L’Api rinuncia anche alle centrali
Falconara
L’Api dice addio anche alle centrali elettriche. Dopo anni di tira e molla sul progetto di realizzare due impianti da 520 e 60 mgw, le condizioni attuali di mercato inducono i vertici del petrolchimico di Falconara ad un’ulteriore ritirata, dopo lo stop di un anno della raffinazione (con relativa cassa integrazione per gli operai) per il 2013. La richiesta è arrivata al Ministero a metà maggio ma solo nei giorni scorsi la Regione, che ieri ha incontrato i lavoratori, è stata informata. Si teme il disimpegno. Tanto che a Palazzo Raffaello gli uffici hanno avviato un monitoraggio dell’area sulla quale oggi sorge il sito industriale. Una verifica sui terreni per capire quali sono di proprietà privata e quali di proprietà pubblica dati in concessione.
Ieri pomeriggio l’assessore regionale Marco Luchetti ha incontrato i rappresentanti regionali, provinciali e le rsu di Cgil, Cisl e Uil. Fronte comune ma battaglie separate. I sindacati continueranno gli incontri istituzionali e presto incontreranno il sindaco in attesa di essere ricevuti dall’azienda, anche a livello romano con i rispettivi delegati nazionali. Anche Luchetti si vedrà con i vertici Api. Incontro che spera di avere prima del 26, data del consiglio regionale durante il quale l’assessore riferirà all’aula lo stato della vertenza. «Un’uscita dal commerciale – spiega Luchetti in una nota – determinerebbe una contrazione dei livelli occupazionali, senza garanzie sul fronte degli interventi di bonifica del sito».
I patti di luglio erano: all’Api il via libera per il rigassificatore, alla Regione la garanzia del mantenimento di 390 posti di lavoro per 10 anni. Salvo cause di forza maggiore, si disse e si scrisse. «Bisogna capire cosa intendono fare – aggiunge Luchetti – perché a oggi, a parte quanto mi è stato riferito dai lavoratori, non c’è nulla di ufficiale». L’intenzione della Raffineria, annunciata giovedì scorso a Roma, è quella di sospendere l’attività di raffinazione per un anno, convertire la centrale Igcc a metano e utilizzare i soldi per la rinuncia al protocollo cip6 (360 milioni di euro, soldi dello Stato che Api avrebbe dovuto incamerare fino al 2020 per la produzione di energia da fonti rinnovabili ma che la legge riconosce ugualmente anche se la si interrompe) per sanare la situazione con le banche.
I sindacati. «Abbiamo detto a Luchetti di vigilare perché l’Api si sta disimpegnando – ha detto Giuseppe Galli, provinciale Filcem Cgil – e ha pronta una lista di tagli». Per Daniele Paolinelli, Femca Cisl: «Si esce dall’incontro con la scelta importante di portare avanti una doppia trattativa, nostra che coinvolge l’azienda nelle Marche e a Roma, e politica con la Regione ai tavoli con azienda e ministeri». «Quel che è certo – conclude Marco Ottaviani, Uilcem Uil – è che a Falconara o resta la raffinazione o non permetteremo nessuna trasformazione: non ci trasformeremo in un deposito nazionale». Il grande timore è proprio questo. Senza centrali, senza raffinazione, un’Api con rigassificatore e serbatoi che compra prodotti finiti e li vende alla rete. Circa 100 dipendenti. Anziché i circa 400 attuali.