Quanto lavoro c’è da fare da parte di tutte le agenzie educative

Incontro a scuola con gli studenti della terza media
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Giuseppe Bommarito

di Giuseppe Bommarito*

Confronto ravvicinato sulla droga e i suoi effetti, insieme al dottor Marco Scali (già  responsabile del Dipartimento di Salute Mentale presso l’ospedale di Civitanova Marche), in una scuola media inferiore di Macerata, con i ragazzini delle terze medie, di circa tredici o quattordici anni di età. Un incontro interessante e istruttivo, come sempre accade quando ti misuri direttamente con i giovani e con i problemi che li riguardano da vicino.

Prima una proiezione di diapositive scelte da Scali e riguardanti principalmente gli esiti di TAC e risonanze magnetiche effettuate su cervelli di persone che hanno usato le varie tipologie di sostanze stupefacenti per un periodo più o meno lungo, poi le dovute spiegazioni con gli interventi introduttivi, e infine il botta e risposta con gli studenti. Domande ingenue, del tipo: perché, se la droga fa così male, non ne viene proibito e perseguito penalmente anche l’uso? Quanto costa la droga? Se anche le sigarette e l’alcol sono dannosi, perché ne è consentita la vendita? E’ automatico o no il passaggio dalla cannabis ad altre sostanze? L’eroina fumata fa male? Perché sulle pasticche di ecstasy quasi sempre compaiono disegni (ad esempio, cuoricini) o parole accattivanti (come “love” o “peace” o “freedom”)? Ma la ketamina non si dà ai cavalli per migliorarne le prestazioni nelle gare?

L’impressione generale, corrispondente a quella ricavata in tanti altri incontri del genere, è che questi ragazzi, nemmeno adolescenti, sulle droghe e sui loro devastanti effetti sappiano poco o nulla. Quel poco che sanno, quasi sempre rispondente a leggende metropolitane di tipo fortemente permissivo, se non a vere e proprie distorsioni della verità scientifica (diffuse ad arte da chi ha interesse ad avvicinare quanti più giovani possibile alle sostanze stupefacenti), l’hanno appreso dai loro coetanei, in occasione dei discorsi che si fanno a scuola tra compagni di classe o, nel pomeriggio, nel gruppo degli amici.

Emerge in maniera abbastanza chiara anche da questo ultimo incontro che le principali agenzie educative (la famiglia, la scuola,la Chiesa) hanno speso ben poche parole e ben poco tempo nel preparare nel modo giusto l’incontro (che, per fortuna, nella maggior parte dei casi non significa anche l’esordio nell’uso) di questi ragazzini e di queste ragazzine con la droga, probabilmente in qualche modo già avvenuto. Sì, perché tutte le rilevazioni del Dipartimento Nazionale Antidroga, estremamente corrispondenti anche con la nostra realtà provinciale, ci informano che l’età media con la quale si viene per la prima volta a contatto con la droga (e con l’alcol, che è l’altra faccia della stessa medaglia) si sta progressivamente abbassando e si è ormai attestata intorno agli undici, dodici anni.

In altri termini, alla maggior parte dei nostri ragazzi, quando passano dalle elementari alle scuole medie, qualcuno – un compagno di classe, qualche amico appena più avanti di età, uno spacciatore che vende emozioni artificiali e che invita per le prime volte a fumare gratis – all’interno della scuola o nei paraggi della stessa, oppure in qualche bar o sala giochi, ai giardini Diaz come allo skatepark, quasi sicuramente offrirà, tanto per cominciare, la possibilità di provare la cannabis o di bersi insieme una birretta, magari anche un superalcolico. E in quel momento è fondamentale che i giovani avvicinati sappiano dire “no” e soprattutto sappiano motivare il loro “no”, senza esitazioni e senza timore di apparire poco coraggiosi o poco solidali con le scelte e i comportamenti del gruppo dei pari.

Attenzione, perchè questo è un passaggio molto importante. La legge del gruppo adolescenziale, a volte spietata, impone comportamenti eguali tra i componenti e l’adeguamento alle regole interne, altrimenti sei un vigliacco e uno sfigato e vieni quindi deriso e allontanato. E per molti adolescenti, che hanno un bisogno fisiologico del gruppo per iniziare a distaccarsi dal nucleo familiare, questa emarginazione è spesso insopportabile. Ciò comporta che molti giovanissimi, pur avendo paura e pur non essendo dentro di sé d’accordo sulla sperimentazione e poi sull’uso e sull’abuso delle droghe e dell’alcol, si facciano comunque trascinare, per la paura dello scherno e dell’isolamento, dalla forza trainante (questa volta in senso negativo) del gruppo.

