Morti per droga
Rompiamo il muro dell’omertà

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di Giuseppe Bommarito*

Stava precipitando a terra Elena, negli ultimi istanti della sua troppo giovane vita. Si era appena arrampicata su quella torre industriale nell’oscurità e nel gelo della sera. Il freddo e la nebbia di Milano non l’avevano dissuasa: ormai era tutto deciso, e niente e nessuno avrebbero potuto fermarla. “Con un triplo salto mortale esco di scena”, aveva lasciato scritto nel suo diario, e subito dopo si era avviata verso quella zona industriale che aveva individuato nei giorni precedenti come il luogo dove porre fine per sempre alle sue angosce. Certo, la salita, sino ad arrivare a circa trenta metri di altezza, era stata faticosa, ma la disperazione e la fretta di chiudere la partita nel più breve tempo possibile le avevano messo le ali ai piedi. Strano a dirsi, ma una gran forza le era venuta proprio nel preciso momento in cui la fatica di vivere le era sembrata un peso sempre più insopportabile. Arrivata in cima, aveva tirato il fiato per un attimo e poi, senza perdersi in pensieri che avrebbero potuto bloccarla, si era lanciata giù a capofitto verso il buio, verso la Luce, verso un’altra dimensione. Dentro di sé lo aveva detto mille volte: lassù, in alto, nessuna esitazione, doveva chiudere gli occhi e poi giù nel vuoto, non poteva e non doveva permettersi il lusso di un possibile ripensamento.

Quando, dentro di sé, aveva a volte immaginato quel momento, chissà perché  aveva pensato che quel terribile volo sarebbe durato di più, che forse avrebbe avuto il tempo di volteggiare, di rimanere per una frazione di secondo sospesa nell’aria, di guardarsi intorno, di respirare l’aria della notte, di dare un ultimo sguardo di insieme alla vita, per poi, comunque, riprendere di gran carriera il suo ultimo viaggio. Invece la velocità si era subito impadronita del suo corpo e della sua mente, era aumentata vertiginosamente metro dopo metro, togliendole il fiato mentre la terra si avvicinava sempre di più, sempre più visibile, sempre più scura, non aveva concesso spazio nemmeno alla paura e in un battibaleno l’aveva scaraventata al suolo con tutta la violenza del mondo, mettendo fine alla sua esistenza terrena.

Tanti ragazzi, qualche giorno dopo ai funerali di Elena, nella piccola chiesa del centro storico di Macerata. Il ricordo del sacerdote, degli amici e dei suoi insegnanti del liceo, una lunga e struggente testimonianza dei genitori sulla vita della loro figlia e sul male di vivere che, da un certo momento in poi, l’aveva accompagnata, inducendola ad una serie di errori, non meglio precisati, e poi a quel gesto estremo. E, per finire, l’intervento di un ragazzo, che aveva espresso un grande dolore ed un forte rimpianto per quella morte così assurda.

Nessuno, però, negli interventi fatti in chiesa, aveva pronunziato la parola DROGA; nessuno aveva detto che Elena si iniettava l’eroina in vena sin da quando era poco più che un’adolescente; nessuno aveva ricordato i tanti tentativi di disintossicazione fisica e psicologica e le continue ricadute; nessuno era intervenuto per togliere la parola a quel ragazzo che aveva parlato per ultimo, un noto spacciatore di eroina, già più volte incarcerato e forse uno che in passato la droga l’aveva più volte ceduta anche ad Elena, nome di fantasia qui inventato per raccontare una storia terribilmente vera, accaduta circa un anno fa, una storia di cui qui parlo perché questa tragica vicenda suggerisce alcune importanti riflessioni sul ruolo della famiglia e perché proprio i familiari, a suo tempo, inserirono nella rete l’ultima, terribile, lettera di quella sfortunata ragazza maceratese.

