Classic in jazz con il Tune Up Group

Il nuovo disco del quartetto maceratese composto da Leo Angeletti, Paolo Cristallini, Francesco Amico e Carlo Stella-Fagiani
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Enrico Marcucci

 

di Enrico Marcucci

“Musica  Classica? Jazz, Pop, Etno, Leggera? No! Semplicemente Musica!”  E che Musica! E’ molto più che musica quella che prende forma “dalle storie, dai cuori e dall’amicizia” dei componenti del  Tune Up Group, come scriveva Francesco Amico nel web in occasione dell’uscita dell’ ultimo disco del gruppo, Classic in Jazz (2013), disco che porta oggi a compimento il desiderio di una ricerca formale innovativa intrapreso nel 1988 riunendo a Macerata le diverse  formazioni ed influenze musicali di Leo Angeletti (batterista), Paolo Cristallini (bassista e contrabbassista), Carlo Stella Fagiani (flautista) e, già citato, Francesco Amico (chitarrista). Classic in Jazz è infatti, come dice il nome stesso,  il vivace risultato dell’elaborazione e rivisitazione in chiave e con stilemi tipici del fraseggio Jazz, del repertorio classico per eccellenza, in quanto attinge a brani di autori del periodo Barocco e Classico della Storia della Musica Europea con l’aggiunta di due canzoni dei “Beatles” care agli ascoltatori di qualsivoglia genere musicale, Blackbird e Norvegian Wood.  Veniamo subito all’opera , che vede il basso in salita su morbidi bending  e il flauto che tiene il tempo facendo spazio ai saltelli chiari ed energici della batteria nella traccia 1, Balletto XVI, rilettura dell’allegro Balletto del coreografo del XVI secolo  Cesare Negri, che di certo resterebbe ammaliato  se sentisse la versione del Tune Up, che non esagera oltre i contorni della struttura originaria del pezzo, ma lo rinnova nei suoni e nelle cadenze, nonché nell’accompagnamento degli altri strumenti al ruolo protagonista della chitarra. Passiamo ora al cuore della composizione, che trova al centro della scena l’immortale Johann Sebastian Bach. La chitarra s’arresta decisa dietro un brillante riff  tra  Jazz e  Blues  accompagnato dalle sincopi della batteria e dal flauto in assolo in Choral Jazz (4), originale interpretazione e rimodulazione della Corale dalla Cantata 147 del Bach più famoso, con sovrapposizioni e intrecci che ritornano sempre nuovi e freschi all’orecchio dell’ascoltatore.  Veniamo poi alla numero 5, dove il basso magnetico e stordito apre il sipario all’atmosfera di certo jazz sudamericano che legge con originalità e sapiente gioco delle parti Bourree;  e alla numero 6, Gavotte I e II, dove risulta particolarmente personale il suono metallico della batteria scandita dai tocchi definiti e differenziati dal talento esperto di Angeletti, che sembra affidare parole proprie al suo strumento. Prima di continuare è importante precisare una cosa:

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navigando in Internet è possibile trovare milioni di rielaborazioni e decodificazioni di opere classiche suonate con gli strumenti e nei modi più disparati; ma difficilmente troverete un lavoro che s’avvicini in qualunque modo a quello del Tune Up Group che, oltre al fatto d’aver scelto per la rilettura lo stile che più accomuna i membri del gruppo, il Jazz, ha saggiamente rimodellato con abile maestria brani d’autori secolari che hanno fatto la Storia della Musica Classica e quindi indirettamente di quella Contemporanea, costruendo armonie luminose e soprattutto originali, lasciando emergere l’anima comune del gruppo e dei singoli componenti, ma sempre tenendo fede alle partiture primarie dei brani. Ritornando a questi ultimi, alla numero 8 arriva Blackbird, l’uccello nero dei Beatles, dove la melodia della voce di McCartney è affidata alla delicatezza del flauto traverso che emerge sempre più dalla base armonica portante della chitarra fino a farsi abbracciare dalle spazzole che avanzano in marcia verso le scale dissonanti del basso, in grado di dare elasticità e un flusso unico al ritmo del brano, come un’onda su cui le altre parti scorrono e si scambiano continuamente di posto. L’altro pezzo dei Beatles rivisitato dal Tune Up, Norvegian Wood  (9) , è tratto da Rubber Soul (1965), disco che vide i Beatles all’apice del successo e che viene considerato dalla rivista Rolling Stone uno dei 500 album migliori di tutti i tempi, di cui destò maggiore interesse l’inserimento, per la prima volta, del sitar come parte integrante  del cd.  In conclusione, tramite questo percorso che va da Bach ai Beatles passando per lo Swing e il Jazz, troviamo un gruppo formato da personalità capaci di essere esse stesse strumento oltre lo strumento stesso, fatto evidente  già dalle prime note del disco, e che dimostrano ancor più chiaramente che l’amicizia, l’affiatamento del gruppo fuori e dentro la sala prove, oltre il talento, le possibilità economiche e l’impegno, è il fattore che meglio aiuta e contribuisce, qualora ci si trovi a parlare di gruppo come in questo caso (e non di solisti o coppie di turnisti), alla realizzazione di un prodotto che al suo arrivo nello stereo mostri immediatamente una propria anima inconfondibile.



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