Symbola sfida la paura,
Realacci: «I nostri emigrati
riempivano le galere Usa» VIDEO
TREIA - Il tema emerge nella tavola rotonda finale del seminario estivo. Il presidente della fondazione conclude ricordando l'Italia di un secolo fa: «Non accetto battute propagandistiche sui morti in mare». Il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia: «Dobbiamo tornare al primato della politica, immaginando un Paese attrattivo, accogliente, usando parole come speranza, sogno, utopia»
di Gabriele Censi
Sfidare paure, solitudini e diseguaglianze per costruire il futuro. Il tema di chiusura del seminario estivo di Symbola, è stato declinato dai qualificati ospiti della tavola rotonda finale questa mattina al teatro di Treia. Con un ineludibile argomento collegato: quello dell’immigrazione. Lo affronta senza ipocrisie nelle sue conclusioni il presidente della fondazione Ermete Realacci: «Impossibile perdere traccia di ciò che siamo stati. Per decenni abbiamo mandato oltre 500mila persone all’anno fuori dall’Italia in condizioni difficilissime, metà dei detenuti a New York erano italiani, a Ellis Island si sono contati 3000 suicidi. Io non amo gli estremi ma mi inc… quando sento fare battute sui tre bambini morti in mare. Serve riscoprire la nostra identità, quella locale, quella nazionale e quella europea. La stessa che evocava Bob Kennedy per l’America nel famoso discorso sul pil»
Realacci cita il terzo rapporto “Coesione è Competizione – Le nuove geografie della produzione del valore in Italia” realizzato da Ipsos per Fondazione Symbola e Unioncamere in partnership con Aiccon e con il sostegno di Ima ,Comieco, Intesa Sanpaolo e Fondazione Cariplo: «L’Italia ha bisogno di mobilitare le energie migliori per affrontare il futuro partendo dai suoi cromosomi e da ciò che la rende unica. Serve un progetto economico e sociale serio che faccia i conti con processi politici che feriscono l’Europa esaltando indifferenza, cinismo e razzismo. Dobbiamo recuperare l’identità e l’orgoglio di appartenere a un grande Paese: come diceva La Pira “Solo gli animali privi di spina dorsale hanno bisogno del guscio”. L’Italia può farcela se affronta i suoi mali antichi – non solo il debito pubblico, ma anche le diseguaglianze sociali, l’economia in nero, quella criminale, il ritardo del Sud, una burocrazia inefficace –grazie ai suoi talenti e se punta su sostenibilità, innovazione e bellezza.
La coesione che fa crescere imprese e territori, perché è la patria di quel sistema produttivo culturale dinamico e diffuso che genera più di 92 miliardi di euro e “attiva” altri settori dell’economia, arrivando a muovere, nell’insieme, 255,5 miliardi, equivalenti al 16,6% del valore aggiunto nazionale. Che scommette sulla qualità e la green economy, sui suoi saperi tradizionali e sull’innovazione, sulle forza dei territori e sulla coesione delle comunità, che dà corpo a un’economia a misura d’uomo e non lascia indietro nessuno, che vede nella necessaria risposta al cambiamento climatico anche un’opportunità. Non a caso le imprese nazionali più attente ai diritti, alla sostenibilità, alla responsabilità e alla coesione sociali, hanno registrato nel periodo 2017-2018 aumenti del fatturato nel 53% dei casi, contro il 36% delle altre imprese. Insomma un’Italia che sfida il futuro senza perdere le sue radici, che torna a sorridere, un’Italia che fa l’Italia».
