Gildo Coperchio, il medico
“dei poveri tra i poveri”

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di Maurizio Verdenelli

“Di questi tempi ho poco tempo per me stesso …molto per gli altri. I miei pensieri sono assorbiti dai problemi di salute degli altri”. “Il Dio che vorrei predicare è senza troppi orpelli, un Dio che si perde per le strade e che si sporca con la gente e per la gente. Un Dio che abbraccia il figlio prodigo, che prende la mano della adultera, e sa prenderci in braccio quando siamo incapaci di camminare. Un Dio che ama il silenzio, la verità, la pace, la giustizia, l’amore e sa pure mettersi da parte, perché solo così sarà nuovamente invocato: vieni, non tardare, rimani con noi”.

E quando il dottor Umberto Patassini gli ha detto che la Pro Loco lo aveva indicato come “Treiese dell’anno” e che per una serata (martedì 17 pv) le luci del teatro cittadino si sarebbero accese per lui, il dottor Gildo Coperchio nato il giorno di Natale di 60 anni fa, si è schermito: ”Cosa c’entro io?! Oggi non sono più in Bangladesh. Sono a Parma e solo per fare assistenza a missionari anziani e malati”. Da Treia, il medico “dei poveri tra i poveri”, se n’è andato ad 11 anni e dopo aver fatto (nel 1973) la professione finale di fede nella Congregazione dei Missionari Saveriani , nel 1986 partiva per uno dei confini “caldi” della povertà nel mondo: il Bangladesh, al Fatima Hospital di Jessore. Tuttavia  a segnare maggiormente la missione e la vita stessa del dottor Coperchio è stato il biennio tra il 2002 e il 2004 speso al servizio dei paria, i “fuori casta” del villaggio di Chuknagar. Nel 2008 il ritorno in Italia, a Parma alla Casa Madre dei Saveriani. Una disposizione dei superiori ai quali Gildo ha obbedito prontamente, strappando una sorta di promessa: quella di poter tornare tra qualche anno in Bangladesh.

“Già, ma questo dottor Coperchio chi è?! Fare di un perfetto sconosciuto il ‘Treiese dell’anno’, questa poi!” mi dice la signora, anch’essa della Città del Bracciale, alta dirigente di un’importante istituzione economica provinciale a Macerata. Una persona molto conosciuta in città, a differenza del missionario saveriano che come  Dio ama il silenzio. In effetti non è affatto sorprendente che la signora non conosca bene Gildo, non sappia con precisione cosa abbia fatto e che faccia: a Treia è quasi per tutti un “santo Carneade”. E se ha deciso di presentarsi in modo tanto clamoroso ai concittadini, è probabilmente perché ha pensato che questo sia nei piani del Signore che serve.

In teatro, sul palco, ci sarà anche chi scrive. Nel 1967 conobbi Aldo Capitini: il traduttore di Gandhi, l’uomo della “non violenza” era infatti un collaboratore de “La Nazione” e il “ragazzo di bottega” che ero, ogni volta, raggiungeva Assisi in ‘500’ per prendere in consegna i suoi articoli. Era un uomo di una dolcezza incredibile che avresti ascoltato per ore: percepivi la quieta grandezza di un uomo che aveva incontrato la divinità e che in Gandhi aveva intuito un alter Franciscus. Ho intervistato Rita Levi Montalcini: “Professoressa, c’è Dio nella sua scienza, nelle sue ricerche che le hanno meritato il Nobel?”. “Mi dispiace: non mi ci sono mai imbattuta”. Farò la stessa domanda al dottor Coperchio se nei villaggi del Bangladesh, ha trovato quel Dio che per Francesco Guccini muore continuamente nelle strade della miseria, della violenza e dell’indifferenza.

Sul palco, insieme con il medico dei “fuori casta” ci saranno anche le autorità: e pure qualche candidato alle prossime elezioni provinciali. Chi speranzoso di conferma e chi, invece, di scalzarlo. Che volete farci? Questione di par condicio.

Il dottore che opera nel silenzio starà insieme con chi ha sempre la foto sul giornale e la faccia sui manifesti nei muri. E guai se non fosse così, a pensarci bene. Ma il Dio di Coperchio, quel Dio che ama sporcarsi le mani, ha forse in serbo una sorpresa, una possibilità. Che la Politica, dal palco del bel teatro treiese, tenda la mano ai “diseredati del mondo” attraverso quel medico che vuol tornare tra i poveri del Bangladesh. Ecco una missione estera possibile per la Provincia che da sempre –nel Sahara marocchino come a Gerusalemme- ha fatto conoscere il sapore della solidarietà dei maceratesi perbene.


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