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La lezione di Bravi e Fiordomo,
Pd a casa per manifesta incapacità

IL COMMENTO - C’erano tutte le condizioni affinché, per un centrosinistra unito e coeso, le elezioni si trasformassero in una passerella trionfale. Invece i dem ci hanno messo del loro, facendo di tutto per far vincere il centrodestra: un atteggiamento palesemente autolesionistico. Federazione provinciale e coordinamento cittadino vanno commissariati, nessuna via di mezzo: bisogna voltare pagina
martedì 11 Giugno 2019 - Ore 11:19 - caricamento letture
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La festa in Comune dopo la vittoria di Antonio Bravi

 

 

 

di Fabrizio Cambriani

La storia, ma anche la cronaca, non si scrive mai con i se. Però, nel caso delle ultime elezioni comunali di Recanati, bisognerebbe, eccezionalmente, prendere in considerazione anche questa eventualità. Non tanto per mere ragioni accademiche, ma soprattutto per legittima difesa. Laddove il concetto di difesa va interposto nei confronti di figure e figuri che, per una serie di dimostrate e incontrovertibili ragioni, non si sono rivelate capaci, in virtù del loro ruolo di rappresentanti, di agire in nome e nell’interesse del rappresentato (ex art. 1388 del Codice civile).

Il passaggio della fascia tricolore tra Francesco Fiordomo e Antonio Bravi

Antonio Bravi, candidato per uno dei due centrosinistra presentatisi a Recanati, è stato eletto al ballottaggio, per appena 29 voti di scarto sull’avversario di destra Simone Simonacci. Significa che se appena 15 elettori avessero optato diversamente, ora Recanati sarebbe in mano all’alleanza di centrodestra. Eppure, la coalizione del governo uscente, a guida Fiordomo – calcoli alla mano – disponeva sulla carta, del 64% dei consensi dei recanatesi. Numeri impressionanti che, in condizioni di normalità, avrebbero presunto un avversario solamente per una battaglia di bandiera. Anche perché negli ultimi dieci anni di amministrazione, la città è indubbiamente cresciuta ed è prepotentemente ascesa nei livelli di visibilità nazionale e internazionale. Mi piace, in proposito e per correttezza, annotare un episodio: nei miei pezzi trascorsi non ho lesinato critiche alla ripartizione dei fondi destinati ai centri terremotati e spesso ho preso di mira proprio Recanati, con ciò suscitando le ire e le rimostranze del suo sindaco. In una lunga telefonata di qualche tempo fa, proprio Fiordomo, tra le tante cose, me ne disse una che mi è ancora rimasta impressa: «Io a Roma ci sono stato più volte, ma solo per fare gli interessi di Recanati, i tuoi sindaci dell’epicentro, invece ci sono andati solo per portare a casa una candidatura alle politiche». Argomentazione a cui mi sono dovuto inchinare prendendone amaramente atto, senza poter replicare.

Andrea Marinelli

Insomma, a Recanati c’erano tutte le condizioni affinché, per un centrosinistra unito e coeso, le elezioni si trasformassero in una passerella trionfale. Invece il Partito Democratico locale ci ha messo del suo. I contrasti con Fiordomo prima occulti, si sono via via palesati e trasformati in inconciliabili fratture. Con una segreteria provinciale che assisteva, colpevolmente immobile, allo squarcio che, giorno dopo giorno, si allargava sempre di più. Finché il partito recanatese scaricava e sconfessava il suo sindaco uscente, per imbarcare un candidato proveniente dalle file del centrodestra e che, nel momento topico del ballottaggio, si schierava, assieme alla sua locale formazione politica, con il candidato del centrodestra, Simonacci. Innescando, con ciò, un tutti contro tutti. Ma agli occhi degli smarriti elettori, una confusione tale che portava i più moderati, quantomeno a disertare le urne, mentre i più umorali a votare, per protesta, per il candidato alternativo delle destre. Il risultato sono i 29 voti di scarto e uno spoglio rigorosamente sconsigliato ai cardiopatici. Fiordomo vince la sua battaglia solitaria. Nonostante il Pd recanatese e quello provinciale. Che, a quanto mi risulta, lo ha già depennato anche da un’eventuale candidatura per prossime regionali. Un atteggiamento palesemente autolesionistico che, arrivati a questo punto, deve chiamare necessariamente in causa i livelli regionali e nazionali, affinché almeno ne riducano i danni. Per aggiustare una volta per tutte le contraddizioni che vedono protagonista la classe dirigente del Pd (non solo) recanatese, sostenuta e appoggiata da quella provinciale, nei confronti del suo vero intero elettorato. Che, nelle espressioni di vero voto democratico, puntualmente boccia senza appello l’apparato di partito, ma premia i suoi amministratori – a suo dire – recalcitranti. Per non dire traditori.

Da sinistra Giovanni Gostoli e Francesco Vitali

L’episodio di Recanati è un caso di scuola. Un Partito Democratico che si mette contro il suo sindaco uscente. Individua un candidato alternativo. Lo copre di lodi sperticate per oltre un mese e mezzo di campagna elettorale, definendolo in ogni dove, il miglior candidato possibile. Fino a quando – a meno di una settimana dal ballottaggio – questi non dichiara alla città e al mondo intero di votare e di invitare a votare per il candidato di centrodestra. Insomma, una débâcle totale che, in condizioni di normalità, richiederebbe il sotterramento collettivo dell’intera classe dirigente locale, con tanto di scuse all’intera cittadinanza. Ma, in questo caso, anche voti e accensioni di ceri per lo scampato pericolo a cui hanno colpevolmente esposto la città leopardiana. Che, sia detto per inciso, meritava ben altro trattamento, piuttosto che un governo di queste attuali destre. Il 28 di maggio scorso, il segretario regionale del Partito Democratico, Giovanni Gostoli, scriveva su di un social network un post che così si concludeva: «Adesso la priorità è vincere le città dove andiamo al ballottaggio. Poi, subito dopo, apriremo una profonda riflessione sulle luci e ombre del voto per preparaci al meglio alle prossime sfide». Alla luce di queste chiare e inequivocabili parole, personalmente mi aspetto il commissariamento del Pd della città di Recanati per manifesta incapacità politica della sua intera classe dirigente e della federazione della provincia di Macerata che si è rivelata se non succube, quantomeno inadeguata a gestire la delicata situazione. Vie di mezzo o eventuali decisioni salomoniche, finalizzate a salvare capra e cavoli, in questo momento storico non sono gradite a nessuno dei potenziali elettori. È il momento dell’estrema chiarezza e delle scelte. Anche drastiche. Ma propedeutiche a voltare pagina una volta per tutte. Vedremo se la nuova segreteria regionale ne sarà all’altezza.

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