Anniversari bettiani del 2013
Poca attenzione per il drammaturgo camerte nell'anno trascorso
Che quello attuale non sia il momento di Betti lo andiamo ripetendo da almeno un paio di decenni, sì da poter sostituire il precario col definitivo: questo non è il tempo di Betti. Certo, anche nella letteratura – così come nella società contemporanea–non v’è cittadinanza per chi ami la penombra, il dubbio, l’introspezione, l’esprimersi senza dire, il tormento che lascia scorgere appena una luce fioca di cui s’ignora se sia sbocco o illusione. E, poi, Betti non è Pirandello – ma il suo non era il mestiere delle lettere –. Se azzardiamo una ricerca appena più accurata non troveremo nel 2012 rappresentazioni degne di nota di un qualsiasi suo dramma. Di radio e televisione, poi, neanche a parlarne. D’altronde cosa c’è da aspettarsi se persino la sua città natale lo ha abbandonato, lasciando spegnere un centro studi a suo nome e così acconsentendo che si estinguesse il premio letterario collegato (premio che chi scrive queste righe non ha mai giudicato con ammirazione, ma che almeno configurava un pretesto per lasciare accesa una luce sull’opera del drammaturgo)?
Mi sono sempre domandato perché al tempo della prima (e permanente) Tangentopoli non sia mai venuto in mente a nessuno di evocare quelle due potenti metafore che sembrano scritte proprio per quello che d’atroce si squadernava di fronte alla pubblica opinione: mi riferisco a “Corruzione a palazzo di giustizia” e a “Frana allo Scalo nord”, con la prima che non esclude nessuno dalla mimetizzata degenerazione del delitto e con la seconda che, apparentemente invertendo il principio di non colpevolezza – anche con la scena dei morti che vengono a testimoniare davanti alla corte –, vuol dimostrare che se tutti sono colpevoli allora vuol dire che nessuno è colpevole. Temi difficili da metabolizzare e, quindi, forse per questo estranei al più di quel poco di drammaturgia ancora presente sulle scene dei teatri italiani.
Il 30 settembre ci colpì quello che probabilmente resta l’unico fugace accenno a Betti di rilievo nazionale dell’anno che si è da poco concluso. Andrea Camilleri – sì, il notissimo giallista siciliano – nella rubrica “Posacenere” sulla prima pagina dell’inserto domenicale de “Il sole-24 ore” richiamava “Il diluvio” di Ugo Betti (definito “Un importante commediografo italiano del Novecento troppo presto dimenticato”) come allegoria di una Napoli sommersa dai rifiuti. E difatti in un passaggio di quel dramma il personaggio principale, Archibaldo Matthia, sostiene che il prossimo diluvio universale non sarà caratterizzato dall’acqua, ma dal rigurgito delle fogne e dei liquami in ogni tempo prodotti dall’umanità. Scena fortissima, invero fatta scorrere dall’autore con la consueta tenuità espressiva.
Non credo che il cantiere 2013 ci riservi qualcosa di nuovo per Betti, anzi lo escludo decisamente. Tuttavia, fedele a una specie di appuntamento che replico da un po’, richiamo anche per l’anno che si apre qualche anniversario dell’opera bettiana. Ricorrono infatti ottanta anni dalla prima pubblicazione della raccolta di novelle “Le case” e dalla prima rappresentazione di “Un albergo sul porto” (dramma che andò in scena esattamente dieci anni prima di essere pubblicato a stampa), settanta anni dalla stesura di “Marito e moglie” e altrettanti dalla pubblicazione e rappresentazione de “Il diluvio”; sessanta anni, infine, ci dividono dalla rappresentazione – postuma – de “L’aiuola bruciata”. Di quest’ultimo dramma – che riteniamo tra le cose migliori di Betti – ci riserviamo tuttavia di parlare in altra occasione. “Le case” – una raccolta di ventuno brevi novelle – venne edita da Mondadori nel 1933. Già dal titolo si avverte quel particolare clima che avvolge l’arte dell’autore, il quale scava nelle vite di povere creature umane, s’introduce nelle loro case – appunto – là dove la vicinanza con altre creature provoca ancora altra miseria.
