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Non si può sacrificare la sicurezza
per accelerare la ricostruzione

IL COMMENTO di Ugo Bellesi - Il nuovo testo introduce una distinzione tra zone più o meno pericolose con una previsione fallace: significa che le case non saranno antisismiche. Il tutto per far rientrare i 37.000 sfollati che, con il Cas, costano 15 milioni di euro al mese? Ci si poteva pensare prima concedendo a Spuri il personale che aveva richiesto. Ma intanto c’è progetta discariche e chi porta cicloturisti in un paesaggio devastato dalle casette
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Vissani in piazza a tre anni dal terremoto

 

di Ugo Bellesi

Ogni decisione umana (come ogni azione) è caratterizzata da una causa (che l’ha provocata) e da un effetto (cioè dalle sue conseguenze). Così è successo che qualche mese dopo il terremoto del 2016, quando già si impostava il discorso della ricostruzione, l’ingegnere Cesare Spuri, responsabile dell’Ufficio ricostruzione, aveva a ripetizione fatto presente che l’organico di tecnici a sua disposizione era insufficiente ed aveva chiesto il supporto di almeno cento persone abilitate a tale compito. Non solo, ma era pure evidente a tutti che in un settore tanto importante per la ricostruzione (tenuto conto che si prevedeva che sarebbe andata avanti per almeno venti anni) era necessario che quei tecnici fossero stabilizzati. Anche perché, dopo un tirocinio del genere in un’area tanto devastata, con mille problemi da risolvere, sarebbero diventati degli specialisti da essere poi impiegati pure in altre situazioni di emergenza.

Cesare Spuri

La richiesta di Spuri non è stata esaudita ed anche l’evidente necessità di stabilizzare quel personale è stata tenuta in “non cale”. E questo per la evidente volontà di risparmiare ad ogni costo. Il tutto ha fatto sì che la naturale conseguenza fosse il rallentamento dell’inoltro delle richieste di ricostruzione in particolare dei privati ma anche degli enti pubblici. Con il risultato che oggi ci si lamenta perché la ricostruzione non parte, che le macerie giacciono ancora in mezzo alle strade e che le zone rosse ancora non sono state smantellate. E pensare che quello doveva essere il “più grande cantiere d’Europa” con le imprese edili impegnate a pieno ritmo per anni. E la logica vuole che anche il Pil se ne sarebbe avvantaggiato. Purtroppo non è andata così. Ma oggi (purtroppo in ritardo) ci si è accorti che sono tantissime famiglie terremotate rimaste in situazioni di emergenza, allocate in alloggi privati o anche in alberghi della costa, le quali beneficiano del Cas (contributo di autonoma sistemazione). Si tratta esattamente di 37.000 aventi diritto per un costo complessivo di 15 milioni di euro al mese. Pertanto solo adesso si corre ai ripari, cercando in qualche modo di accelerare la presentazione dei progetti di ricostruzione utilizzando un “marchingegno”. Infatti nell’ultimo “decreto terremoto” si è deciso che “nelle zone in cui c’è meno pericolo si applicano parametri tecnici più semplici, mentre nelle zone a più alta sismicità, che sono anche le più colpite, non è pensabile allentare i parametri tecnici”.

Case danneggiate dal sisma a Tolentino

E a questo punto l’uomo della strada si domanderà: chi decide quali siano le zone dove c’è meno pericolo? Quelle in cui nel sisma 2016 ci sono stati meno danni? Questa è una previsione assolutamente fallace dal momento che nessuno può essere certo che le meno colpite del 2016 non siano le più colpite tra 20 o 50 anni. E viceversa neppure è possibile stabilire che le più colpite del 2016 lo saranno anche fra 20 o 50 anni. Se si vuole fare una seria ricostruzione, sia nelle zone più colpite che in quelle meno colpite, le abitazioni e gli edifici pubblici dovranno “sacrosantamente” essere ricostruiti con criteri assolutamente antisismici. E le microzonazioni sismiche devono servire proprio per essere scrupolosi al massimo. Lo abbiamo ripetuto nei mesi scorsi: non è sufficiente il miglioramento sismico. E’ indispensabile l’adeguamento sismico per tutte le costruzioni. Quindi in nessun caso si dovranno “allentare i parametri tecnici”. E passiamo ad altro argomento non meno “doloroso” per noi semplici cittadini amanti di questo territorio. Se non ricordiamo male, c’è stato un sindaco a Macerata, esattamente Otello Perugini, che è passato alla storia (quella locale) come il “sindaco delle fontanelle”. Infatti aveva realizzato qualche decina di fontane in varie zone della città, anche negli angoli più nascosti. Dopo tanti anni è invece il presidente della giunta regionale che è destinato a passare alla storia come il “presidente delle piste ciclabili”. Infatti dopo averne realizzate e programmate parecchie, ora ha convinto la fondazione Pistoletto di Biella ad attivare sei ciclovie nelle aree colpite dal sisma del 2016 “mappate e georiferite, per favorire un turismo lento by bike”. Tutto è possibile ma che i cicloturisti della domenica si arrampichino fino a Frontignano o a monte Prata, ma anche soltanto a Castelsantangelo sul Nera o a Ussita, cioè nelle zone terremotate, sarà un po’ difficile crederlo. Evidentemente le ciclovie saranno realizzate in zone molto meno impervie e cioè all’altezza di Tolentino e San Severino. Ma sicuramente, in questo modo, si perderanno le vere bellezze del territorio. Tra l’altro fa sorridere quando, in un comunicato che annuncia l’accordo con Pistoletto, si parla di «paesaggi incontaminati, natura e qualità ambientale, e poi arte, cultura e storia in un mix affascinante tra mare e montagna».

