Laurea honoris al Maestro Cucchi,
leader della Transavanguardia

All'Accademia di Belle Arti il 10° Premio Svoboda al poeta-pittore
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di Maurizio Verdenelli

“Matteo Ricci?! Non so chi sia!”. Si, va bene…ma quell’affresco che hai donato all’Itas Ricci nel suo nome: quel braccio proteso che vuol significare? Guarda, fattelo spiegare da un medico di Senigallia (il riferimento è alla confinante Morro d’Alba dove chi scrive e Cucchi erano vicini di casa qualche tempo fa ndr) . Non chiedere a me il senso delle cose: io vivo di immagini, di idee, del momento…”.

E con un elegante e rapido movimento, il Maestro mi sottrae la penna a biro a sua volta sottratta da un outlet della zona calzaturiera, per consegnarsi all’onda piena della richiesta d’autografi da parte degli studenti dell’Accademia di Belle Arti. Seguito come un’ombra da un grassoccio produttore di scarpe che poco prima, quand’era sceso dalla cathedra magistralis dell’Auditorium Svoboda, gliene aveva offerto in omaggio un paio di quelle buone.

Scene d’ordinaria e creativissima bizzarria nel segno del leader della Transavanguardia, Enzo Cucchi cui questa mattina l’Accademia di Belle Arti ha attribuito il titolo (il decimo) di accademico honoris causa con la consegna del premio Svoboda al talento artistico.

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Una cerimonia –presenti Adriano Ciaffi (in piedi) Pietro Marcolini, Francesco Comi, Francesco Massi, Umberto Marcucci, Stefania Monteverde, Federica Curzi, Nando Ottavi, Giuliano Bianchi- che si è trasformata in un autentico workshop dove Cucchi ha addirittura “spiazzato” gli stessi studenti. Si è trattato, in modo molto suggestivo, del ritorno di uno dei figli migliori della stessa Accademia maceratese, essendosi diplomato Enzo (anch’egli come Dante Ferretti, anch’egli Accademico ad honorem) nella stessa istituzione culturale del capoluogo “che ora vanta 700 iscritti, rispetto ai 250 di una volta” ha tenuto a sottolineare la direttrice, arch. Anna Verducci.

Un Cucchi in lieta ed affabulatoria performance che candidamente non ha esitato a gelare un’ammiratrice (“Le sue poesie, Maestro, sono per me un volume da capezzale”) che gli chiedeva il significato del sottile discrimen tra il Cucchi poeta e il Cucchi artista visivo sul quale avevano davvero bene disquisito Salvatore Lacagnina e Stefano Chiodi. “Ma che ne so io?!

Che ne so del suo comodino, e di certe differenze” aveva risposto dopo aver forse fatto finta di non aver sentito. E alla brava studentessa che diligentemente e per due volte (ancora!) aveva ripetuto a Cucchi il quesito su quale avanguardia storica europea lui intendeva essere posizionato, il maestro riconosciuto (da Achille Bonito Oliva, che l’ha preceduto tre mesi fa sul registro d’onore dell’Accademia maceratese) ha suggerito di continuare a studiare sul manuale di Storia dell’Arte… “L’Argan? E’ l’Argan, bene continua pure a studiare lì…”. Potevi almeno dirgli che l’Argan non lo cita ancora… Un po’ severamente la docente apostrava così subito dopo la brava studentessa, a quel punto doppiamente mortificata. Ma a tutti forse sfuggiva l’ennesima provocazione del Cucchi morrese (lui vive e lavora a Roma, ma nella cittadina sopra Jesi possiede una bellissima villa con vista divisa a metà tra monti e mare). Per Cucchienzo –dal titolo della sua prima mostra a metà degli anni 70-  non esiste autoreferenzialità ed autocelebrazione, messaggero di un’Arte assoluta senza categorie e senza coordinate spazio-temporali attraverso immagini imprevisti ed imprevedibili dove ci sono terra e memoria : così come sono gli ultimi disegni cui lui sta lavorando, ha rivelato Lacagnina.

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Al docente siciliano, Cucchi ha lanciato uno sguardo perplesso quando ha parlato per lui di ‘laurea’, tema che serviva al relatore per introdurre Eugenio Montale: impercettibile incidente diplomatico risolto dalla Verducci con l’annotazione che il ‘laureando era già precedentemente laureato’.

Ad introdurre la cerimonia erano stati i saluti dell’assessore comunale Stefania Monteverde (con un ispirato intervento che ha tratto sensazione dalla visita romana al Caravaggio), il presidente del Consiglio provinciale Umberto Marcucci (che ha ricordato il ‘dono’ dell’affresco all’Itas nel nome dello ‘sconosciuto’, per Cucchi! Matteo Ricci), il neoassessore regionale alla Cultura Pietro Marcolini e lo stesso presidente dell’Accademia, Franco Moschini. Che ricordando come Morro d’Alba non sia famosa solo per produrre vino Lacrima ma per aver dato anche i natali a Cucchi, ha fatto lampeggiare per un momento gli occhi del maestro che peraltro –sindaco Ciarimboli- ha donato circa dieci anni fa al suo paese natale l’artistica e poetica incisione che si legge nella fontana collocata dinanzi alla storica “Scarpa”.

Tutti hanno detto “Grazie Enzo” e Lacagnina ha definito la presenza del maestro della Transvaguardia “come un incontro fondamentale per il nostro apprendimento”.

Da parte sua il 10° Premio Svoboda rifuggendo dalla lectio magistralis (“fatemi domande tuttalpiù, altrimenti grazie così e a presto”) ha definito Macerata -“che non vedevo da anni”- ancora più bella. Si è detto orgoglioso di essere marchigiano che ritiene, lui ormai di casa a New York e nel mondo, la terra più bella “perché è lì che sono nato, e la preferisco anche alla Sicilia di cui sono innamorato”.

All’auditorium Svoboda erano assenti il sindaco Carancini e il presidente della provincia, Capponi, entrambi in Cina, ambasciatori nel segno di M.Ricci. E per l’affresco dedicato al Gesuita, nel corso del workshop, Cucchi ha incassato pure i ringraziamenti del prof. Alfio Albani, preside dell’Itas. E lui, di domando: “Sei un preside bravo che scrive anche bene: nella scuola c’è pure gente con la testa…”. Ai ragazzi ha raccomandato alla sua maniera“l’idea della compagnia…perché chi ti sta vicino è il tuo primo interlocutore” ricordando il suo sodalizio con Ettore Sottsass.

Poi tutti a sciamare fuori dall’auditorium contendendo lo spazio della stretta via Berardi alle auto …perché c’è seguire Enzo che fuma una sigaretta dietro l’altra.

Moschini congedandosi, ha gettato l’amo, tentatore: “Sarei felice, che dico? felicissimo che tu potessi venire a Macerata a fare qualche lezione ai ragazzi…”.

Il grande Cucchi fa di sì  con la testa. Il poeta e pittore dal cuore e dal cervello sempre in movimento ed in continua negazione della cosiddetta ed apparente verità (l’ultima scoperta dei ricercatori, per Habermas) ai ragazzi ci crede davvero.

Foto di Genesio Medori e Mandino Tiburzi



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