Padre Giuseppe Moretti
“I miei 33 anni in Afghanistan”

L'intervista all'unico sacerdote di una chiesa cattolica a Kabul
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di Alessandra Pierini
Sembra esistere un legame tra i marchigiani e in particolare i maceratesi e l’Oriente. I maceratesi che, per un motivo o per l’altro, hanno raggiunto le terre asiatiche hanno fatto grandi cose. Pensiamo a Matteo Ricci in Cina o a Giuseppe Tucci in Tibet.
Anche Padre Giuseppe Moretti, barnabita recanatese, opera in un paese asiatico molto particolare per storia e tradizioni, l’Afghanistan dove è superiore della “missio sui juris” di Kabul, una delle più piccole e travagliate Chiese cattoliche del mondo. Padre Moretti pur consapevole dell’importaza del suo ruolo non si scompone e parla con grande naturalezza e con quel particolare accento inglese che ha fatto quasi sparire l’origine recanatese. Ha l’aria di chi assapora ogni momento, ogni sapore, ogni persona che incontra. Il barnabita sta per ripartire, è tornato a casa per ricevere a Roma il premio di “Marchigiano dell’anno” organizzato dal Cesma e tornerà lunedì a Kabul. Intanto vicino a noi un televisore mostra immagini di Herat e i suoi occhi le seguono attenti, come se non le avessero mai viste e l’impressione è ce il cuore di Padre Moretti sia rimasto lì, tra quelle montagne sconfinate e così diverse da quelle a cui noi maceratesi siamo abituati. “Da Kabul non riusciamo a vedere altri sport che la pallavolo e il basket e seguo sempre le partite della Lube” ci racconta.

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Padre, cosa ci fa un sacerdote recanatese a Kabul?
“E’ una storia lunga – sorride Padre  Moretti – che inizia nel 1919 quando l’Italia fu il primo governo occidentale a riconoscere l’indipendenza dell’Afghanistan che rimase molto colpito e chiese all’Italia cosa voleva in cambio di questo riconoscimento. Il Governo italiano si fece portavoce di una piccola comunità cattolica internazionale che voleva una chiesa e un padre spirituale. Nel 1921 cappella e cappellano furono riconosciuti ufficialmente dal Governo afghano ma nel 31 il cappellano non era ancora arrivato e Mussolini si rivolse a Papa Pio XI per sapere cosa bisognava fare. Pio XI disse ‘ci vuole un barnabita’ . Il primo barnabita arrivò il 1 gennaio 1933 e io sono il quinto barnabita.”
E’ lei che ha scelto di andare a Kabul?
“Ricordo che in seminario si scrivevano le lettere ai missionari ed io avevo una simpatia per quello di Kabul. Nel 1977 andai per la prima volta a fargli visita, poi tornai nel 1978 quando dovette operarsi, nel 1990 ero Rettore Preside del Collegio di Firenze e fui chiamato a sostituirlo definitivamente e accettai.”

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Padre Moretti e sua sorella

Quindi è in Afghanistan dal 1990…
“Purtroppo nel 1994 rimasi ferito durante un attacco all’ambasciata italiana e fui costretto a tornare a casa finchè nel 2001 l’ambasciata fu riaperta e fu direttamente la Santa Sede a chiedere il mio ritorno. Intanto la cappellania era diventata missio sui juris, una diocesi.”
Dal 1977 ad oggi come è cambiato l’Afghanistan?
“Io sono arrivato quando era un paese in pace per poi trasformarsi in un paese in guerra e cambiare completamente in poco tempo. Nonostante la guerra comunque riuscivamo a girare tranquillamente per Kabul o ad uscire dalla città poi nel 1992 sono arrivati i mujaheddin e poi i talebani. Con loro è molto cambiata la situazione delle donne e per la città è arrivata la fase del terrore. Oggi si contano 40.000 mendicanti, sono ad ogni angolo di strada e 4.000 bambini soli in strada. Ritengo che lo sviluppo di Kabul debba passare dalle donne, sono loro che devono reagire.”
Quante persone vengono nella sua chiesa a Kabul?
“All’inizio erano pochissime poi hanno cominciato ad aumentare e ora la messa, specialmente della domenica è molto frequentata da cinesi, filippini, nord americani e tanti altri. E’ commovente sentire il Padre Nostro recitato in tante lingue contemporaneamente. Veniva anche Dan McNeill, il generale americano che comanda le forze Nato a Kabul e con lui avevo un ottimo rapporto. Un giorno arrivò in ritardò e anche se gli avevo riservato il suo solito posto volle rimanere in fondo come tutti gli altri.”

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Padre Giuseppe Moretti e Guido Picchio

E’ stato anche cappellano militare….
“Sì, dicevo la messa tra gli aerei. I nostri militari – ci dice con grande orgoglio – stanno lavorando molto bene in Afghanistan e mostrano una grande umanità. Tra i tanti militari ci sono anche i contractors che invece mi mettono in difficoltà. Sono talmente grandi che per dargli la Comunione mi tocca prendere la scaletta.”
A Kabul, oltre ad essere l’unico sacerdote di una chiesa cattolica, lei ha anche fondato la Scuola di Pace…
“Era uno dei miei desideri più grandi, nel 2002 sulla scia di questa mia idea persistente è iniziata una raccolta fondi e nel 2005 grazie al contributo dei recanatesi e alla generosa offerta di Giovanni Paolo II. E’ una scuola che accoglie 1100 alunni di tutte le età e copre dal primo al dodicesimo grado. L’ho voluta in un villaggio in periferia perchè i villaggi sono i luoghi trascurati dalle ong internazionali. Lì abbiamo un laboratorio scientifico, un laboratorio di computer, i bagni occidentali e i campi da calcio. Abbiamo anche studiato un modo per far frequentare le ragazze. Di solito terminavano un primo corso di studi e poi le famiglie le costringevano ad  abbandonare. Allora abbiamo previsto delle borse di studio che consistono in sacchi di riso e farina che distrbuiamo periodicamente tra le famiglie delle ragazze che così possono continuare la scuola. Oltre a noi in pochi anni si è passati da una sola comunità di suore a 3 e le suore di Madre Teresa sono riuscite persino a mantenere l’abito.”
Forse qualcosa sta cambiando….
Dalla Scuola di Pace chiamano spesso Padre Moretti per chiedere penne e quaderni, oggetti per noi così banali e scontati che molti genitori afghani non possono permettersi di acquistare. Forse anche noi, come Padre Moretti, potremmo fare qualcosa perchè le cose cambino più velocemente.

Foto di Guido Picchio

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Padre Moretti e il titolare del ristorante “Acropoli”

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Padre Moretti durante la premiazione del “Marchigiano dell’anno”

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