Scrive Alfredo Barbina, uno dei maggiori conoscitori dell’opera bettiana: «Si è lontani dallo sfondo storico o dalla natura, in queste case: qui odio e amore, istinti bassi e improvvise tenerezze (quasi immediata reazione, di un’umanità, perduta o ritrovata) sono soli con sé stessi, e l’autore può, con impietoso sguardo, esaminarli, frugarli. Sono personaggi posti con implacato realismo di fronte alla loro viltà, alle loro piaghe morali, alla loro malvagità; ma basta un attimo, quando pare che il fondo dell’abiezione sia toccato, perché ognuno si ritrovi e riesca quasi a dare un ritmo nuovo alla propria esistenza». Prosa lirica, aggiungiamo noi, che avvertiamo il linguaggio poetico di Betti, anche quando è impegnato come narratore o come drammaturgo, come il suo maggior pregio stilistico e non già come limite. “Un albergo sul porto” fu rappresentato per la prima volta a Torino, al teatro “Alfieri”, il 2 dicembre 1933 dalla compagnia di Tatiana Pavlova e di Lamberto Picasso. Pubblicato a stampa, come abbiamo detto, solo dieci anni dopo, fu affiancato da un lapidario commento dell’autore: «Ciò che vorrei io, scrivendo, sarebbe di mettere certe persone e certi sentimenti, nudi e soli, all’infimo di una gran scala. E vedere se in essi, solo in essi, senza aiuto né appoggi, c’è, nonostante tutto, la capacità di salire». La folla dei miserabili che sostano nell’albergo di infimo ordine in attesa di andare oltre mare, o che intorno all’albergo vivacchiano, resta sostanzialmente inerte a far da sfondo, più che da coro alla vicenda dei protagonisti. Maria, Francesco, Diego, son personaggi nati per esprimere liberamente quel che più preme in questo momento al Betti, la cui tormentata problematica morale trova la sua incarnazione nella figura di Simone.
Personaggio misterioso, che non si sa chi sia e di dove venga, ed ha sulle spalle un oscuro passato di peccati – che son forse delitti – e di dolori. Simone detto “il greco”, proprietario dell’albergo, si accampa, gradualmente e quasi inavvertitamente, al centro del dramma e lo domina, quale protagonista e quale personaggio-coro. Solo, odiato da tutti, è di tutti padrone, non tanto in virtù del suo denaro, quanto della gelida intelligenza con cui sa guardare in fondo agli incomposti impulsi dell’irrequieto gregge umano che lo circonda e piegarli ai suoi voleri.Con fredda astuzia Simone interviene, all’inizio del primo atto, a smontare i giovanili furori di Diego, mostrandogli pacatamente quanto siano velleitari i suoi propositi di rivolta e di vendetta. E ricompare, alla fine, con felina tempestività a raccogliere il frutto delle esortazioni da ogni parte ripetute a Maria a fare “come tutte”, esortando la ragazza (dopo la delusione sentimentale inflittale da Diego), a considerare come sia inutile e sciocco opporsi alla legge che pone alle radici stesse della vita la contaminazione e il peccato. E quando, all’inatteso ricomparire di Diego trasformato dall’amore, Maria si sente tanto più umiliata e disperata per il suo stato quanto più le parole dell’innamorato ignaro la pongono in alto, di nuovo Simone cerca di indurla ad accettare, senza rammarichi vani e impossibili ribellioni, la realtà. Segue un breve scoppio di amara sincerità di Simone, che si confessa vittima consapevole di quella stessa dura dialettica dell’istinto di cui è stato finora quasi la coscienza lucida e la voce apparentemente imperturbata, il fatto nuovo che segna, alla fine del secondo atto, la svolta del dramma.
