L’Ave Maria e Giordano Bruno,
simboli di una città divisa,
l’eterno dualismo domina la piazza

LA DISPUTA TRA CATTOLICI E LAICI - Il caso della professoressa Clara Ferranti che ha recitato la preghiera durante una lezione universitaria ha riportato a galla antiche e mai sopite divisioni della Civitas Mariae. Le stesse contraddizioni che si possono ammirare sulla facciata del municipio: in alto la Madonna, in basso la targa dedicata al filosofo eretico arso vivo. E dal mare di commenti dei nostri lettori emerge l'apparente inconciliabilità di due opposte visioni
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La facciata del Comune

 

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L’effige della Madonna e la scritta Civitas Mariae

 

di Giovanni De Franceschi

Un’immagine, il dualismo fondante di una comunità. Contraddittoria, è vero, eppure è proprio lì, sulla facciata del municipio che bisogna volgere lo sguardo. In alto l’effige della madonna e la scritta Civitas Mariae, in basso la targa dedicata al filosofo Giordano Bruno. La prima è una scelta fatta dalla cittadinanza nel 1962 con oltre 20mila firme. La seconda è stata affissa da studenti e cittadini nel 1888. Tutt’intorno piazza della Libertà. Fede e scienza, chiesa e laicismo. Questa è Macerata, racchiusa in un colpo d’occhio.

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La targa dedicata a Giordano Bruno

E’ la città dove nello stesso pomeriggio da una parte si recita l’Ave Maria in aula durante una lezione universitaria, poco distante si parla dell’apporto della massoneria nel Risorgimento (leggi l’articolo).  Con il primo gesto che ha fatto riemergere due mondi apparentemente separati e inconciliabili. Eppure, come nel più classico gioco delle parti, gli uni potrebbero prendere il posto degli altri. Basterebbe cambiare modo e tempo. Ma andiamo con ordine. Il caso è quella della docente di Unimc Clara Ferranti, che venerdì scorso durante una lezione a palazzo Ugolini, ha invitato gli studenti a recitare una preghiera per la pace. Quando i ragazzi di Officina Universitaria hanno denunciato la vicenda sul web, è come se fosse scoppiata una bomba ideologica. Pronti via, e in città si è alzato il velo sulle due opposte fazioni. Da una parte i cattolici che hanno difeso la scelta della professoressa, dall’altra chi considera la laicità dell’università un principio irrinunciabile. Da una parte il rettore Francesco Adornato, che ha bollato il gesto come “assolutamente improprio e censurabile”, dall’altra il vescovo Nazzareno Marconi che ha ringraziato chi ha protestato per aver ricordato “la potenza della preghiera”.

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Il vescovo Nazzareno Marconi

In mezzo centinaia di commenti, a corredo dei diversi articoli pubblicati da Cronache Maceratesi. Un mare di parole tra sacro e profano, ironia e leggerezza. Battute miste a dure prese di posizione. Uno spaccato divertente e allo stesso tempo genuino e autentico. C’è addirittura chi è arrivato a invocare la cacciata del demonio dall’ateneo. “Bravo vescovo, pensavo che Stalin fosse morto, invece rivive tramite il rettorato e l’Officina”, ha scritto l’ex senatore di Allenza Nazionale Luciano Magnalbò. “Grazie caro vescovo Nazzareno. Ci uniamo alla tua testimonianza di fede contro l’apostasia dilagante. Un’Ave Maria ha scatenato una reazione a catena di persecuzione del cattolicesimo dietro un falso laicismo. Dobbiamo riflettere in quale mondo stiamo vivendo. Non c’è più posto per Dio”, ancora più intransigente l’ex consigliere comunale dell’Idv Giuliano Meschini. “Bene ha fatto il vescovo Marconi a intervenire – ha tuonato il sindaco di Cingoli Filippo Saltamartini – . Meno bene ha fatto il rettore a sostenere una tesi improponibile per logica e ragionevolezza. E spero che si possa ravvedere. Non voglio aggiungere altro, se non l’invito alle componenti istituzionali che rappresentano queste terre a riappropriarsi della nostra cultura inclusiva e del nostro ateneo. Prima che le sconfitte della storia derivanti dall’arroganza del “laicismo” possano distruggere quanto di buono fin’ora è stato realizzato”. “Carissimo Vescovo Marconi – ha detto Tamara Moroni – ha ricordato a tutti quanti, che uno dei nostri primi precetti da cristiani è la professione di fede, che non certo può arrestarsi fuori le mura di una istituzione pubblica, fosse anche l’università”.

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Il rettore di Unimc Francesco Adornato

Non da meno i commenti dell’altra fazione ovviamente. “E’ giusto rivendicare il carattere laico dell’istruzione superiore universitaria da parte degli studenti”, secondo l’ex segretario provinciale del Pd Teresa Lambertucci. Massimo Giorgi ha citato addirittura Euripide: “Se gli dèi esaudissero le preghiere degli uomini, l’umanità verrebbe dissolta a causa di tutti i mali che gli uomini si invocano l’un l’altro”. “Pregate il vostro dio nell’intimità delle vostre case e nessuno sarà offeso dal vostro opinabile punto di vista”, ha sottolineato Emiliano Lombi. E sentite Franco Pavoni: “Noi siamo ginestre, tra Cristo e Leopardi preferiamo mille volte Leopardi, perché scriveva meglio e lo ammettete anche voi che Dio è il Verbo”. Oppure un omonimo del grande filosofo, Armando Bruno: “Tenetevi la forza delle preghiere per conto vostro e riconoscete il fatto che i vostri fanatismi non sono bene accetti in classe”. “Un’Ave Maria non distrugge nessuno – ha aggiunto Paola Petrelli – è la simbologia sottesa che invece deve far preoccupare: la scuola è un luogo laico. Il minuto di raccoglimento in silenzio doveva bastare”.

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La professoressa Clara Ferranti

E potremmo continuare ancora a lungo. Ma torniamo all’immagine della facciata del municipio e al gioco delle parti. Che cosa succederebbe se scambiassimo i commenti dei cattolici che si sentono perseguitati, con quelli dei laici che parlano di principi irrinunciabili e spostassimo le lancette dell’orologio al 1600, quando Giordano Bruno venne arso vivo? Che gli uni prenderebbero il posto degli altri. Quello che alcuni oggi definiscono l’arroganza del laicismo si trasformerebbe nell’arroganza della Chiesa, e il principio irrinunciabile diverrebbero i dogmi della fede. Basterebbe cambiare appunto tempi e modi. E lo stesso capovolgimento si avrebbe andando ancora più indietro nel tempo, quando erano i cristiani ad essere arsi vivi. Eccoli i due mondi così apparentemente inconciliabili, immortalati sulla facciata del municipio. Corsi e ricorsi storici. Insanabili contraddizioni esistenziali. “Leggendo i tanti commenti – ha scritto Alberto Ardiccioni – ho avuto l’impressione di ritrovare la vecchia diatriba Guelfi e Ghibellini”.

(foto Falcioni)

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