“Macerata granne” si diceva una volta
ma “grande”, ora, è diventata sul serio

LA DOMENICA DEL VILLAGGIO - I tristi fatti di gennaio e febbraio che hanno fatto conoscere la nostra città nel mondo aprendo le porta di un'età più adulta
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di Giancarlo Liuti

Il mondo attuale non propone imprese di cui vantarsi e quasi tutti gli esseri umani si rassegnano al grigio “tran-tran” del tirare a campare. E la speranza di un futuro migliore? C’è soltanto nelle fiabe che narriamo ai nostri bambini per fargli prendere sonno.
Però attenzione: le recenti vicende di Macerata, quelle della povera Pamela, del feroce nigeriano Oseghale e del filonazista Traini han fatto sì che il nome di questa città sia ripetutamente comparso negli organi d’informazione non solo italiani ma di tutta Europa e anche negli Stati Uniti, la qual cosa ha reso questa città molto più nota di prima su scala internazionale. Per ragioni poco edificanti, d’accordo. Ma oggigiorno, a prescindere dalla qualità estetica ed etica degli eventi, è soprattutto la loro fama ad accrescere anche l’attenzione mediatica del luogo nel quale si sono verificati. Con ciò non intendo dire che Macerata debba essere felice delle brutte cose capitate nel proprio territorio, ma un fatto, oggigiorno, è sicuro, ossia che a causa di tali vicende la nostra amata città è diventata più conosciuta, importante, più autorevole e quindi “più grande” di un anno fa.

Ma com’era Macerata ieri, l’altro ieri , l’altro ieri dell’altro ieri e così continuando a ritroso? Secondo gli studiosi di storia il suo nome deriverebbe dalle “macerie” di “Helvia Recina”, una piccola città romana sul greto del fiume Potenza che nel quarto o quinto secolo fu distrutta dai Goti. Un’altra ipotesi riguarderebbe invece la “macerazione”, quel procedimento che allora consisteva nello sfibrare lino e canapa in acqua per ricavarne fibre tessili da utilizzare nella confezione degli indumenti. Pare che questo “artigianato” prosperasse lungo il fiume Potenza, ma per evitare non amichevoli scorribande si sia poi stabilmente trasferito in collina, dove, in omaggio alla “macerazione”, tale definitiva localizzazione fu chiamata “Macerata”. Di teorie “onomastiche” ce ne sono anche altre, ma stavolta ho scelto quella che mi sembra la più intrigante. O, se preferite, la più favolistica.

PRIMA-PAGINA-GUARDIAN

Una prima pagina del Guardian

Forse non ce ne siamo resi conto, ma tutto il mondo, oggi, è paese e ogni paese, oggi, è il mondo. E Macerata – nel suo “piccolo” che tuttavia, come ho accennato, è anche il suo “grande” – non fa eccezione. Un anno fa non sarebbe stato possibile che gruppi di non maceratesi – come i nigeriani – si costituissero dentro le sue mura. Inutile, ora, tornare a quei brutti giorni a causa dei quali Macerata, da sempre ritenuta in Italia di non molta importanza (fatta eccezione per la stagione lirica dello Sferisterio che anche quest’anno ha fatto parlare) proprio per essere sin troppo tranquilla, fece il suo sofferto ingresso nella modernità. Ma anche per i singoli individui, del resto, le sofferenze aiutano a crescere dentro e ad uscire dalla mediocrità del tirare a campare. In quelle settimane (e ogni tanto ancora oggi) di Macerata parlarono l’Italia, l’Europa e il mondo, la qual cosa le diede una “personalità” che prima non aveva o forse, nel suo “tran-tran” sempre uguale a se stesso, ignorava di avere. E lo sbigottimento che allora la colse le aprì la porta di un’età più “adulta”, più “matura”, più “grande”. E chi oggi dice “Macerata granne” non sta scherzando, dice la verità.

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