Certo, tecnicamente quella morte era stata il frutto di un suicidio, problema molto sentito nelle Marche, dove mediamente si registrano due suicidi alla settimana (gran parte dei quali posti in essere da ragazzi) e che sono al terzo posto fra le regioni italiane in questa triste graduatoria. La provincia di Macerata, a sua volta, nell’ambito marchigiano è purtroppo la prima, sia come suicidi riusciti che come suicidi tentati.

Certo, era difficile negare che quel suicidio fosse dipeso da una forte depressione, testimoniata anche da quella lunga lettera che Elena aveva lasciato ai suoi genitori e che questi avevano deciso di rendere pubblica. Ma una sorta di pudore, di reticenza, quasi di vergogna, aveva impedito di dire a chiare lettere che quella depressione era uno dei frutti avvelenati dell’assunzione prolungata di eroina ed aveva finito per prendere il posto di quel fondo di fragilità, di disagio, di sottile angoscia, che anni prima aveva spinto Elena verso la droga, anziché verso una possibile reazione. Questa, e solo questa, era la verità: Elena era stata travolta dalla depressione, era sicuramente morta per suicidio, ma era stata uccisa dall’eroina.

L’eroina, infatti, riduce la reazione emotiva al dolore, all’ansia, all’angoscia, anestetizza tutto, ma poi porta verso un tracciato piatto dell’esistenza, toglie la capacità di capire la vita, di gustarla, di sentirla. E alla fine c’è un vero e proprio distacco dalla realtà. Non vedi più il mondo fuori e dentro di te, sei solo tu e la droga, le emozioni non esistono più, esiste solo la sostanza, quella sostanza, la stramaledetta eroina, che ti porta ad aumentare i buchi e le dosi, e così passi lentamente, ma continuamente, da una fase di agitazione e di compulsione, che altera profondamente il modo di essere e di ragionare, ad un falso stato di quiete, per arrivare, spesso e volentieri, a forti situazioni di ansia e depressione.

A causa dell’eroina uno stato di disagio, di malessere esistenziale, si tramuta facilmente in depressione vera e propria, mentre una depressione preesistente ne esce amplificata a dismisura, e può spingere anche ad un gesto estremo, pure ad un volo di trenta metri quando non vedi più prospettive nella tua vita, se non quella di seguitare a drogarti e di continuare a  fare del male  a te stesso e alle persone  più care.

Tornando ora alla tragica vicenda sopra raccontata, uno degli elementi di riflessione che se ne possono trarre – non certo l’unico – è che di droga le famiglie preferiscono non parlare, neanche davanti alla morte. E invece occorre spezzare la spirale della segretezza che, nell’illusorio tentativo di proteggere l’immagine familiare, tiene legati per lungo tempo, in un assurdo patto di silenzio (spesso e volentieri anche dopo morti tragiche dovute alla droga), i ragazzi tossicodipendenti e le loro famiglie e che ottiene come unico risultato quello di ritardare oltre misura i necessari interventi terapeutici: il tutto per tenere celati dei segreti che quasi sempre non sono più tali per nessuno, se non per i più stretti familiari. E’ notorio, infatti, che fra i fattori più importanti di ritardo nell’intervento su una tossicodipendenza c’è proprio il segreto, quel segreto al quale tenacemente si autocondannano, oltre ai diretti interessati, anche genitori e coniugi di tossicodipendenti, nell’illusorio tentativo di proteggere la figura del loro caro, erroneamente considerato come un deviante, presso l’opinione pubblica. Questo silenzio assurdo delle famiglie non serve a niente e contribuisce solo ad un aggravamento della situazione, compromettendo molte possibilità di aiuto in favore di chi avrebbe urgente ed immediato bisogno di iniziare un qualche percorso terapeutico presso le strutture pubbliche.

