Governo Draghi, Carancini contro il Pd:
«Hanno tradito le donne
Gostoli scriva a Zingaretti»

L'ATTACCO del consigliere regionale al suo partito per la presenza di solo uomini dem nell'esecutivo: «E guarda caso tutti i capicorrente. Ancora una volta spicchiamo per incoerenza. Mi chiedo come possiamo credibilmente contestare sui nostri territori scelte di arretratezza politica, se poi il nazionale sconfessa con i fatti le nostre battaglie culturali»
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Romano Carancini, ex sindaco di Macerata e consigliere regionale del Pd

 

«Intendo manifestare tutta la mia contrarietà e la protesta per le scelte che il Partito democratico ha orientato nell’indicazione dei Ministri del nuovo governo di Mario Draghi. Ancora una volta spicchiamo per incoerenza. Nessuna donna in delegazione e, guarda caso, tutti e tre i capicorrente del partito». Sono le parole del consigliere regionale dem Romano Carancini, che punta il dito contro la scelta dei ministri del nuovo governo Draghi. In particolare, l’ex sindaco di Macerata critica proprio il suo partito per il fatto che tra i tre ministri scelti fra i democrat (Orlando al Lavoro, Franceschi alla Cultura e Guerini alla Difesa) non ci sia neanche una donna.  «Mi chiedo come possiamo credibilmente contestare sui nostri territori scelte di arretratezza politica (il riferimento è alla polemica sulla presenza di una sola donna nella giunta regionale guidata da Acquaroli, ndr) – continua Carancini – se poi il Pd nazionale sconfessa con i fatti le nostre battaglie culturali (attenzione non da riserva indiana) e ci delegittima nelle nostre comunità. È evidente che di questo passo le persone non potranno mai vederci come una scelta diversa, di vera democrazia. Noi siamo il Pd e le parole che seguono sono quelle di Walter Veltroni all’atto fondativo del 2007: “Il Partito democratico, il partito che dovrà dare l’ultima spallata a quel muro che per troppo tempo ha resistito e che ha ostacolato la piena irruzione della soggettività femminile nella decisione politica e nella vita del Paese. La rivoluzione delle donne ha affermato in tutte le culture politiche il principio del riconoscimento della differenza di genere come elemento costitutivo di una democrazia moderna. È questa esperienza che dovrà essere decisiva, fin dal momento della fondazione del nostro partito”. Ecco, abbiamo tradito, ancora una volta, quello per cui siamo nati. Un altro passaggio dei nostri capi nazionali che rende ancor più ripida la salita di chi, sui territori, si confronta con le persone e cerca di riavvicinarle, anche deluse da destre violente, populiste, sovraniste e autarchiche. Dichiara il segretario Nicola Zingaretti che ci rifaremo con i sottosegretari». Secondo Carancini quello dei sottosegratari sarebbe un contentino peggio del buco, che «dovrebbe spingere le donne del Pd – aggiunge il consigliere regionale – a rinunciare a qualsiasi incarico del cosiddetto sottobosco dei sottosegretari, lasciando al gruppo dirigente tutta la responsabilità di un passaggio che offende le donne e gli uomini che credono ancora nei valori fondativi del Partito democratico».

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Il segretario regionale dem Giovanni Gostoli

«Un secondo aspetto che non può essere taciuto – continua Carancini – è la dittatura dei capicorrente. Ho letto con sincera speranza le parole di Stefano Bonaccini nell’intervista a Repubblica di questa settimana sul futuro di un partito capace di dialogare nel pluralismo delle sensibilità e sulle idee, ma senza che prima di esse conti l’incancrenimento delle correnti e tutto ciò che ne consegue. Uomini, solo uomini per tutte le stagioni, che pontificano strategie, perdono consensi, collegi ma continuano, anche con supponenza, a rivestire sempre ruoli di potere e condizionamento. Dobbiamo confrontarci e ricostruire un Partito democratico che trovi nei valori fondativi del 2007 la forza e il coraggio della strada maestra. Un segno di coraggio – conclude l’ex primo cittadino – lo chiedo a Giovanni Gostoli e alla direzione regionale affinché, con una nota netta, rappresentino formalmente e immediatamente al segretario Nicola Zingaretti tutto il senso della frustrazione di una base di iscritti e simpatizzanti che non può più sopportare la colpevole incapacità nel guidare un partito popolare senza rispettarne i suoi stessi valori fondativi».

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