Bisogna quindi dare in tempo utile ai ragazzi argomentazioni non generiche, ma precise e inoppugnabili sulle sostanze, sull’alcol e sui loro devastanti effetti (ancora più gravi nel periodo adolescenziale, allorché il loro sistema nervoso centrale richiede ancora diversi anni prima di arrivare a compimento), tali da consentirgli di resistere motivatamente ai tentativi di tirarli dentro queste esperienze pseudotrasgressive e soprattutto idonee a consentirgli di evidenziare agli amici come stanno veramente le cose e chi veramente ha coraggio e chi invece si nasconde dietro la logica del gruppo solo per vigliaccheria o per quieto vivere.

Ecco perché  in questo senso è importante, anzi, è fondamentale che ai ragazzini, costantemente alla ricerca di emozioni forti da provare e sempre attratti da esperienze piene di fattori di rischio, si inizi a parlare in maniera precisa ed informata di droga sin da quando sono alle elementari, si facciano conoscere esattamente gli effetti dei vari tipi di sostanze, si rifletta insieme su qualche vicenda particolarmente significativa e dolorosa accaduta in città, si evidenzi quanto sia poco coraggioso e omologante – anziché trasgressivo – accodarsi acriticamente al gruppo degli amici per fare tutti insieme le stesse cose: accendere le prime sigarette, far comprare a qualche amico più grande qualche bottiglia di birra al supermercato e poi scolarsela a stomaco vuoto, farsi le prime canne e le prime pasticche (qui volutamente tralasciando tutto il resto: le prime navigazioni spericolate in internet, gli atti di bullismo e di vandalismo, le gare di velocità e le esibizioni con i motorini, ecc.).

Non servono a nulla, infatti, le raccomandazioni dei genitori fatte all’ultimo minuto, quelle sull’uscio della porta (“mi raccomando, stai attento”), così come sono del tutti inutili le frasi generiche contro le sostanze stupefacenti (“la droga non devi usarla perché fa male”). Con i ragazzi di oggi, alle prese con diverse forme di disagio che può incanalarsi in varie direzioni, quasi tutte a rischio, e con la droga che economicamente è alla portata di tutti (per una precisa scelta di penetrazione “commerciale” della criminalità organizzata) e si trova anche sotto casa e negli angoli delle strade, ci vuole un lavoro serio e di lunga lena e servono argomentazioni precise e informate sul piano scientifico: solo in questo modo ci può essere la fondata speranza che i piccoli uomini e le piccole donne che abbiamo messo al mondo sapranno andare incontro alla vita anziché verso l’autopenalizzazione causata dalle sostanze o addirittura verso la morte, e sapranno sentirsi – come è giusto nella fase adolescenziale – grandi, liberi e indipendenti confidando solamente sul loro entusiasmo, sulla loro determinazione, sul loro giusto discernimento, e non su presunti aiuti artificiali, che in realtà aiutano solo a complicarsi la vita.

In un mondo in cui anche la società adulta ha pensato per lungo tempo che tutto fosse possibile e che anche la felicità si potesse comprare, le varie agenzie educative hanno quindi un ruolo fondamentale da svolgere per preservare i giovani dall’alcol e dalla droga.

Eppure tante famiglie non hanno la benché minima informazione sulla droga e non manifestano in alcun modo l’intenzione di documentarsi al riguardo in maniera più precisa e approfondita. Eppure in tante scuole, al di fuori dell’insegnante incaricato del “progetto”, gli altri docenti si sentono totalmente deresponsabilizzati al riguardo e fanno finta di non vedere i ragazzi che in classe dormono sotto l’effetto delle sostanze assunte subito prima dell’inizio delle lezioni. Eppure la stessa Chiesa ritiene che sia sufficiente la formazione spirituale dei giovani per tenerli lontani dai pericoli delle sostanze psicotrope.

C’è tanto lavoro da fare, pertanto, e nessuno a mio avviso può esimersi dal farlo. La posta in gioco è quella di aiutare veramente, e non per finta, i giovani e i giovanissimi a saper rifiutare a fronte alta proposte che a prima vista sembrano meravigliose e piene di attrattiva, ma poi si rivelano vere e proprie trappole.

Questa volta voglio concludere con la segnalazione di un bel film italiano uscito proprio di recente, “Scialla”, opera prima di Francesco Bruni, che si segnala non solo per la gradevolezza complessiva e gli spunti di riflessione che offre sul rapporto tra padri e figli, ma anche perché, anziché mostrarci i soliti adulti con il solito bicchiere di alcol costantemente in mano oppure i soliti padri che si fanno amichevolmente le solite canne insieme ai loro figli (tutto marketing efficacissimo e per nulla casuale delle lobbies dell’alcol e della droga), lancia sulla droga stessa alcuni messaggi estremamente positivi, ancora più importanti perché provenienti proprio dal protagonista quindicenne della vicenda: la droga è veramente uno schifo (così come fa schifo chi vuole fare i soldi sulla pelle dei ragazzi), non c’è bisogno della droga per stare bene, non è affatto vero che lo fanno tutti, si può anche dire di no. Un film da vedere, e da far vedere anche ai nostri figli.

*Giuseppe Bommarito

Avvocato, presidente onlus “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza”



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