Ivan Cordoba dà il calcio d’inizio,
il viaggio di Overtime
parte dalla Colombia
MACERATA - L'ex campione dell'Inter del triplete ha inaugurato il festival presentando il suo libro "Combattere da uomo". Dai ricordi felici con la squadra di Mourinho e della nazionale fino a quelli amari di Calciopoli: "Il 5 maggio 2002 ci sono stati troppi episodi a favore della Juve" . LE FOTO

Cordoba firma autografi ai tanti fan presenti all’evento

Il giornalista Dario Ronzulli con Cordoba
di Leonardo Giorgi
(foto di Andrea Petinari)
Ivan Ramiro Cordoba dà il calcio d’inizio a Overtime. Il Festival del racconto e dell’etica sportiva organizzato a Macerata da Pindaro eventi è partito questa sera con il granitico difensore dell’Inter, dal 2000 al 2012 nella squadra nerazzurra. La festa dello sport durerà fino a domenica. Una festa a cui Cordoba non vedeva l’ora di partecipare, come ha raccontato nel cortile del palazzo comunale. «Sono contento di essere a Macerata – ha ammesso il colombiano -. Il calcio è un modo per dimostrare e raccontare tante cose, tanti sentimenti». Un racconto che è stato guidato dal giornalista sportivo Dario Ronzulli, che si è soffermato su alcuni episodi chiave del libro “Combattere da uomo” scritto dallo stesso giocatore. Tra questi, il legame tra Cordoba e la Colombia e il suo arrivo a Milano diciassette anni fa. «Ho voluto scrivere tanto delle mie origini colombiane – ha spiegato il difensore – per far vivere ai miei bambini quegli anni e per far capire loro da dove siamo arrivati, perché per quanto riguarda partite e statistiche già c’è tutto su internet». Ivan dopo tutto è nel cuore di tutti i colombiani per lo storico gol dell’1-0 rifilato al Messico nella finale di Copa America del 2001 a Bogotà. «Io quel gol neanche l’ho visto – ha ricordato il campione -, ho solo spizzato la palla verso la rete e poi sono andato a terra. Ho sentito il boato e ho capito di aver fatto gol. La gente era impazzita, vedere i sorrisi in faccia ai miei compagni è stato incredibile. Non sapevo come esprimere la mia gioia, allora mi sono buttato a terra e ho chiuso gli occhi. La squadra si è buttata tutta sopra me, neanche respiravo a un certo punto. Pensai che se fossi morto in quel momento sarei stato comunque felice». Un rapporto con la Colombia significativo anche per il numero di maglia che ha contraddistinto la carriera di Ivan: il numero 2. Quella maglietta, la 2, nella Selección ha un significato unico, perché apparteneva fino ai Mondiali di Usa ’94 allo storico capitano Andrès Escobar. Il difensore venne assassinato in seguito proprio a quei campionati del mondo, dove Escobar si rese protagonista di uno sfortunato autogol e venne ritenuto responsabile dell’uscita dal torneo della Colombia. «Tre anni dopo quell’episodio – ha raccontato Cordoba – venni convocato in Nazionale e il tecnico mi prese da parte. Ivan è ora che questa maglia torni in campo e che venga vista dalla gente mi disse l’allenatore. Diceva che la persona giusta per indossarla ero io e questo per me fu un orgoglio indescrivibile. Andrès per noi era come Roberto Baggio per gli italiani, aveva un carisma incredibile ed era il nostro capitano. E’ stato un regalo indimenticabile».

Il cortile del palazzo comunale affollato per Ivan Ramiro Cordoba

“Combattere da uomo”, la biografia dell’ex giocatore
Anche grazie alle grandi prestazioni in Nazionale il giocatore arrivò nel 2000, con la moglie incinta, a Milano. Atterrato a Malpensa, «incredibilmente non c’era nessuno dell’Inter ad aspettarmi. Prenotai un albergo con mia moglie perché era in gravidanza e non poteva aspettare chissà dove per tanto tempo. Mi chiamarono a un certo punto dall’Inter dicendomi che avrebbero mandato subito un autista a prendermi. Di quella sera ricordo la nebbia incredibile. Ce l’avevamo anche in Colombia la nebbia, ma solo sulle montagne non si vedeva niente. Ma non mi importava, quando fui chiamato dall’Inter io pensavo solo all’Inter ed era il massimo per me». Una squadra dove conobbe campioni, grandi allenatori, sconfitte e anche storiche vittorie. Come, ovviamente, il triplete del 2010, quando la squadra allenata da José Mourinho conquistò Scudetto, Coppa Italia e Champions league. «Prima di fare la storia a maggio – ha sottolineato l’ex nerazzurro – ci siamo incontrati tra giocatori ad aprile perché eravamo in fase calante. Ci siamo detti tutto in faccia, perché c’erano dei problemi. Ma abbiamo risolto tutto per i nostri tifosi, per regalare una grande gioia alla gente e fare la storia. E senza quell’incontro forse non ce l’avremmo fatta». Uno spogliatoio dove si aggirava anche un giovanissimo Mario Balotelli. «Mario è una persona buona. Faccia a faccia è praticamente un bambino, è simpaticissimo e ci faceva ridere a tutti in continuazione con gli scherzi che faceva nello spogliatoio. E’ l’ambiente che lo porta a voler essere una star e comportarsi in un certo modo. Mario ha avuto tante possibilità, più di quelle che si danno di solito a un calciatore. Però rimarrà sempre così, non ho paura a dire che non sarà mai un grande campione. In realtà lui aveva potenzialità incredibili, poteva diventare più forte di Ibrahimovic». Il libro di Cordoba, il cui devoluto andrà alla sua fondazione umanitaria e al progetto delle navi ospedale che si dirigono nei villaggi più isolati della Colombia per far arrivare cure mediche a chiunque, tra tanti argomenti non si è concentrato sulla data del 5 maggio 2002. Un giorno nefasto per i tifosi nerazzurri, dove l’Inter di Ronaldo si fece sfuggire un Scudetto ormai vicinissimo e che alla fine vinse la Juventus. «Non voglio parlare degli anni di Calciopoli – ha spiegato Ivan -. In quegli anni è stato rovinato il calcio italiano ed è una vergogna. Quella sconfitta del 5 maggio è arrivata perché probabilmente non siamo arrivati con la giusta carica alla partita decisiva contro la Lazio. Ma bisogna anche dire che l’Udinese che giocava contro la Juve ha tenuto inspiegabilmente in tribuna quattro titolari. Ci sono stati episodi che hanno facilitato la Juve e sono fatti, sarebbe potuta essere un’altra storia». Ma i ricordi grigi non rovinano la serata: il giocatore ha firmato autografi e scattato selfie con tutti i presenti, scambiando quattro chiacchiere con i tantissimi tifosi nerazzurri arrivati per Ivan.



Michele Spagnuolo, presidente di Pindaro eventi









