Primo maggio, in provincia una festa con sempre meno lavoro

ANALISI - I drammi epocali di una società e l'insipienza della governance locale. Disoccupazione, incertezza e precariato, con la politica dei campanili che lascia tutti da soli
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Ricci Marco

di Marco Ricci

Il primo maggio è sempre stata una festa, in parte la festa del lavoro, in parte un’occasione per godersi una delle prime giornate di primavera tra musica, passeggiate in montagna o bandiere al vento. In parte è stata sempre un’occasione per recuperare quel senso di socialità che ormai raramente si prova, in un giorno in cui le preoccupazioni si lasciano scivolare via per godersi almeno un momento di serenità. Poi, come sempre, la festa finisce. Negli anni ottanta, così come negli anni novanta, rimaneva poco su cui tormentarsi quando si rientrava a casa dal pic-nic e ci si chiudeva la porta alle spalle. Il lavoro c’era in quegli anni e se non c’era sarebbe tornato, inseguendo quei cicli economici che alternano fasi di recessione a momenti di crescita. Anche oggi il primo maggio è una festa. Ma quando la festa finisce, i problemi rimangono e come. E sono problemi grandi, molto più grandi di quanto spesso percepito, problemi colossali ignorati dalle classi dirigenti locali di ogni ordine e grado.

La variazione percentuale del prodotto industriale marchigiano (Fonte: Confindustria Marche)

La variazione percentuale del prodotto industriale marchigiano (Fonte: Confindustria Marche)

In provincia di Macerata, se avessimo festeggiato il primo maggio del 2007, ci sarebbe stato motivo non solo per brindare quanto per ubriacarci. Con un tasso di disoccupazione giovanile pari a circa il 7%, eravamo alle soglie del Paradiso. Oggi, il primo maggio del 2015, lo stesso indicatore ha superato il 30%, record italiano negativo per crescita in sette anni. Nel 2013, sempre nel maceratese, l’occupazione ha vissuto invece il suo acme drammatico schizzando a livelli mai raggiunti forse dai tempi del dopoguerra, un baratro del lavoro compensato solo in parte da un 2014 in cui l’occupazione – spesso precaria, fragile, discontinua e sottopagata – ha recuperato parte di quanto perduto, con pochi che hanno gridato all’allarme.

Una volta erano i cicli economici, come è scritto nei libri, con il lavoro che seguiva gli alti e bassi dell’economia.  Oggi, dietro i numeri, si nasconde invece qualcosa di profondamente diverso, una crisi profonda, strutturale e drammatica del mondo produttivo e della società, una crisi che da Civitanova, passa per Macerata, Tolentino, San Severino, Castelraimondo e arriva fino a Sefro.

Immaginiamo un galleggiante. Quando arriva l’onda, il galleggiante sale, poi riscende, poi risale. Così andava l’economia in Italia e nel maceratese fino a dieci anni fa. Finché il galleggiante, da  un certo momento in poi, ha smesso di galleggiare. Quando c’è da scendere il galleggiante scende, quando c’è da tornare su rimane sempre un pelo sott’acqua. Senza spingersi in tecnicismi (è il primo maggio per tutti!), basta osservare il grafico appena sopra. Rappresenta la variazione della produzione industriale nelle Marche, una produzione che risale sempre meno di quanto è scesa un istante prima. Effetto sul lungo periodo? Meno imprese, meno posti di lavoro, meno redditto al di là di che il mondo balli o non balli, che giri o non giri. Questo, ovviamente, è un problema tutto nostro, un problema frutto di un’economia che si è consumata nel tempo e di una classe dirigente spesso capace soltanto di acuire i problemi. Quando ripartirà l’edilizia?, si chiedono tutti neanche stessimo attendendo il Messia. La domanda andrebbe posta ai tanti amministratori locali i quali, negli anni passati, non hanno fatto altro che cavalcare l’onda della speculazione per fare cassa con gli oneri di urbanizzazione. Tralasciando per carità di patria la lungimiranza (!), la progettazione e il senso di realtà, l’effetto di queste politiche scellerate è che l’edilizia, ad andar bene, si riprenderà tra una decina d’anni, con la sua scia di disoccupati tra gli edili e tra i cavatori (vedi il gruppo Calamante), una scia di disoccupazione larga come tutta la provincia. Gli stessi signori che invocavano il turismo come volano di occupazione riempiendo il paesaggio maceratese di pannelli solari.