Il dissidio insanabile fra l’ineluttabilità delle leggi di natura e il bisogno di evaderne, che ha contrapposto infatti Simone, volta a volta, a Maria e a Diego e a Francesco, si trasforma nell’’ultimo atto essenzialmente nella lotta ch’egli in se stesso combatte fra la sua lunga abitudine alla ragionevole accettazione della necessaria crudeltà della vita e il sentimento nuovo che può dirsi d’amore, da cui è preso per Maria. A Maria che, vinto il suo mortale avvilimento, sente di aver trovato finalmente nel figlio di cui è rimasta incinta uno scopo per vivere, ed è decisa a partire perché lui, nascendo, non “abbia vergogna”, Simone si accosta in un primo momento cercando ancora una volta di far valere le armi della ragione, “con una sorta di dolcezza e di amarezza”. Ma appena comprende che con Maria non c’è ormai ragione che valga, abbandona ogni tentativo di accorta persuasione di difesa in parte ancora, quasi inconsapevolmente subdola, per confessare supplichevole tutta la sua miseria bisognosa di comprensione e di perdono e di aiuto.Una supplica che perde ogni ritegno quand’egli vede, “con strano scoramento”, che Maria è di fronte a lui “un muro” che non sente.Ma è un tentativo di estrema difesa, subito abbandonato, come per l’improvviso venir meno di un’intima persuasione: si placano d’incanto i reciproci risentimenti e nasce in tutti, nei confronti di Maria, un’improvvisa gara di generosità: che evita la retorica proprio e soltanto nel gesto di brusca tenerezza con cui Simone le porge, dicendole addio, una sua vecchia coperta: “Addio Marietta. Ti servirà sul mare. Forse era giusto così”.E come chinando il capo a espiare la sua colpa di non aver saputo amare e farsi amare, Simone si arrende infine, rassegnato, al suo destino di solitudine: “Sarà lungo a passare, quest’inverno”. “Marito e moglie”, scritto nel 1943,risulta rappresentato una sola volta in Italia, il 21 novembre 1947, al teatro delle Arti di Roma, da una compagnia che annoverava attori del calibro di Anna Proclemer, Salvo Randone, Achille Millo. Filippo, nipote della signora Erminia, giunge, per trascorrervi le vacanze, in una cittadina di provincia, situata lungo un fiume, meta di gite dominicali. Arriva saturo di voglie insoddisfatte. Vicino alla casa della zia del giovanotto abitano Olga e suo marito Luigi, professore in lettere: due persone che vivono ormai senza entusiasmi la loro vita matrimoniale. Filippo, aiutato dall’anziana Erminia, che pur d’accontentarlo gli fa da mezzana (finge, perfino, di non accorgersi dell’intrallazzo fra il signorino e la domestica Irma), frequenta Olga. La tenta. Olga ne è lusingata, invogliata. I loro rapporti si fanno più intimi, più pericolosi. Il marito, che pure si è accorto della tresca dei due, la tollera con rassegnazione, confidando nella fine imminente dell’estate. Eccoci infatti alle soglie dell’autunno. Filippo si accinge a partire. Viene a salutare la signora Olga. “Ancora un po’ di coraggio, di forza su sé stessi, e tutto sarà finito. Luigi pensa a queste e altre cose, mentre dà lezione, e la moglie è lì e anche lei pensa al tempo che fugge e alla gioventù che sfiorisce, alla grama vita che conduce, ma non si ribella, ma vorrebbe andare… D’un tratto Luigi si vede carceriere, tiranno, carnefice della cosa che più ama al mondo: la moglie. Una sciocchezza, un saluto al ragazzo: come negarglielo? È stupido e crudele. Licenzia l’alunno, esce. Il resto si saprà durante una sorta di allucinato processo, in un tentativo di conciliazione tra il marito abbandonato e la moglie transfuga. Quel giorno Olga fu colta sul fatto dalla giovane Irma, che ne fece uno scandalo. Spaurita, la donna fuggì. Si perse. Ora è morta e appare, non vista dai presenti, a dar solo la replica, che il marito non ode, alle appassionate dichiarazioni del superstite. Il quale pronuncia infine un “atto di speranza” nel mondo ultraterreno dove, pacificato per eterno con Olga, con lei potrà ritrovarsi e rivivere.