Eppure le famiglie non dovrebbero vergognarsi dei loro figli tossicodipendenti, sia durante la loro vita che nel drammatico e insopportabile momento della loro eventuale morte, non dovrebbero pensare che la droga sia un vizio da tenere nascosto, da occultare agli occhi dell’opinione pubblica. La tossicodipendenza  (specialmente quella da eroina e da cocaina), sebbene autoindotta, non è un vizio, è una gravissima malattia, una malattia recidivante che tende a cronicizzare, una malattia terribilmente difficile da curare, sicchè prima si interviene meglio è, prima si cerca di interrompere il circuito perverso che trasforma la vita quotidiana nella ricerca continua di droga, maggiori sono le speranze di venire a capo del problema attraverso gli appropriati strumenti terapeutici. Una malattia che in ogni caso si può vincere, a patto che l’intera famiglia sia consapevole della gravità della situazione e scenda compatta e coesa, quanto prima e a testa alta, a fianco dei giovani incappati in un così brutto problema, condividendo nel modo più giusto le necessarie terapie.

Nascondere la testa sotto la sabbia e far finta di niente non solo non risolve il problema, ma contribuisce terribilmente ad aggravarlo. Ed ecco perché non nascondere la verità, e indicare quindi la droga come la vera causa di tanti decessi, che altrimenti sfuggono alle statistiche reali, può essere di monito a tanti ragazzi (i quali incoscientemente pensano che a loro non succederà mai niente e che gli adulti esagerano quando parlano di rischi anche letali) e può essere utile nell’ambito di una politica che punti ad inquadrare le esatte dimensioni del fenomeno e ad impostare una idonea strategia di prevenzione.

Molti, invece, preferiscono ancora tacere. Così avviene per tanti incidenti stradali dovuti all’uso di sostanze, per gli infarti (anche in età giovanile) di chi assume cocaina, per i decessi da AIDS legati all’uso di siringhe infette, per i suicidi derivanti da depressione indotta o amplificata dall’eroina. In questi casi, la droga scompare dalla cronaca di tante morti di giovani, e trovano spazio solo i suoi effetti dirompenti: un tragico schianto nella notte; il cuore che all’improvviso smette di battere; una infezione da HIV contratta chissà come; un volontario, inspiegabile, addio alla vita; oppure, a volte campeggiano nei resoconti giornalistici frasi criptiche, del tipo: “La morte del giovane sembra dovuta a sostanze esogene introdotte nell’organismo”.

Bisogna spezzarla questa omertà collettiva, che rende persino impronunciabile, se non quando proprio non se ne può fare a meno, la parola droga; bisogna parlarne, invece, parlarne in lungo ed in largo, e chiamare le cose con il loro nome, perché solo la consapevolezza che questo problema esiste, ed è gravissimo, potrà portare ad affrontarlo nel giusto modo, in tutti i suoi aspetti, dalla prevenzione alle terapie per uscirne, senza dimenticare la lotta a chi traffica con la droga. Ognuno, per quanto gli compete, deve fare la sua parte.

Non dimentichiamoci che in base alle statistiche Istat le principali cause delle morti in giovane età sono, nell’ordine, gli incidenti stradali, i suicidi e le intossicazioni acute dovute a tossicodipendenza, cioè le overdosi. I suicidi, a loro volta, sono principalmente determinati dalla depressione e dagli abusi di alcol e droga. Abusi che – è risaputo – hanno una parte molto rilevante anche nella causazione di tanti incidenti stradali nelle famigerate notti dello sballo. Quante giovani vite bruciate a causa (diretta o indiretta) della droga, a partire da quella prima morte per overdose da eroina registrata in Italia nel 1973!

Non vergognamoci, quindi, dei nostri figli, anche quando, purtroppo, in un certo momento della loro vita, hanno pensato di risolvere con la droga  il proprio disagio, la propria difficoltà di relazionarsi con il mondo esterno; non autocondanniamoci al silenzio e al segreto con gli altri, stiamo al loro fianco a testa alta.

* Avvocato e Presidente dell’Associazione onlus “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza”

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Dalla prossima settimana su Cronache Maceratesi un forum sui vari argomenti trattati negli interventi dell’avvocato Bommarito che risponderà alle domande dei lettori entrando nel vivo del dibattito.



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