Una manifestazione di protesta dello scorso anno dei lavoratori

Una manifestazione di protesta dello scorso anno dei lavoratori

Nel frattempo le famiglie maceratesi si sono impoverite, il lavoro è diventato sempre più precario e sottopagato, un unico disastro che accomuna giovani, liberi professionisti, imprenditori, con la politica capace di creare nient’altro che un popolo di commessi e di precari da centro commerciale. Bene, davanti a questi cambiamenti epocali, ad alzare la voce solo le forze produttive e le rappresentanza sindacali, cioè chi sopporta tutti i giorni un sistema di potere spesso capace solo di autoperpetrarsi e inadatto non soltanto a trovare una soluzione, ma semplicemente inabile nel riconoscere che un problema enorme esiste e che forse va raccontato. Tutti, più o meno, abbiamo avuto un nonno che ha vissuto gli anni di guerra, quando nel maceratese arrivarono le armate polacche o tra le montagne combattevano i partigiani. Erano anni drammatici, sicuramente peggiori di quanto possiamo immaginare oggi. Eppure erano anni che parlavano di solidarietà , di senso di comunità, di drammi condivisi. Oggi invece, sempre tempo di campagne elettorali, i tanti disoccupati sentono solo urlare di  palazzetti dello sport, di bretelle, di rotonde, di sinfonie di Mahler e Beethoven, di circhi, di squadre di calcio, di feste e marciapiedi. Effetto? Che le famiglie si sentono sole, che i disoccupati si sentono soli, che ciascuno vive il proprio dramma del lavoro e della povertà nell’angustia delle proprie mura domestiche senza percepire un qualsiasi senso di condivisione e di solidarietà, mentre i vari Napoleoni locali hanno la presunzione di regalare una soluzione perfetta, senza magari l’umiltà di chiamare a raccolta le associazioni di categoria, le rappresentanze sindacali, le banche, per capire come uscire da un buco nero di proporzioni epocali. La società vive un dramma? E loro, beati loro, parlano di altro, spesso senza sapere neppure di cosa stiano parlando.

I lavoratori della Best di Montefano

I lavoratori della Best di Montefano

La verità è che in anni drammatici la politica locale continua a produrre persone (in media, ovviamente) che partecipano ad un qualsiasi consiglio (comunale, provinciale o regionale) senza sapere cosa votano, spesso prive di qualsiasi competenza  e incapaci di convogliare in un progetto credibile le forze vive che operano in una società, lasciando che la stessa società vada allo sbando senza nessuno in grado di orientarla, a meno di credere agli hastag (#) di Twitter, efficaci nella realtà come una frase del venerato Osho.  I cittadini sono una molla carica. La società può esplodere in un verso distruttivo, o può esplodere in un verso costruttivo, se solo qualcuno spiegasse dove andare e magari (utopia!) lasciasse capire che imprenditori, lavoratori e politici sono tutti nella stessa barca, magari partecipi dello stesso progetto di sviluppo. Eppure, in un momento in cui la formazione sarebbe fondamentale per i giovani come per i lavoratori da riqualificare, una formazione che avrebbe bisogno di sempre più risorse e qualità, nessuno alza un dito per sottolineare come, banalmente, sia un non senso che grida vendetta avere due atenei, Macerata e Camerino, a mezz’ora di macchina. Come nessuno, eccetto i sindacati, si rende banalmente conto che Atac, Astea, Apm e via discorrendo, sono aziende pubbliche che erogano ai cittadini gli stessi servizi a venti chilometri di distanza, con le famiglie impoverite che pagano acqua, gas e posteggi, rimandendo vittime delle logiche di campanile, dei piccoli poteri da caporale dell’esercito, del clientelismo e dell’insipienza dei loro amministratori.

lavoroIl lavoro è un diritto, ma come tutti i diritti non piove dal cielo. E’ un diritto che va difeso e sopratutto che va costruito con lo sforzo comune e con la responsabilità di tutti, in un paese come l’Italia ai vertici per la corruzione, l’evasione fiscale, l’incertezza del diritto, la frammentazione politica, l’incapacità di progettare, di mettersi in discussione o di rinunciare al proprio tornaconto personale e di parte. E non pensiamo – Banca Marche insegna – che ciò che vediamo in televisione sia diverso da quello che accade a tutti i livelli nella nostra provincia, con le classi dirigenti spesso inferiori a quei cittadini che vivono sulla loro pelle il dramma del lavoro, dei redditi che si consumano giorno dopo giorno, delle bollette sempre più care o delle pensioni che non bastano più.  Solo nei film di Walt Disney arriva il principe azzurro che risolve ogni cosa. Nella vita reale, peccato per noi, nessuno salverà le migliaia di aziende chiuse nel maceratese o le migliaia di persone rimaste senza lavoro se non gli sforzi congiunti della collettività. se solo la si sapesse chiamare a raccolta. Certo, per molti forse sarebbe già abbastanza poter ascoltare il limio delle cicale piuttosto che le prosopopee sulle squadre di calcio cittadine, sui centri commerciali costruiti a Civitanova piuttosto che a Macerata, sulla cultura o la creatività (qualcuno dei profeti ha mai letto davvero i dati sugli investimenti in innovazione nel maceratese, sul numero di occupati veri nel settore cultura o i disastrati bilanci provocati dalla megalomania culturale marchigiana?). Ma questa, forse, è davvero un’utopia con cui bisogna fare i conti nel meno peggio dei mondi possibili, un mondo dove la competenza e l’umiltà sono qualità per allocchi o da paragrafo del libro Cuore.

Il primo maggio, in ogni caso, è una festa e deve esserlo al di là dei problemi che ciascuno si porta dietro quando chiude la porta di casa. Ci sarebbe solo da augurarsi che ogni anno ci sia da festeggiare di più anche se, a conti fatti, nel maceratese come nel resto d’Italia di lavoro ce ne é sempre meno, in particolare per i giovani.  E sentirlo dire – che l’occupazione, il reddito di tanti lavoratori e il futuro delle imprese sono ormai drammi collettivi – per molti sarebbe almeno abbastanza.



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