I quattro ragazzi di Liverpool
LA RECENSIONE - Omaggio ai Beatles al teatro Rossini di Civitanova
La piazza si allunga davanti al palazzo del Comune appoggiato ai suoi archi illuminati. La serata scivola tiepida e tranquilla per le vie del centro di una Civitanova fuori stagione. Al Teatro Rossini questa sera c’è un evento speciale: “Tributo ai Beatles “. Gruppi di persone di tutte le età, sono davanti all’ingresso; dietro una vetrina illuminata c’è un manifesto pubblicitario dell’evento musicale che avrà luogo tra poco più di mezz’ora, intorno alle 21,30 di questo 18 aprile 2013. Con i biglietti d’ingresso in mano, ci avviamo alla spicciolata in direzione degli ingressi alla platea. Un sipario rosso fuoco, chiude il grande palcoscenico da cui filtra una sottile lama di luce colorata rasente al pavimento. Prendiamo posto sulla nostra poltrona numerata dando un’occhiata qua e là, così, tanto per mitigare l’attesa; intanto un sound leggero si diffonde dai coni degli altoparlanti posti ai lati del palco. Tutti i passeggeri di questo transatlantico, che fa rotta verso Liverpool, hanno occupato il loro posto: La nave va, si può partire! – Le luci in sala si abbassano, due spot accendono la figura elegante del presentatore che, con il suo abito di raso, si staglia davanti al grande sipario. Con voce impostata si elencano gli sponsor e gli organizzatori dello spettacolo: L’AMA (Associazione Musicisti Anconetani), l’Associazione Nazionale Tumori, la quale si occupa anche dell’assistenza domiciliare dei malati.
Entra in scena Paola Ingletti, una signora che dei Beatles conosce vita, morte e miracoli. La presentatrice, con la sua bravura e preparazione, si trasforma subito in un’abile pescatrice che, lanciando la sua rete in sala, cattura gli spettatori per trascinarli a ritroso nel tempo, fino agli inizi degli anni ’60. Il telo rosso ondeggia alle spalle dei due conduttori che parlano del fenomeno Beatles, come uno dei più significativi eventi mediatici dell’era moderna. Un minuto dopo, come una grande fisarmonica, il sipario si apre, sullo sfondo bianco c’è una scritta: Inside Beatles, (dentro i Beatles), oltre alla scaletta delle canzoni che saranno eseguite dai cinque elementi del gruppo dei Talk Radio, già pronti in postazione. Le olografie proiettate sul telo bianco, si muovono sinuose come meduse striate negli abissi, mentre parte il primo brano: Love me do; era il 1962. Altri brani come: She loves you e All my loving, ci spingono nel ’63 – ’64 sull’onda di quelle sonorità essenziali, metalliche, vestite a festa da una sapiente coralità di voci. In questi momenti, la nostra nave sta viaggiando nel mare aperto sconfinato dei ricordi e della nostalgia; basta chiudere gli occhi un momento e vedi quattro giovanotti con i capelli a caschetto che si agitano dietro i microfoni Shure. I fari sul palco stampano la sagoma obliqua del batterista sullo sfondo. Un altro grappolo di brani è presentato al pubblico ricordando Mc Cartney, di quando affermò che la grandezza dei Beatles era dovuta al fatto che loro, cioè il gruppo, erano un’unica entità. Dalla Gibson Les Paul, dal basso Hofner e dagli altri strumenti esce gagliarda: Help, che qualcuno ha interpretato come un grido di aiuto da parte di un John Lennon in crisi mistica. Il concerto vola sicuro sopra quelle teste brizzolate sparse in sala e davanti agli occhi curiosi dei tanti giovani presenti; un clic col video telefonino, fissare l’attimo per dire un giorno: “ Quella sera magica, io c’ero!” Il ritmo claudicante, eccentrico di: Ticket to ride, poi il Quartetto d’Archi Marchigiano entra in scena per armonizzare canzoni come Yesterday, il cui titolo provvisorio era: Uova Strapazzate. Seguono Michelle, Eleanor Rigbi e Strawberry Field Forever, brani con una lirica intensa, cucita addosso alla melodia dai contrappunti ora brevi, ora lunghi dei violini, della viola e del violoncello. Un buon tratto del nostro viaggio sulla scia dei Beatles, è stato percorso; si percepisce adesso, un mutamento nell’acustica, nell’elaborazione dei testi. La ricerca delle sonorità, delle alchimie vocali, si fa strada nei microsolchi del vinile. I Talk Radio e il Quartetto d’Archi ci fanno gustare: Nowhere Man (anima di gomma), Drive My Car e altri motivi. Siamo ora dentro il periodo mistico, psichedelico, influenzato da I Figli dei fiori e da contaminazioni indiane. I Beatles utilizzarono in molti dei loro brani, il Sitar e altri strumenti musicali esotici. La serata continua con l’esecuzione di: Revolver e Lucy in the Sky With Diamonds (LSD). Eccoci arrivati al 1968: Hello Good Bye, poi Lady Madonna, il cui ritmo contagia i passeggeri; le teste mesciate delle signore in sala, ondeggiano come boe nel bel mezzo del mare calmo di una musica avvolgente e ruffiana. A seguire Let It Be e poi Hey Jude: i musicisti invitano il pubblico a cantare insieme il ritornello della canzone. La la la lalalala…è tutto un coro, un’unica impalpabile emozione. In una fredda giornata londinese, sopra il terrazzo della Apple (Casa discografica), gli Scarafaggi, a sorpresa si misero a suonare; tra i brani eseguiti: Get Back. Aprile 1970, il gruppo di Liverpool si scioglie e per farlo scelsero un brano dal titolo emblematico: The End. Le luci della ribalta si spengono, il gruppo Talk Radio, il Quartetto d’Archi, i presentatori, fanno il pieno di applausi scomparendo poi dietro la grande gonna del sipario. E noi ritorniamo nelle nostre case, alla quotidianità con l’anima più leggera, rigenerata, pronti a intraprendere un’altra avventura come quella che abbiamo vissuto a Civitanova Marche, in questa tiepida serata primaverile.

http://www.youtube.com/watch?v=gI38vPDCoao
Oh, yeah! Alright!
Are you gonna be in my dreams tonight?
And in the end,
The love you take is equal to the love you make
Oh sì, tutto bene!
Entrerai nei miei sogni stanotte?
E alla fine
L’amore che prendi è quanto quello che dai
© 1969 Northern Songs.