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Bobo Craxi alla Saram di Macerata
e quel giuramento senza la famiglia
«Era una recluta modello»

STORIA - Il figlio dell'allora segretario del Psi prestò giuramento il 17 dicembre 1988 nella caserma dell'Aeronautica, ma il padre e la madre non riuscirono a venire. Il ricordo di Renato Brasili maresciallo e vicecomandante del plotone al quale fu assegnato Craxi junior
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Renato Brasili con il Messaggero dell’epoca

 

di Maurizio Verdenelli

Lo aspettava un nugolo di giornalisti. Rai, Ansa, quotidiani milanesi in prima fila. Ma del grande ospite atteso, il segretario nazionale del Psi ed artefice della vita politica italiana di allora, nessuna traccia. Così Macerata si perse Bettino Craxi e il figlio, il padre nel giorno solenne del giuramento alla Repubblica, da soldato. Anzi da aviere.

«Il giorno del giuramento Vittorio Michele ‘Bobo’ Craxi è rimasto solo. Mamma e sorella bloccate a Milano da neve e gelo; il padre Bettino ancora nell’altro continente, dopo Montivideo e l’Uruguay ha deciso di conoscere anche la realtà del Nicaragua. Niente di grave, sia chiaro: lui – era al piccolo ricevimento al Circolo Ufficiali con altri avieri, in rappresentanza di tutti- non gli dà peso, lo sapeva bene. E così ieri avrà pranzato con qualche amico ed amica». Lo scriveva nell’edizione della domenica 18 dicembre 1988, Giancarlo Pantanetti, cronista del ‘Messaggero’ inviato alla cerimonia solenne alla Saram. Una cerimonia bella, affollata, con i 450 ‘soldati blu’ a sfilare in perfetto allineamento. «”Sembrano finti. Sono troppo belli”, gorgheggia una ragazza» scrive ancora il cronista. Che investiga, sornione. «Ma com’è in caserma Bobo Craxi? ‘Assolutamente normale», dicono i compagni di corso. «In questi giorni ha fatto la nostra stessa vita e le nostre stesse esperienze, né più né meno», testimoniano altri due avieri. In caserma è stato bene, meglio che non nelle sue uscite in città, sempre in mezzo ad un’attenzione fastidiosa, al limite del morboso. E che sia stato una recluta diligente lo dicono anche i suoi istruttori: «Spesso preferisce non andare neppure in libera uscita».

Maurizio Verdenelli con Renato Brasili

Il cronista cerca poi di verificare le voci che giravano a Macerata in quel mese tra novembre e dicembre di quasi 32 anni fa. «E’ vero? che avete avuto un trattamento extra, con vitto da hotel ed altre eccezioni? Non credo. Eppoi non c’ero ai precedenti Car». Questo qui ha una carriera aperta in diplomazia. Le voci che girano in città secondo cui grazie a Bobo Craxi se la siano passata meglio dei loro predecessori viene liquidata con un sorriso anche dai graduati: «Inevitabili chiacchiere. Non è tutto oro». «A distanza di anni posso confermare: nessun favoritismo, in ogni caso i suoi compagni di corso non l’avrebbero consentito. Non si facevano sconti. Non si erano fatti con il figlio di Alessandro Forlani, che forse per la vita militare non mi apparve tagliato, né con il figlio del segretario nazionale del Psdi, Pietro Longo, nè per il figlio dell’allora Capo di Stato Maggiore dell’Arma, dei quali sono stato istruttore (con il giovane Longo, a Taranto) e neppure per il noto giornalista e scrittore Beppe Severgnini, aviere a Macerata ma da me non addestrato», ricorda Renato Brasili, maresciallo vicecomandante del plotone al quale fu assegnato Craxi junior. Brasili, sanginesino doc, congedatosi nel 2010 (ultima destinazione dopo la chiusura della Saram, nel 1995) vive ora a Montecosaro Scalo.

La pagina del Messaggero dedicata al giuramento di Bobo Craxi

Che ricordi, maresciallo di quel mese di naja alla fine dell’88?

