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La giungla delle sae:
«Caporalato romeno, infortuni fantasma
e subappalti come scatole cinesi»

ALLARME SULLA RICOSTRUZIONE - La Cgil porta a galla una situazione preoccupante. Manovali reclutati in Romania con la promessa di 50 euro al giorno che poi non riceverebbero. Daniel Taddei: «Abbiamo trovato un operaio che si era ferito ed erano passate 9 ore senza che fosse soccorso, lo abbiamo portato in ospedale e dato i soldi per mangiare e fornito un telefono. Al lavoro ci sono il doppio delle persone dichiarate». Il sindacato ha segnalato alla prefettura il rischio di infiltrazioni mafiose
martedì 12 dicembre 2017 - Ore 18:32 - caricamento letture
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Il campo base di Arcale a Pieve Torina

Da sinistra Massimo De Luca e Daniel Taddei

 

di Federica Nardi

Un infortunio non dichiarato di un lavoratore fantasma che volevano rispedire in Romania senza stipendio e senza nemmeno visita medica. Un altro, italiano, che è stato pagato solo con acconti che valgono la metà del suo lavoro e che non ha la busta paga. Entrambi pressati delle aziende per andarsene dai cantieri. E poi le scatole cinesi dei subappalti, dove compaiono reti di impresa, cooperative e nomi già saliti agli onori della cronaca perché vicini a ditte incriminate per turbativa d’asta. È questo il quadro che emerge, carte alla mano, dall’indagine che la Cgil ha portato avanti nei cantieri delle Sae del Maceratese. In particolare l’infortunio e l’assenza di busta paga riguardano lavoratori impiegati in un’area di Ussita, mentre la rete insondabile dei subappalti riguarderebbe quasi tutte le aree di cantiere. A denunciare la situazione Daniel Taddei e Massimo De Luca (Fillea Cgil).

Daniel Taddei

«Un nostro funzionario era al campo base di Pieve Torina – spiega Taddei – e un operaio gli ha sussurrato che c’era un uomo infortunato nel container. Questa persona non ha preso un euro, non aveva nemmeno un telefono e non parlava italiano. Grazie a un interprete ha spiegato che ora lo avrebbero rimandato in Romania. Aveva la gamba gonfia, era scivolato sul ghiaccio la mattina alle 10. Quando il nostro funzionario l’ha incontrato erano già passate 9 ore. Quindi l’ha portato in ospedale dove gli hanno dato 15 giorni di prognosi. Gli abbiamo fornito noi telefono e soldi per mangiare». L’altro caso documentato riguarda un italiano. «Anche lui alloggia al campo base di Pieve Torina – prosegue Taddei, che mostra una dichiarazione autografa del lavoratore -. Ci ha contattato inizialmente perché voleva un rimborso spese per la benzina da lui pagata per spostarsi con la sua auto dal campo base al cantiere. Ma la situazione emersa è molto più grave. Da agosto fino a qualche giorno fa ha lavorato 10 ore al giorno, 6 giorni su 7. Le ore dichiarate sono inferiori a quelle da lui lavorate. Inoltre è stato pagato solo tramite acconti, per un valore molto inferiore al contratto nazionale che andrebbe applicato, e non è in possesso di busta paga. L’azienda gli ha chiesto di allontanarsi dal campo base ma il suo contratto non può essere risolto verbalmente e ha diritto di rimanere lì. È stato uno dei pochi che si è rifiutato di lavorare la domenica. E ora la domenica in baracca non funziona più il riscaldamento» .

Massimo De Luca

Due casi che scoperchiano «la giungla delle Sae», la chiama De Luca, che già aveva denunciato in passato la situazione dei cantieri in provincia (leggi l’articolo). «Sentiamo ogni giorno storie agghiaccianti nei cantieri. Su uno spaccato di 70 dipendenti dichiarati del consorzio Gips (uno degli innumerevoli subappalti di Arcale, ndr) nel mese di ottobre 68 dipendenti risultano essere manovali, al primo livello – dice De Luca -. Cioè potrebbero semplicemente portare il secchio con la calce. Riusciamo così a costruire casette fatte per bene? Gli unici due che hanno il secondo e terzo livello sono dipendenti della ditta Europa (ditta del Milanese, che risulta tra le consorziate). Sarebbe questa ditta che sta spingendo per allontanare i due lavoratori dal campo base». Nei cantieri, inoltre «lavorano il doppio degli operai dichiarati ufficialmente – dice De Luca –. Abbiamo iscritti al sindacato che lavorano nei cantieri e che non risultano da nessuna parte. Così come abbiamo operai, come il romeno infortunato, che non risultano al Centro per l’impiego di Macerata e non si sa cosa hanno firmato pur avendo il tesserino della ditta» .

