo preventivato né valutato: tante persone che aspettavano la mia presenza si sono visti privati».

E quello positivo?

«Tanta generosità e solidarietà. Tanta preoccupazione soprattutto per la mia salute ma anche nei confronti di altre persone che in questo momento stanno male e vivono la solitudine e l’isolamento dovuto alla quarantena. Ci sono poi gli anziani che hanno paura di contagiarsi, i malati che non possono muoversi. Tutti si sono messi in moto per aiutare, chiedendomi se mi serviva qualcosa o se potevano dare una mano. Sia in ospedale che in parrocchia tante famiglie hanno dato una mano per portare avanti tutto quanto, anche in mia assenza».

Un bel segno…

«A me veniva questa riflessione: in questo momento di crisi che viviamo, qui a Macerata siamo tutti quanti invitati a evitare le polemiche e le critiche e a mantenerci uniti. Questa tragedia del Covid che ha conseguenze sociali, economiche, spirituali e sanitarie, portiamola insieme tutti quanti. Siamo invitati a mantenerci uniti, non a dividerci. E a esprimere la nostra solidarietà con chi ha bisogno in questo momento. In tanti condomini ci sono persone malate e famiglie in quarantena. Siamo invitati tutti a darci una mano a vicenda. Perché può toccare a tutti. L’ho vissuto io sulla mia pelle e vorrei che in ogni condominio e palazzina potessero vivere l’esperienza della solidarietà. Che tutti si potessero sentire non con il dito puntato, “guarda quello è malato” ma “hai bisogno del mio aiuto?” Ci vuole questo. È una delle esperienze che sto tirando fuori dalla mia malattia in questo momento. Qui rinchiuso a casa mi sento solidale con chi non può uscire, con chi sta male veramente (perché io alla fine sto bene). Mi aiuta a maturare e a crescere perché so che ci sono tante persone che stanno peggio di me».

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Don Juan Carlos Munoz insieme a Guido Bertolaso

Si sarebbe mai aspettato di potersi contagiare di nuovo?

«Nonostante da ottobre stia lavorando nelle corsie tra i malati di Covid avevo sottovalutato l’aggressività di questo virus. Non pensavo fosse così aggressivo. L’ho vissuto sulla mia pelle. La seconda volta ho sentito l’aggressività di questo virus su di me, è davvero forte. c’è da guardare alla possibilità di vaccinare il prima possibile per proteggere anziani, vulnerabili e malati».

Il Covid non solo fa star male ma costringe all’isolamento. Lei ha assistito tantissime persone, che cosa ha notato rispetto a questa esperienza?

«Che c’è una grande differenza anche a seconda dell’età. Una cosa è essere anziano e malato con il Covid. Una cosa è essere più giovane, dove hai più risorse per far fronte alla solitudine e all’isolamento. L’anziano è fragile e vulnerabile, l’isolamento e la solitudine provocano in lui o lei un deterioramento più veloce della sua salute. È una situazione triste. Perché il giovane, anche con difficoltà, riesce a superare il problema di non essere in contatto con altri ma chi è anziano subisce tanto tanto tanto questa situazione di non contatto, soprattutto con i propri cari».

Che cosa può aiutare? 

«La gentilezza e quell’amore con cui lavorano gli operatori sanitari nonostante la loro stanchezza. Perché dopo un anno non ce la fanno più. Parlo con i medici, con gli infermieri che me lo dicono: siamo veramente massacrati. E io li capisco. Ho visto con i miei occhi, da paziente, come loro sono davvero stanchi e massacrati. Nonostante questo, danno il meglio di loro stessi per aiutare le persone che stanno male».

Oggi si celebra la Pasqua, qual è il suo messaggio per chi la legge?

«In questo momento storico della nostra vita siamo invitati a fare un atto di coraggio e fidarci di Cristo. Non possiamo tornare indietro, ciò che fatto è fatto ma possiamo cambiare il nostro presente e condizionare il nostro futuro. Possiamo farlo solo se ci manteniamo uniti in questo momento di sofferenza».

Tornerà in corsia?

«Tornerò in corsia e non vedo l’ora perché questa situazione di emergenza non è finita. Ora più che mai vedo l’urgenza della presenza del sacerdote in mezzo a tanti malati che hanno bisogno di compagnia, di questo contatto, scambio e assistenza spirituale. Non appena potrò tornerò a lavorare. Come dico sempre: riposeremo in Paradiso, non qui in questo mondo».

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