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Quel maledetto sentiero

LA TRAGEDIA DI BOLOGNOLA - L'incidente in cui ha perso la vita Diego Grelli, 28 anni, si sarebbe potuto evitare se lui e il suo amico non avessero proseguito sulla strada impraticabile dove in passato hanno perso la vita altre persone. Luigi Marcolini, responsabile del rifugio del Fargno: "La struttura è chiusa dallo scorso novembre"
sabato 31 marzo 2012 - Ore 14:51 - caricamento letture
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Il percorso che porta al Fargno negli scatti di Paolo Cruciani

di Filippo Ciccarelli

Erano quasi arrivati alla loro meta, Diego e Stefano, dopo un pomeriggio passato sui pedali per cercare di arrivare al rifugio del Fargno. Una meta agognata per i due ragazzi umbri, entrambi residenti a Perugia. Che non avevano certo pensato a quel luogo spettacolare, molto conosciuto dagli amanti del trekking e della mountain bike, come il teatro della disgrazia che ha strappato alla vita Diego Grelli, 29 anni da compiere a luglio, e dove ha rischiato di morire anche il suo amico Stefano Rossi (leggi l’articolo). Una tragedia, certo: ma a farsi strada è l’idea straziante che l’accaduto fosse evitabile se solo i due ciclisti fossero stati più cauti. Le condizioni della strada sterrata che da Pintura di Bolognola porta al Fargno non consentivano certamente il transito, specialmente a due ragazzi in mountain bike poco esperti del luogo e privi di attrezzatura idonea. A seguito dell’inverno più freddo degli ultimi 30 anni, ghiaccio e neve continuano a ricoprire la zona, e proprio su un lastrone di gelo ricoperto dalla coltre bianca sarebbe scivolato Diego, che è rovinato per quasi 300 in metri verso il fondovalle. I soccorritori, giunti in breve tempo ed allertati da Stefano – ricoverato in ospedale con un principio d’ipotermia –  hanno recuperato l’altro ciclista dopo ore di sforzi, ma le sue condizioni sono apparse subito critiche. Una “lingua di neve” è stata fatale al giovane, dunque, ma non è raro trovare una condizione del genere nella zona appenninica. Come si evince dalle foto inviate dal nostro lettore

Paolo Cruciani e la lingua di neve sullo sfondo: nonostante la vicinanza dell'estate (la foto è del giugno 2005) la neve è ancora abbondante

Paolo Cruciani, scattate nel giugno del 2005 proprio nella zona del Fargno, ghiaccio e neve possono rimanere per lungo tempo sul terreno, anche mesi dopo l’ultima nevicata. “Io e mio cognato, partendo in mountain bike da San Lorenzo al lago di Fiastra, arrivammo a Pintura di Bolognola e decidemmo di provare ad inoltrarci verso il Rifugio del Fargno, conoscendo molto bene la strada” scrive Paolo Cruciani. “Arrivati ad un tornante ci fermammo e fortunatamente non provammo a continuare la salita, a causa di una lingua di neve che copriva tutto il canalone sul quale passava la strada”. Una scelta che i due ragazzi di Perugia, ieri, non hanno preso, sottostimando il rischio che correvano. Un errore tragico, ma non un’eccezione. Più volte nel corso degli anni nella zona del Fargno si sono registrate vittime delle escursioni, visto che è una delle realtà più frequentate e pericolose dell’entroterra maceratese.

LA MONTAGNA NON PERDONA
La memoria torna dunque alla tragica primavera del 2008, quando, nel mese di aprile, un altro ciclista rimase vittima di un incidente dalla dinamica quasi identica a quella che ha ucciso Diego Grelli. Lorenz Costatedoi, che all’epoca aveva 40 anni, si trovava a Bolognola per trascorrere in sella alla sua mountain bike il ponte festivo del 25 aprile. Identico il sentiero, quello che da Pintura porta al Fargno e conduce fino a Fiastra. Identiche le circostanze e l’allarme lanciato dai suoi amici che praticavano insieme a lui l’escursione. Ed identico il tragico esito.

La targa in memoria di Lorenz Costatedoi. Foto scattata nell'agosto 2010 da Paolo Cruciani

IL RIFUGIO ERA CHIUSO
L’incidente è avvenuto intorno alle ore 16: un’ora piuttosto tarda, specialmente in montagna, dove la luce del sole svanisce rapidamente, e quando il freddo comincia a farsi pungente. I due ragazzi erano a meno di un km di distanza dal rifugio del Fargno, che però era chiuso. Il responsabile della struttura, Luigi Marcolini, ha saputo del dramma soltanto oggi:
“Sono venuto a conoscenza dell’incidente grazie ad un mio amico che mi ha avvertito: ma non conosco nei dettagli la cosa, perché al momento sono fuori regione. E’ una tragedia, mi pare di capire, molto simile a quella di qualche anno fa…”

Ma perché, secondo lei, i due si sono avventurati fino a quel punto?
“Molta gente non ha cognizione di quelle che purtroppo sono le difficoltà in montagna. Ci sono state diverse situazioni, purtroppo, di persone che non sono riuscite a proseguire… oppure, come in questo caso, episodi ben più gravi. La gente non è quasi mai previdente nell’andare in montagna, e questo è un problema grosso”.

Forse i ragazzi speravano di raggiungere il rifugio…
“Ma il rifugio è chiuso. E’ dal primo novembre che è sbarrato: un paio di settimane fa sono andato a controllare la situazione, c’era talmente tanta neve che non si vedeva nemmeno l’edificio. E viste le condizioni, credo proprio che  non riapriremo prima di maggio, forse addirittura per metà maggio”.

Foto di Paolo Cruciani

Secondo lei c’è un problema della pericolosità del sentiero?
“Non credo sia un problema di strade. Bisognerebbe che la gente non si inoltrasse in percorsi che sono così pericolosi. Se non si è previdenti drammi come questi possono accadere. Sarebbe pericoloso andare con l’attrezzatura da alpinismo, con scarponi e tutto il resto in questo periodo, figuriamoci in mountain bike. Chi ha una buona preparazione ed esperienza non crea certe situazioni”.

Foto di Paolo Cruciani

Foto di Paolo Cruciani

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