«Bobo e’ stato una recluta modello. Sempre pronto, sempre presente, mai un appunto. Altro che grand gourmet: alla mensa aspettava il suo turno anche un’ora. Ogni volta c’erano 400/500 avieri da mettere in fila per il pasto».

Nessuna richiesta particolare? Nessuna eccezione per lui?

«Ripeto: nessuna. Una sola, ma c’era da capirlo. Dopo il giuramento, quel sabato, mi chiese di potersi disarmare (in dotazione per tutti il fucile automatico SC70  che aveva sostituito il Fal) in anticipo rispetto agli altri prevedendo che seppure non aveva la famiglia accanto, sarebbe stato al centro dell’attenzione di tutti, a cominciare da giornalisti e fotografi. Ed arma in pugno, non era il caso di affrontare un tale assalto. Lo ricordo ancora con affetto. Lenti sottili, bianche, mai uno sbuffo. Amico di tutti: sapeva che non avrebbe avuto sconti dai commilitoni. Né penso avesse avuto mai in mente di chiederli. Insomma perfetto, tanto da restare in camerata pur di non affrontare ogni sera l’abbraccio di una città che forse lo spiava troppo. Mi sono sempre sentito peraltro un padre dei miei ‘ragazzi’: non ho mai regalato nulla a nessuno, ma sono stato sempre al loro fianco, marciando sotto il sole, la neve e la pioggia condividendo tutto a cominciare dalla fatica. Conservo tante lettere di congedati: ragazzi che sono diventati uomini in divisa. E certe espressioni mi fanno commuovere ancora».

Bobo Craxi

Che altri ricordi del ragazzo Craxi?

«Un giovane ventiquattrenne assolutamente non impulsivo, che sapeva porsi, che non chiedeva nulla se non di fare il proprio dovere. Voce calma, molto posato. Un modello anche in una scuola specialistica come la caserma maceratese che veniva indicata come modello, elogiata -fatto non comune- all’interno della stessa Aeronautica. I nostri ragazzi, per la preparazione completa che ricevevano, erano richiesti da tutti i reparti dell’Arma Azzurra. Una soddisfazione per noi istruttori: il Car della Saram ha contato fino a 700 allievi e per Macerata  (da parte mia ho addestrato plotoni fino a 90 effettivi), non solo per l’Aviazione militare, ha rappresentato un fiore all’occhiello. Devo dire che tuttavia la città quasi non si è mossa, o se lo ha fatto, è stato troppo tardi (almeno di due anni) per salvare un’istituzione che andava salvaguardata con forza. Io ci ho lavorato 20 anni, dal ’75 sino alla fine. Ho chiuso a Loreto, dopo quarant’anni di attività in tutte le caserme italiane. Loreto ha mostrato di tenere tantissimo a questa realtà a stellette: e i fatti sono a confermare un legame ormai indissolubile».

Quali altri ricordi?

«Le cerimonie solenni che facevano da scenario al giuramento. C’era una gran folla di familiari, parenti, amici, fidanzate che per due giorni riempiva alberghi e ristoranti. Un gettito sicuro, una volta al mese. Ricordo il colonnello Gori, comandante al tempo di Bobo e l’ultimo, il colonnello Rohr che chiuse il 24 luglio 1995 quest’epoca. Ricordo le marce (Bobo era allineatissimo) tra le fontane sul grande piazzale di 5.000 metri quadrati: d’estate ognuno beveva in fretta nei riposi brevi per non togliere spazio ai compagni».

A proposito dell’ex piazzale Saram. Che ne dice dell’iniziativa del Comune di riportare alle Casermette, suo luogo d’origine, l’ala d’aereo ora in via Piave dove (essendo sindaco Maulo) fu posta l’11 luglio 1996?

«Ottima. Un segno ora seminascosto, un monumento che ‘torna sui suoi passi’ a far memoria sopratutto ai giovani della bella storia che ha avuto protagonista un’istituzione cara e benemerita come fu l’Arma Azzurra a Macerata».

La vita maceratese di Bobo Craxi: la naja, gli amici e il Giardinetto

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