Le sae a Ussita

Evidentemente nessuno si è ancora fatto un giro in montagna per vedere come il paesaggio sia stato stravolto dalle famigerate “Casette”, sistemate purtroppo nelle aree strategiche. Nessuno si è ancora reso conto che alcuni pascoli, privi di abbeveratoi perché la fonte si è asciugata per il sisma, sono stati abbandonati. Nessuno ha mai dato l’allarme per alcuni boschi che non sono più attraversabili perché, non più curati, si sono riempiti di rami caduti, di piante del sottobosco e a volte anche di rifiuti. Si è anche appreso che l’artista Pistoletto «ha riconosciuto alle Marche le potenzialità di un luogo della rinascita per l’Italia ed il mondo, promuovendo e sviluppando la più estesa e sistematica conoscenza, valorizzando antiche e nobili tradizioni artistiche, culturali, paesaggistiche, enogastronomiche e antropologiche». Questo poteva esser vero prima del terremoto 2016. Adesso non è più così. Adesso si punta sulle discariche (come quella prevista a Matelica), su di un’industria insalubre che dovrebbe andare in altra località, su piantagioni di nocciole e chi più ne ha più ne metta. Le tradizioni artistiche e culturali c’erano ma non sono state più coltivate e la gente è stata costretta ad andarsene. E il patrimonio artistico di queste bellissime città e paesi è disperso in vari siti. Quando tornerà? Avevamo e abbiamo anche ottime tradizioni gastronomiche ma non facciamo nulla per conservarle. Molti di questi bravissimi artigiani di prodotti eccellenti si stanno invecchiando e presto per l’età saranno costretti a chiudere. La desertificazione del territorio sta facendo il resto.

E si potrebbe continuare ancora su questo tono, ma preferiamo un attimo soffermarci sul problema delle discariche. Ebbene bisogna sapere che nel 2017, circa un anno dopo il sisma del 2016, in sede Cosmari e Ata 3 vennero firmati, da tutti i rappresentanti comunali della provincia di Macerata, dei documenti in cui si indicavano le aree più idonee ad ospitare potenziali discariche di rifiuti o inceneritori. Ebbene in quella occasione non si seppe fare di meglio che scegliere due aree terremotate e tra l’altro non molto lontane dall’epicentro. La prima era quella al confine tra i Comuni di Matelica e Gagliole. La seconda quella al confine tra Matelica, Esanatoglia, Cerreto d’Esi e Fabriano (in questo caso la discarica doveva servire per i rifiuti delle province di Macerata e di Ancona: quindi non era tanto piccola). In questa scelta si sarà pensato: 1) innanzitutto sono zone lontane dal mare e quindi non disturba il turismo balneare; 2) sono due aree terremotate e pertanto, quando inizieranno gli sbancamenti per la discarica, saranno impegnate nella ricostruzione delle case; 3) la crisi inevitabile delle piccole industrie ci consentirà di far credere loro che anche una discarica può essere una risorsa. Senonché, guarda caso, proprio in questi giorni è venuto nelle Marche, per una conferenza, il sostituto procuratore della Repubblica di Napoli, Maria Cristina Ribera, che si occupa di problemi di impatto ambientale oggetto di indagini della magistratura. E la sua raccomandazione è stata questa: «Siate sempre attenti. Le maggiori infiltrazioni malavitose ci sono soprattutto nei settori dei rifiuti. Anche queste zone – ha aggiunto il magistrato – non sono indenni da certi fenomeni e ci sono imprese che non possono funzionare in maniera legale proprio per la tipologia di attività che svolgono». E ha citato un caso verificatosi a Corinaldo.

Il caffè Sibilla dopo il terremoto

E a pensarci bene la scelta di Matelica-Gagliole e di Matelica-Fabriano sembra fatta apposta per facilitare certe attività. Infatti queste zone «hanno il vantaggio – come sostengono quelli del Comitato No Pedemontana e gli ambientalisti – di essere attraversate dalla pedemontana Fabriano-Muccia e quindi la presenza di infrastrutture viarie facilita l’accessibilità al sito e la comunicazione per i mezzi di trasporto e del conferimento dei rifiuti». Attraverso la Foligno-Civitanova potranno arrivare anche i rifiuti di Roma. Di fronte a questo quadro allarmante, come si fa a pensare, come nell’accordo tra Regione Marche e fondazione Pistoletto, alla “Creazione di centri di interpretazione Marche Rebirth che consentiranno ai turisti di interpretare da protagonisti il paesaggio marchigiano, facendolo diventare un’opera artistica collettiva”? Tra l’altro è prevista anche “la formazione degli operatori turistici locali, di piani di comunicazione integrati e valutazione delle ricadute economiche sul territorio” Se i cicloturisti alla ricerca del paesaggio incontaminato finiranno per cadere in una discarica non sarà da meravigliarsi.

 

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