«L’importanza della convivialità
per la qualità della nostra vita»

L'INTERVISTA di Ugo Bellesi - Tutti abbiamo sofferto nei mesi trascorsi in casa a causa del covid. Ci sono mancati quei momenti di aggregazione, di condivisione, di scambio di emozioni e di socializzazione che creano un legame più profondo. Ne parliamo con Lorenza Natali che nella Civica enoteca aveva curato gli incontri enogastronomici
- caricamento letture
Print Friendly, PDF & Email
lorenza-natali

Lorenza Natali

 

di Ugo Bellesi

Lorenza Natali, responsabile dell’Area promozione della Camera di commercio delle Marche, sede di Macerata, che, per tutto il tempo in cui è esistita la Civica enoteca dell’Ente camerale, aveva guidato gli incontri pomeridiani dedicati all’enogastronomia del territorio, ha “sofferto” non poco il lungo periodo in cui, a causa del coronavirus, tutti siamo stati costretti agli “arresti domiciliari”, e con lei anche quanti amano la convivialità, un elemento importante per migliorare la qualità della vita.
«Adoro il senso di convivialità tutto italiano –  spiega la dott.ssa Natali – perché noi non abbiamo soltanto ricette. Quello che si trasmette è soprattutto il gusto di stare insieme intorno ad una tavola, quando emerge prepotente lo spirito di condivisione tipicamente italiano. Ed è quello che sta avvenendo oggi, dopo la riapertura dei ristoranti, con la riscoperta della buona tavola. Infatti in un momento come quello attuale il cibo diventa gioia. Abbiamo riscoperto che il cibo è la base di tutto, in quanto nutrimento che diventa piacere della vista, del gusto, dell’olfatto. Quando il cibo riesce a suscitare tutto ciò diventa opera d’arte. Né deve stupire questa mia constatazione perché il mio unico obiettivo è quello di contribuire a trasmettere e ad esaltare la vera cultura del cibo».

Non è eccessivo lo spazio che i mezzi di comunicazione, come la tv, danno al cibo?
«Oggi sono di gran moda food destination e grandi chef, ma a me fa piacere soprattutto ricordare sempre che dietro al cibo vi sono i periodi e storie di vita, quelle dei nostri genitori, dei nostri nonni, spesso epoche di fame e povertà, tradizioni rurali custodite, tramandate, con orgoglio ed amore; l’amore per l’autenticità e la genuinità».

Cosa preferisce della cucina maceratese?
«Sono molto legata alla cucina della terra maceratese, così robusta e semplice. Adoro il piatto della maceratesità per eccellenza: le tagliatelle con il sugo di papera, preparate in occasione della festa del patrono della città, il popolare San Giuliano detto l’ospitaliere. E’ un sugo davvero ricco di sapore, sostanzioso, che avvinghia le tagliatelle, ruvide, con la perna tirata a mano e pezzettini di carne di papera: una delizia. E senza papera non è San Giuliano per un maceratese doc».

La preoccupa preparare un pranzo in casa sua?
«Non sono una cuoca professionista, e quindi i preparativi di un pasto importante, in un’occasione speciale, sono per me sempre emozionanti, intensi, ma anche preoccupanti perché temo di non raggiungere i risultati sperati. Ma poi, se qualche piatto non è perfetto, non importa. Perché è sempre bello e gratificante il sorriso di chi ti ha insegnato a cucinare (se presente al pranzo) e che, con gli occhi ti dice: “Sono fiera di te”».

Nella presentazione di una tavolata cosa le interessa di più?
«Personalmente amo i dettagli, i particolari e soprattutto la presentazione di un piatto, che non significa ricerca di sofisticazioni e artifizi. La semplicità e l’eleganza catturano l’occhio del commensale, perché si mangia prima con gli occhi. Subito dopo il profumo di un piatto è parimenti importante perché l’olfatto, misterioso e istintivo allo stesso tempo, dei cinque sensi è quello che forse più ha favorito la crescita degli organismi viventi. A volte basta un profumo perché ritornino in noi suggestioni ed emozioni che credevamo dimenticate. E’ anche per questo che adoro le erbe e le spezie del nostro territorio, come lo zafferano dei Sibillini, il rosmarino, la maggiorana e il basilico. Se devo decorare un piatto lo faccio proprio con le erbe e, a volte, con i fiori».