Il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, mette in guardia dal pericolo isolamento: «La nostra economia si regge sull’export, oggi c’è chi cavalca rancore e rabbia, noi stiamo tentando di trasformare la rabbia in passione. Dobbiamo tornare al primato della politica, immaginando un Paese attrattivo, accogliente, usando parole come speranza, sogno, utopia». Sul governo il presidente di Confindusatria critica il decreto Dignità e rilancia il cuneo fiscale:«Siamo all’inizio aspettiamo a dare giudizi il provvedimento si può migliorare in Parlamento»
Alla tavola rotonda sono intervenuti anche l’A.d. Enel Francesco Starace, l’A.d. Novamont Catia Bastioli, Maria Letizia Gardoni, presidente Coldiretti Giovani Impresa e Aldo Bonomi, direttore di Aaster, moderatrice Claudia Terracina. Assente questa volta la politica ufficiale, dopo il forfait di ieri di Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo, oggi era atteso il presidente della Camera Roberto Fico, anche lui impossibilitato all’ultimo momento.
I numeri. Più competitiva perché più giusta: questa è l’Italia di “Coesione è competizione”. Il verbo che unisce due concetti, ritenuti distanti se non antitetici, qui sancisce un legame sostanziale tra competitività economica, qualità dei prodotti, delle vite, dei territori, comunità. Una relazione che rappresenta la peculiare identità del Paese. Perché c’è un’Italia che resiste e sa essere innovativa, creativa, solidale, collaborativa, vocata alla qualità e alla bellezza. In poche parole resiliente, giusta e competitiva, nonostante la ripresa fatichi a decollare. È l’Italia della coesione, quella che vede le aziende camminare con le comunità, coinvolgere i cittadini e i consumatori, valorizzare e sostenere i lavoratori, relazionarsi alle energie dei territori. Proprio le imprese ‘coesive’ – quelle cioè che intrattengono relazioni strutturate con le altre imprese, le comunità, le istituzioni, i consumatori, il terzo settore, perciò caratterizzate da un elevato grado di networking – hanno una performance economica migliore.
Le imprese ‘coesive’ hanno infatti registrato nel periodo 2017-2018 aumenti del fatturato nel 53% dei casi, mentre fra le “non coesive” tale quota si ferma al 36%. Dimostrando una migliore dinamicità anche sul fronte dell’occupazione: il 50% delle imprese coesive ha dichiarato assunzioni in questo periodo, contro il 28% delle altre. Un differenziale di ben 22 punti percentuali, particolarmente accentuato nelle piccole imprese. La stessa situazione avviene per le esportazioni: le realtà coesive hanno aumentato l’export nel 45% dei casi, a fronte del 38% delle non coesive, oltre a essere quelle che hanno nel dna una considerazione maggiore di valori come l’ambiente (il 38% delle imprese coesive contro il 21% delle non coesive nel triennio 2015–2017), la creazione di occupazione e di benessere economico e sociale, gli investimenti in qualità (l’82% delle imprese coesive ha fatto social investment contro il 65% delle altre). Tutte queste realtà danno corpo e sostanza a quell’Italia che, sfidando tutti i pronostici, è protagonista europea nell’economia circolare, nella green economy e nella riduzione delle emissioni climalteranti, con primati nel surplus manifatturiero (seconda in Europa solo alla Germania).




Il celebre discorso di Bob Kennedy: “Con troppa insistenza e troppo a lungo, sembra che abbiamo rinunciato alla eccellenza personale e ai valori della comunità, in favore del mero accumulo di beni terreni. Il nostro Pil ha superato 800 miliardi di dollari l’anno, ma quel PIL – se giudichiamo gli USA in base ad esso – comprende anche l’inquinamento dell’aria, la pubblicità per le sigarette e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana. Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck, ed i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini.Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Comprende le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori famigliari o l’intelligenza del nostro dibattere. Il Pil non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in poche parole, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani».
Belle parole quelle del miliardario Bob Kennedy sulla vanità della ricchezza, però leggendo la biografia del personaggio viene il sospetto che per lui ciò che rendeva la vita degna di essere vissuta fossero le orgette con la Monroe e con Nureyev che non avrebbe mai vissuto senza i suoi soldi.
E’ una grande tragedia sbagliare scuola, sbagliare maestri.