Stalle per i terremotati:
nell’impero dello spot
la verità non ha alcun valore
IL COMMENTO - L'anno scorso la disfatta della Regione sul fronte delle strutture mobili per gli allevatori, oggi dopo 11 mesi la narrazione di regime si incarica di trasformare radicalmente, edulcorandola, la cronaca di quei drammatici giorni. Nell’annunciare i numeri di quanto realizzato, il potere, celebrando se stesso, si sente legittimato a ribaltare accadimenti e situazioni

Un asino dell’azienda agricola Scolastici sotto la neve dello scorso inverno

di Fabrizio Cambriani
Nell’impero dello spot la verità non ha alcun valore, quello che davvero conta è l’immagine. Si tratta di un concetto semplice, ma efficace che già nel lontano 1961 Amintore Fanfani, all’epoca presidente del Consiglio, aveva ben compreso e cinicamente applicato anche in politica. Mi riferisco, in particolare a quando il leader della Dc, nell’aprile di quell’anno, visitò la Calabria per tre giorni consecutivi. Un viaggio rimasto memorabile per la vicenda delle famose “vacche di Fanfani”. Capitò, infatti, che zelanti dirigenti dell’allora Opera Valorizzazione Sila – manco a dirlo tutti democristiani – provvidero a spostare, di volta in volta, un cospicuo numero di bovini (che erano sempre gli stessi) lungo tutto l’itinerario della visita del presidente del Consiglio, precedendolo a ogni tappa. Ciò a dimostrazione dello sviluppo agricolo avviato nella regione e del successo delle politiche del governo. Fanfani veniva così ripreso sempre attorniato da floridi bovini, ma la verità vera era lontanissima dalla rappresentazione di quel set cinematografico. Tuttavia milioni di italiani, davanti alla tv, finirono per credere a quella ignobile montatura.
Mercoledì 13 dicembre scorso, il presidente Ceriscioli e la sua vice presidente, nonché assessore all’agricoltura Anna Casini, in una conferenza stampa hanno orgogliosamente rivendicato tutto il merito del loro duro, ma proficuo lavoro svolto sul fronte delle stalle per gli allevatori terremotati. Immediatamente sui social si è scatenata la parte di claque in loro favore con parole di biasimo e malcelata commiserazione su quanti ebbero a criticarli lo scorso gennaio, in occasione della copiosa nevicata. Nel dubbio, fate un esperimento: provate a digitare su Google le due parole stalle – terremotati e scoprirete che compariranno ben 212mila risultati. Tutte le più autorevoli testate giornalistiche italiane e straniere documentano con notizie, filmati e foto quella che si sarebbe poi rivelata la più grande e plastica dimostrazione di inettitudine politica regionale, dal dopoguerra in poi. “Terremoto SOS stalle: salgono a mille gli animali morti o feriti” titolava il 23 gennaio, addirittura e solo a titolo di esempio, il sempre misurato e anglosassone Sole 24 Ore.
È la concorde, unanime cronaca di una paralisi che ha visto letteralmente assente dalle sue responsabilità, l’intera giunta delle Marche. Di una tra le regioni più modernizzate e dotate di migliori competenze e professionalità in ogni campo. Ma del tutto sprovvista di capacità organizzativa e autorevolezza politica. Una débâcle andata in onda in diretta tv a cui hanno assistito, ammutoliti e sbigottiti, gli italiani tutti.

Luca Ceriscioli e Anna Casini, rispettivamente presidente e vice presidente della Regione Marche
Greggi interi di ovini sommersi da metri di neve. Armenti intirizziti che vagavano, sperduti e impauriti nella bufera, senza meta. Tutto perché a causa di un “difetto di comunicazione” nessuno in Regione si era premurato, a far data dal 24 agosto, di collocare dei ricoveri di fortuna per questi animali e per i loro pastori, in vista della stagione invernale. Una situazione che fece precipitare d’urgenza nelle Marche, l’irritatissimo ministro dell’Agricoltura in persona, perché bersagliato da interrogazioni e da poco concilianti telefonate. Con, in più, l’assessore Casini che accusava pubblicamente la Coldiretti di incapacità, aprendo così un altro fronte sul versante dei rapporti diplomatici con le associazioni di categoria. Finché lo stesso risoluto ministro Martina non decise di prendere in mano la situazione, così esautorando – finalmente – il governo regionale e imponendo tutta la gestione della pratica al Consorzio di Bonifica regionale.

Maurizio Martina
Dopo undici mesi esatti da quella disfatta, oggi la narrazione di regime si incarica di trasformare radicalmente, edulcorandola, la cronaca di quei drammatici giorni. Nell’annunciare – badate bene dopo ben 476 lunghi giorni – i numeri delle strutture mobili realizzate e ancora da realizzare, il potere, celebrando se stesso, si sente naturalmente legittimato a ribaltare completamente accadimenti e situazioni. Per fare un paragone calzante è come se Vittorio Emanuele III avesse dichiarato festa nazionale il 27 di ottobre per commemorare in pompa magna la disfatta di Caporetto. Succede allora che la totale e colposa assenza di benché minime, efficaci misure, così come interpretata e raccontata oggi da Ceriscioli, viene derubricata in «fase iniziale contraddistinta da difficoltà». L’onta del commissariamento, di fatto subìto, si trasforma in più potabile «scelta suggerita dal ministro Maurizio Martina, che ci ha segnalato la possibilità normativa di utilizzare le competenze e le professionalità di questo ente (il consorzio di bonifica)». Che tra l’altro – aggiungo io – messa così significa che da soli, in Regione, non lo sapevano e non ci sarebbero mai arrivati. Precipitano vertiginosamente a solo quaranta i bovini morti, contrariamente alle migliaia di animali del gennaio scorso resocontati univocamente da autorevolissimi organi di stampa. Infine la guerra feroce a suon di comunicati stampa tra l’assessorato all’agricoltura e la Coldiretti, per contendersi l’ormai datato titolo di più incapace, finisce miracolosamente, ma molto più italicamente a tarallucci e vino.
Probabilmente perché mancano meno di tre mesi alle elezioni politiche. Ma soprattutto perché per il potere il tempo, complice l’indifferenza della gente, riesce a trasformare ogni disfatta in trionfo. Perché chi comanda segue da sempre le parole d’ordine del manzoniano conte zio: «sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire». Mentre, in democrazia, alla stampa è affidato non tanto il compito ardito di stabilire da quale parte sia la verità, quanto quello di raccontare, senza filtri, fatti e circostanze. E, se possibile come in questo caso, di tenerli in vita abbastanza per non essere ingiustamente consegnati troppo in fretta all’oblio collettivo. Perché la memoria è importante e va continuamente rinnovata e coltivata.
Stalle, l’orgoglio della Regione. Ceriscioli: «Abbiamo fatto tantissimo»
Morale della favola:
Amministratori regionali VERGOGNATEVI,
fatevi da parte e lasciate lavorare a chi ha dimostrato di saperlo fare
E’ inutile offendere. C’è solo da cacciarli a calci col voto. Vedremo le popolazioni interessate se avranno i coraggio di cambiare, oppure rimarranno a culu borzò.