Le piace cucinare per gli altri?
«Amo soprattutto cucinare per la mia famiglia, per gli amici, per coloro ai quali voglio bene. Mi piace creare per loro cibi capaci di esprimere “straordinarietà”, bontà da gustare e da allietare con il vino. Non un vino qualsiasi e neppure il più costoso, ma quello di una bottiglia preziosa perché acquistata in una bella cantina e tenuta in serbo, aperta proprio in quel momento da ricordare, con un profumo ed un gusto speciale. E’ così che quel momento a tavola insieme si trasforma in un mosaico di emozioni, di parole scambiate e di immagini create».

E’ importante la colazione del mattino?
«La colazione merita un posto a sé. Mi piace ricca, con il pane caldo, preparato da me, le confetture fatte da me, così come le torte e i biscotti, con caffè o orzo, bollenti e schiariti dal latte, e poi succo d’arancia».

Quale importanza lei dà al cibo?
«Premesso che nutrirsi è un’azione fisiologica, siamo oggi tutti consapevoli che il cibo è molto più di un alimento. E’ relazione, cultura, identità, impegno, cura. E, come diceva il filosofo tedesco Feuerbach in una sua opera del 1862: ‘L’uomo è ciò che mangia’… ‘Il cibo è sostanza viva, attiva e in evoluzione. Ci struttura, ci fa esistere ed essere, e ancor più ci rapporta agli altri’…’Il cibo è un ponte tra corpo e anima’. Non possiamo perciò non ricordare che riunirsi intorno ad una tavola imbandita è stato spesso oggetto di attenzione da parte di artisti e letterati. Cito ‘Il Convivio’ di Dante: ‘il banchetto diventa il luogo metaforico dove vengono allestite le pietanze della sapienza, in grado di connettere corpo e spirito’. Ma è anche indimenticabile la più popolare ed allegra scena degli spaghetti in ‘Miseria e Nobiltà’ di Totò, dove le vivande sfamano il corpo e ristorano la mente, sono sinonimo di desiderio agognato e raggiunto. E’ ciò che si chiama convivialità, cioè condividere il cibo e mangiare insieme. Scriveva Plutarco: ‘Gli uomini non si mettono a tavola per mangiare ma per mangiare insieme’. Questo oggi è più vero che mai. Soprattutto oggi che mangiamo spesso soli, di corsa, faccia al muro e senza parlare ad alcuno. Sono convinta che, anche se stiamo mangiando il cibo più salutare e sano del mondo, o il più squisito, esso non ci farà né bene né ci delizierà. Perché? Perché manca l’elemento più bello ed esclusivo del cibo: la condivisione e lo scambio. Il cibo è dono, è ospitalità, è comunione. E’ un antico valore del Mediterraneo e della cultura rurale marchigiana».

E’ contenta di essere diventata accademica della Delegazione di Macerata dell’Accademia Italiana della cucina?
«L’appartenenza all’Aic è oggi per me un nuovo percorso di conoscenza, di esperienze, di difesa delle tradizioni del territorio e di rinnovato amore per il cibo, cibo che oggi parla svariati linguaggi, e che da fatto culturale rimanda ad un universo di significati e valori più profondo di ciò che vediamo in superficie».



© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page




Quotidiano Online Cronache Maceratesi - P.I. 01760000438 - Registrazione al Tribunale di Macerata n. 575
Direttore Responsabile: Matteo Zallocco Responsabilità dei contenuti - Tutto il materiale è coperto da Licenza Creative Commons

Cambia impostazioni privacy

X