C’è quello che si può documentare e poi «quello che raccontano i lavoratori – prosegue De Luca -. Dicono di aver viaggiato da Pieve Torina con un furgone da 9 posti dove entravano in 25. Ora, con i controlli, vanno almeno in 5 per auto e se ci sono posti di blocco direttamente a piedi». Ma il problema è ancora più a monte, nel sistema di reclutamento degli operai che avverrebbe, a detta di quanto hanno raccontato i lavoratori al sindacato, direttamente in Romania. «Quello che ci hanno detto – dice de Luca – è che vengono prelevati in Romania. A reclutarli la moglie e la figlia di un romeno che lavora in uno dei cantieri, con la promessa di guadagnare 50 euro al giorno. Soldi che una volta arrivati in Italia diventano molti di meno o non vengono proprio dati. Un meccanismo che fa sospettare un caso di caporalato».

Un boiler rotto nell’area Sae di Pieve Torina

Com’è stato possibile arrivare a questa situazione in una filiera teoricamente iper controllata come quella che porta i soldi pubblici dalla Protezione civile al consorzio Arcale, lo spiega Taddei: «Secondo l’accordo quadro per il lotto 2, che è quello delle casette firmato con il consorzio Arcale – dice il sindacalista – non è possibile fare subappalti dei subappalti. Ma è invece possibile costituire reti di impresa anche dopo aver ottenuto il subappalto o subappaltare a cooperative». E qui, la nebbia. «Ci sono consorzi – dice Taddei – che hanno ottenuto un subappalto da Arcale, composti a loro volta da cooperative che a loro volta sono composte da partite Iva, cioè da soci lavoratori. Impossibile quindi tracciarli». Mentre per le reti di impresa, nella notifica preliminare, che è il documento che contiene tutta la filiera dell’appalto, «compare solo la capofila, le altre compaiono solo nella visura camerale sotto forma di partita Iva o codici fiscali». E qui, con le visure alla mano, escono nomi che hanno portato la Cgil a segnalare alla Prefettura di Macerata relativamente al rischio di infiltrazioni mafiose su di un subappalto affidato ad una ditta che a sua volta ha costituito una rete di impresa, con aziende difficilmente tracciabili.

Per quanto riguarda una delle aziende che ha ottenuto un subappalto da Arcale, la In.Tech, la Cassa edile di Macerata ha chiesto a quest’ultima azienda quanti dipendenti avesse al lavoro nei cantieri. La risposta, risalente a ottobre: «Gli operai non sono in forza alla In.Tech spa ma sono distaccati presso la sottoscritta in virtù di regolari contratti di distacco infra rete di imprese». Quello che sta accadendo, prosegue De Luca, è che «Agli inviti a iscriversi in cassa edile rispondono meno del 50 percento delle aziende coinvolte nei cantieri Sae. E vengono segnalati solo la metà dei lavoratori. La Cassa edile si sta attrezzando anche mandando oltre alle pec, raccomandate cartacee, che però nella maggior parte dei casi non vengono ricevute. Le ditte infatti hanno sedi che sono solo targhe su una porta e spesso coincidono con la residenza».

Se da un lato la Cgil vuole tutelare i lavoratori, chiedendo al commissario alla Ricostruzione Paola De Micheli di attivare quanto prima i controlli previsti dall’ordinanza 41 che istituisce il Durc di congruità (leggi l’articolo), dall’altra la premura è per chi aspetta le casette da oltre un anno e per chi dovrà ricostruire le case vere e proprie. Così come per le tasse dei contribuenti che nel sistema opaco delle reti di impresa e delle cooperative non sono facilmente tracciabili.

(foto di Fabio Falcioni)

Cantieri per le casette: la Cgil alza il velo “Una giungla, lavoratori sfruttati”

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