“Il diluvio”, fu pubblicato sulla rivista “Il dramma” nel 1943 e in quello stesso anno, il 28 gennaio, rappresentato per la prima volta al teatro Argentina di Roma dalla compagnia di Edoardo De Filippo sotto un alternarsi di fischi e contrapposti applausi.In un mondo piccolo borghese, fortemente caricaturato, si svolge una trama fitta di imprevisti, di sorprese, di colpi di scena, talvolta assurdi, talaltra soltanto comici o buffi o grotteschi. L’azione ha inizio quando, improvvisamente, entra nella vita e nella dimora di Archibaldo Matthia, un arci-bi-milionario, il signor Lindoro Polten-Bemoll, qui giunto a trovare una nipote di Archibaldo conosciuta durante l’estate in riviera. L’inconsueta circostanza sconvolge le trite consuetudini della famiglia. Tutti si affannano per preparare una degna accoglienza di persona tanto autorevole!Ecco, Bemoll arriva. Tutti gli sono d’attorno. Lo ossequiano. E tutto farebbero pur di accattivarselo. Poiché il nobiluomo più che dalle grazie, troppo giovanili, della nipote del professore, è allettato da quelle più mature, ma anche più saporite di Clelia, la di lui moglie, autore e personaggi cercano di compiacere l’arci-bi-milionario, isolando l’uno e l’altra in camera da letto. Perfino Archibaldo, rintronato com’è senza accorgersene, favorisce il poco platonico idillio tra il giovine signore e l’appetibile anche se non più giovane Clelia. A questo punto l’opera s’impenna e dal vaudeville tende al dramma, una parvenza di dramma soltanto: infatti, quando finalmente il marito si avvede della tresca, si agita, strepita, estrae di tasca una rivoltella. Uno sparo fragoroso. Archibaldo cade a terra. Ma non è morto. Singolare la sequenza del dialogo finale. IL SEGRETARIO (chinandosi sul caduto e scuotendolo): Coraggio, professore. ARCHIBALDO: Non sono morto?IL SEGRETARIO: No. Siete del tutto incolume. L’avete scampata bella. ARCHIBALDO: (rialzandosi a mezzo, cortesemente): Muoio ugualmente, signore. Il mio cuore era debole. (Con un filo di voce): Credo che possiate andare ad ordinarmi le esequie. (Si ricorica sul pavimento e muore). Fu lo stesso Betti ad affermare in una sua nota su “Il dramma”: «Quando ebbi finito di scrivere Il diluvio mi accorsi che invece di una tragedia avevo scritto una farsa». In effetti il testo,del quale si annovera anche una versione in dialetto milanese (“El diluvi universal”) a cura del noto attore Piero Mazzarella, è sempre stato piuttosto complicato da rappresentare sul palcoscenico.
Giuseppe De Rosa ©
N.B.Le trame dei drammi sono ricavate da F. COLOGNI, Ugo Betti, Cappelli ed., Bologna 1960 e da A. DI PIETRO, L’opera di Ugo Betti, vol. II, edizioni del Centro librario,Bari 1968. didascalie delle foto foto 1: Ugo Betti a Camerino foto 2: frontespizio della raccolta di novelle “Le case” (Mondadori, 1933) foto 3: frontespizio della rivista “Il dramma” del marzo 1943, che annuncia la prima pubblicazione de “Il diluvio” foto 4: frontespizio della rivista “Il dramma” dell’agosto 1943, che annuncia la prima pubblicazione di “Un albergo sul porto” foto 5:gli attori Tat’jana Pavlova, Lamberto Picasso e Fosco Giachetti in una scena di “Un albergo sul porto” (1933) foto 6: Giulietta Masina in una scena di “Il diluvio”, rappresentata a Roma nel 1943 per la regia di Turi Vasile

Sporadiche sagre del copia-incolla a parte, io trovo che il grande Ugo Betti sia stato particolarmente fortunato a non essere rievocato in pompa magna dai nanerottoli della cultura e dai politicanti camerti. Lasciate che i grandi riposino in pace (sia da vivi che da morti)!