Umanesimo e tecnologia, quale cultura per i giovani

IL GRANDE QUADERNO - Trentesima puntata della rubrica dedicata al mondo della scuola

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grande quadernodi Maria Luisa Lasca

Qualche frammento di interattività si è stabilito tra il Grande Quaderno ed alcuni lettori, negli ultimi tempi. Si tratta di persone di scuola, che vogliono approfondire le problematiche sollevate. Commenta Clara a proposito del ruolo della scuola tra le altre istituzioni “C’è bisogno di recuperare un rapporto di fattiva collaborazione con le famiglie, che sempre più spesso si percepiscono e sono percepite come se stessero dall’altra parte di una barricata e non come effettivamente si dovrebbero configurare, cioè come agenti inter pares di un processo educativo”. Sul rapporto tra scuola e contemporaneità, interviene  Francesca “La scuola è il luogo più adatto per leggere criticamente l’attualità, aiutando i ragazzi a discernere, guidandoli alla critica, alla costruzione di un pensiero autonomo e personale. Tutte le discipline allora contribuiscono a formare la persona, al di là delle imposizioni ministeriali”. Alessandra  chiarisce “La Cittadinanza è anche imparare a riflettere su ciò che accade, prendere la propria posizione nel mondo, non subire ciò che accade passivamente. Solo a scuola si impara il pensiero critico, solo la cultura ti cambia e ti fa diventare migliore”. Miriana  precisa “Scuola e contemporaneità non sono antitetiche, bensì due aspetti della stessa medaglia, i ragazzi stessi sono la contemporaneità, lo si vede dal fatto che i nativi digitali usano perfettamente i nuovi strumenti tecnologici”. Gli interventi costituiscono preziosi spunti di riflessione per ragionare su quale cultura a scuola.

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Efesto (Vulcano), Marmo di Guillaume Coustou

Il Grande Quaderno  ritiene che gli studenti, nella loro formazione, attraverso la famiglia, la scuola, l’ausilio del web, debbano essere aperti verso ogni tipo di  sapere, da quello scientifico a quello  filosofico. La cultura è una, a disposizione di tutti, umanistica, scientifica, o tecnologica che sia. I greci chiamavano techne ogni arte e tecnica, il fare qualcosa secondo una regola, dall’ impegno intellettuale a quello manuale. Con questa impostazione forse sarà più facile coinvolgere i giovani, i nativi digitali che amano le conoscenze tecniche più di quelle umanistiche. Si scoprirà insieme ad essi che la cultura scientifica è frutto dell’evoluzione di ricerche, studi, teorie, sperimentazioni, che hanno base umanistica e logica insieme. L’unità del sapere, a completamento e superamento del dialogo fra le cosiddette due culture, è auspicata da importanti filosofi come Edgar Morin. È condivisa da migliaia di educatori che ogni giorno, entrando nelle aule scolastiche, presentano la loro materia con atteggiamento interdisciplinare, pronti a collegarsi agli altri saperi affrontati dagli studenti. Ad esempio, quando i docenti progettano per unità di apprendimento, come attualmente è richiesto, pensano a un sapere  specifico e al tempo stesso dilatato ad accogliere altre discipline, nella prospettiva dell’acquisizione di competenze. Ancora, si può studiare la letteratura non solo nei suoi aspetti estetici e stilistici, ma in riferimento alle conoscenze scientifiche, che emergono nel contesto delle narrazioni prese in considerazione. Una nuova manualistica scolastica sta aderendo all’idea che ci sia una sola cultura che cerca di capire il mondo, utilizzando gli strumenti che umanesimo e scienze offrono.

IPAZIASembrerebbe tutto chiaro, ma c’è ancora molto lavoro da fare. Superstizioni,  pregiudizi,  visioni distorte da forme di autoritarismo e fanatismo sono sempre in agguato. Sono stati condannati, nel corso della storia, di volta in volta, saperi umanistici o scoperte scientifiche, perché non funzionali al sistema di potere dominante. Dalla filosofa Ipazia (si veda il bellissimo e rigoroso saggio, di Silvia Ronchey, Ipazia. La vera storia, Rizzoli, 2010) allo scienziato Galileo non sono mancati  disguidi drammatici, sanati solo in parte. Anche i giorni nostri evidenziano filoni di pensiero  dogmatico e antidemocratico che possono influenzare negativamente le nuove generazioni. Gli educatori siano pronti ad accettare qualsiasi evoluzione della concezione tradizionale del sistema dei valori, ad affrontare le prospettive delle  biotecnologie e  nuove visioni bioetiche. Nulla tuttavia dovrà mettere in discussione l’autenticità e la validità dell’essere umano, ricercatore di verità e amante della libertà nelle proprie convinzioni e scelte. Più la formazione dei giovani sarà ampia più essi saranno in grado di sviluppare professionalità aperte, sguardi integrati e complementari di fronte al futuro e alle sfide che esso pone. La scuola non deve aver timore di perdere tempo nella sua azione, i risultati non sempre sono immediati. Il metodo antropologico insegna che il giro più lungo è spesso la via più breve per tornare a casa, cioè alla comprensione e  realizzazione di sé. Nel caso degli adolescenti, fra prove, tentativi ed errori, il percorso è concreto, fatto di viaggi ed esperienze lavorative e formative  varie. È anche interiore, nel senso che gli studenti provano vari modi di essere, si aggiustano, fino a riconoscere la propria identità, rafforzata. La pedagogia dell’attesa si impone a questo punto, gli adulti offrano esempi validi di capacità di attrezzarsi di fronte alle varie situazioni, con supporti culturali teorici e pratici.

Si è conclusa recentemente la XXIII Settimana della cultura scientifica e tecnologica (21-27 ottobre), a cura del MIUR, volta a sensibilizzare nei confronti della scienza, a far comprendere l’impatto costante e rilevante che essa ha sul vivere quotidiano. Le due tematiche evidenziate quest’anno riguardano:  raccolta, smaltimento e riciclaggio dei rifiuti;  riscaldamento del pianeta e clima. A ben riflettere si tratta di saperi relativi a conoscenze scientifiche, comportamenti, visioni del mondo e del futuro, che hanno le basi nella cultura di cui si scriveva sopra, nell’umanesimo scientifico e nella la sua visione unitaria.

 

 


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