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Compagnucci e la tragedia di Bergamo:
«Non sanno più dove mettere le bare»

COVID-19, L'INTERVISTA - Il punto di vista del maceratese che sta lavorando a fianco di Francesco Micheli per il teatro Donizetti: «Purtroppo l’Italia non ha capito bene cosa sta succedendo perché i bergamaschi sono una sorta di marines»
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Andrea Compagnucci e Francesco Micheli

di Luca Patrassi

La Bergamo di Gaetano Donizetti, poi quella che si ritrova con la maglia dell’Atalanta e l’ultima che guarda le immagini dell’ininterrotto corteo di carri funebri sulla strada dell’obitorio nei giorni drammatici del corona virus. La lirica unisce storie e territori, al pari delle persone. A Bergamo lavorano per il teatro due personaggi diversamente maceratesi, uno per residenza anagrafica e l’altro artistica, che sono passati anche dallo Sferisterio, l’ex direttore artistico Francesco Micheli e il maceratese Andrea Compagnucci, già responsabile del marketing.

Il nostro referente è Andrea Compagnucci. Da quanti giorni manchi da Bergamo?

«Da gennaio vivo per lavoro fra Verona e Bergamo e rientro nel weekend; proprio a ridosso del decreto che ha bloccato gli spostamenti, ho deciso, anche su consiglio di mia moglie, di non muovermi più. Le donne hanno un istinto primordiale nel salvaguardare la vita, inoltre era molto spaventata dei danni che avrei potuto arrecare agli altri, continuando a girare fra il nord e le Marche. Al rientro ho chiamato l’Asur per segnalare i miei spostamenti, ma fortunatamente sono stato sempre bene. Nessun sintomo».

Nel selfie (fatto prima della diffusione del coronavirus) con lo staff del teatro di Bergamo Andrea Compagnucci e Francesco Micheli

Qual è la situazione lì?

«Purtroppo l’Italia non ha capito bene cosa sta succedendo perché i bergamaschi sono una sorta di marines d’Italia. E il fatto che al fronte abbiamo i marines è un problema che non ci consente di vedere davvero quanto questa guerra sia dura. Semplicemente stanno morendo in silenzio e con grande dignità. Duro da dire ma è così. Consideri che Nembro, una specie di Monte San Giusto con l’industria degli anni d’oro ha perso 70 cittadini in dodici giorni. Lei sa quanto sono grandi le plance degli annunci mortuari a Monte San Giusto? Nove manifesti che restano su anche per mesi. L’Eco di Bergamo in questi giorni ha fino a dieci pagine di annunci fitti».

Cosa dicono i suoi amici?

«Vivo in mezzo a loro da tanti anni e se noi marchigiani siamo ligi al dovere e ci sentiamo spesso inadeguati, vivere a Bergamo è tipo andare dall’analista: loro sono peggio di noi. Hanno il sacrificio nel Dna. Sono esigentissimi con loro stessi e con gli altri e non si lamentano mai: più il carico è grande, più godono una sorta di redenzione. Non è un caso se hanno dato il maggior numero di “Mille” all’impresa di Garibaldi, se costituiscono una delle ossature degli Alpini e, se nello sport, prediligono l’eroismo solitario delle scalate o delle due ruote: Walter Bonatti, Simone Moro, Felice Gimondi, Ivan Gotti, Paolo Savoldelli… È eroico tifare Atalanta tanto in B quanto in Champions. Allo stadio erano e sono gli stessi».

Che messaggi ha ricevuto?

«Gliene cito alcuni più o meno da brividi. I primi che mi capitano. “Prima di intubarti ti fanno fare l’ultima telefonata”. “Non sappiamo più dove mettere le bare”. “È una sirena continua, entrano in casa tutti vestiti di bianco e ti portano via. I tuoi familiari probabilmente non ti vedranno più”. “I forni crematori non ce la fanno”. “Scusa se non posso fare la riunione su Skype ma è appena morta la nonna del mio ragazzo”. “Papà è volato in cielo, ora sarà una stella per tutti noi”. “Si muore da soli come nei peggiori incubi”. “Io, Giorgio e Ciccio siamo ancora in Comune a dare conforto ai cittadini”. Quest’ultimo dalla segreteria del sindaco Giorgio Gori che non ha mai smesso di andare al lavoro per cercare di gestire la situazione. Il messaggio però che ci dovrebbe far riflettere di più e che li descrive al meglio è questo: “speriamo che non arrivi da voi perché se non lo regge la Sanità lombarda non so cosa vi potrà succedere”. Ricevuto da due diverse colleghe più o meno con le stesse parole. Bello forte. Se non li conosci bene la potresti prendere come un’offesa, invece, se ti hanno curato una polmonite – a me è successo due anni fa all’Ospedale Papa Giovanni in un misto di cortesia e professionalità inversamente e severamente orobiche – allora capisci che è la mamma dei marines che ti parla con il suo realismo e ti devi solo augurare che il mostro che c’è lì non arrivi mai in posti meno attrezzati. Per meno attrezzati fate voi: dico solo che quando dovevo andare in ospedale la stessa collega mi consigliò un’app per trovare il pronto soccorso con meno lista d’attesa. Bergamo è una città fantastica, bella come solo Venezia la poteva fare, organizzata e curatissima. Non vedo l’ora di poterci tornare. In città sono stato accolto in cinque minuti: i bergamaschi sono tanto schivi quanto ospitali. Oggi vorrei fare qualcosa io per loro».

 

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