L’impresa di Riccardo Pianesi
all’Ultra trail del Monte Bianco:
«E’ come un’Olimpiade»
MACERATA - Il 35enne di Villa Potenza è stato il primo italiano a tagliare il traguardo. E' arrivato 42esimo su 2500 partecipanti da tutto il mondo: «Le parole dei miei genitori durante la gara mi hanno dato la carica». A vincere è stato l’americano Ben Dhiman

Riccardo Pianesi al traguardo
di Francesca Marsili
Al penultimo ristoro, quando ormai le gambe raccontavano 154 chilometri di sentiero, ha visto i suoi genitori. «Dai! Sei il primo italiano». Quelle parole hanno dato a Riccardo Pianesi la forza necessaria per compiere l’impresa: in 22 ore e 46 minuti di corsa non stop tra Francia, Italia e Svizzera, il 35enne di Villa Potenza, lo scorso 28 agosto è stato il primo italiano a tagliare il traguardo dell’Ultra trail du Mont Blanc di Chamonix, una delle ultramaratone più impegnative al mondo di corsa su sentiero che gira attorno al tetto delle Alpi per 174 chilometri e 10mila metri di dislivello positivo.

«Partecipavo per la prima volta, ma sapevo di riuscire a completare il percorso – dice – l’unica incognita era in quanto tempo». Ingegnere, dipendente dell’Ufficio lavori pubblici del Comune di San Ginesio, ha chiuso l’anello in meno della metà del tempo consentito, 42esimo su 2500 partecipanti da tutto il mondo. A vincere è stato l’americano Ben Dhiman, con 18 ore e 16 minuti. Per gli amanti della disciplina del trail running, l’Utmb non è una competizione come le altre. «E’ paragonabile alle Olimpiadi – spiega l’ingegnere – ma si svolge ogni anno». La prima edizione si è svolta nel 2003 con 700 partecipanti. Negli anni successivi il numero è cresciuto esponenzialmente fino a raggiungere i 6mila nel 2006. Successivamente, gli organizzatori hanno indurito le condizioni per qualificarsi, rendendola di fatto una gara altamente esclusiva. Attualmente è il sorteggio a decidere chi può prendere il via, oltre a un punteggio guadagnato dai runner in gare affiliate sparse in diversi Paesi. Pianesi ci è arrivato con il pettorale numero 319 in quota Space Running Jesi: «Mi sono qualificato di diritto grazie al sesto posto ottenuto lo scorso novembre in una corsa di 145 chilometri in Puglia».

«La cosa bella di queste gare di running è che il professionista e l’amatore gareggiano nella stessa corsa», spiega il 35enne. «A differenza di una partita di calcio, dove chi sta in Terza categoria e chi sta in Serie A non si incontrano mai, qui si corre tutti insieme. La differenza è che di solito il professionista parte più avanti, e gli altri un po’ più indietro». Con il suo punteggio, Pianesi si è ritrovato subito dietro ai professionisti, nella seconda fascia di partenza. «Un’ora prima del via ero sotto l’arco, un momento emozionante – prosegue -. Sapevo di essere pronto per concludere il giro: l’unica incognita era quanto tempo ci avrei messo, non se ce l’avrei fatta». Una consapevolezza che lo ha reso tranquillo fin dalla partenza: «Volevo solo godermi il giro del Monte Bianco e trarre da questa esperienza le cose più belle che il territorio poteva offrire».

Nel percorso dell’Utmb, i runner partono da Chamonix, in Francia, e procedono in senso antiorario verso Saint Gervais, Les Contamines e La Balme. Successivamente, proseguono verso Les Chapieux, il Lac Combal e Courmayeur. Infine, seguono il percorso che passa da Arnouvaz, La Fouly, Trient e Vallorcine per tornare a Chamonix. «La partenza era fissata per le 17,45 di venerdì, ma è slittata di due ore per il maltempo – racconta il maceratese – Siamo partiti sotto la pioggia, con circa 15-17 gradi, e quasi subito è calato il buio». E con la notte è arrivato il primo ristoro dell’anima: «Il cielo si è rasserenato, sopra di noi il cielo stellato: la luna piena illuminava il massiccio del Monte Bianco, un’immagine che non dimenticherò mai», dice Pianesi appena rientrato nella sua Villa Potenza. Tutta la traversata francese l’ha corsa così, sotto le stelle, salendo fino a 2500 metri di quota. Il giorno l’ha invece sorpreso sul versante italiano: «Talmente alta l’attenzione per il terreno roccioso che non mi sono neppure reso conto che dovevo spegnere la torcia sulla testa». Ha corso senza sosta su sentieri di montagna tra radici, fango e sassi e temperature attorno allo zero, a una velocità media di 7,6 km/h mantenuta, con oscillazioni, per tutte le 22 ore di gara. «Sulle salite più impegnative, oltre una certa pendenza, si cammina – spiega – ma per fare un buon tempo bisogna correre dove è possibile».

Ma come si resiste a correre per 22 ore? Parte della risposta è nello zaino che ogni runner si porta sulle spalle per tutto il percorso. «A differenza di altre competizioni, penso al panorama americano, in Europa, e soprattutto nel circuito Utmb, il materiale obbligatorio c’è e i responsabili sono molto rigorosi: fanno controlli anche lungo il percorso – spiega -, a me ne hanno fatti un paio». L’organizzazione fornisce un elenco di cose da portare obbligatoriamente: «C’è un kit base che devi avere con te. Poi, in base alle condizioni meteo viene aggiornato: se fa molto caldo devi portare anche gli occhiali da sole o la crema solare, se fa molto freddo uno strato caldo in più o dei guanti in più». Nello zaino, di base, la carta d’identità, il telefono con l’app e il Gps acceso, almeno un litro d’acqua, il telo termico di sopravvivenza dorato e argentato, il fischietto ormai legato a tutti gli zaini, la giacca antipioggia, due lampade frontali, necessarie perché la prima parte della gara si corre tutta di notte, oltre a bende elastiche per fasciature e pantaloni lunghi. «È una particolarità del trail running rispetto alla corsa su strada: chi fa trail parte con il proprio zainetto, o al massimo con una fascia in vita dove mettere la borraccia – dice l’ingegnere – nelle gare su strada i ristori sono ravvicinati. Qui, invece, la distanza si allunga anche fino a 20 km e diventa necessario portare tutto ciò che serve per essere autonomi da un ristoro al successivo». La nutrizione è arrivata attraverso del gel a base di carboidrati.

Non è stata una corsa senza imprevisti. Subito dopo il primo ristoro con assistenza, «uno dei bastoncini in carbonio che avevo con me si è spezzato mentre davo il cinque a uno spettatore. Ero andato un po’ in panico – ricorda – mi aspettavano dei sentieri in salita da affrontare con un solo appoggio. Ho cercato di guardare il lato positivo e sono andato avanti fino all’80esimo chilometro a Courmayeur, dove i miei genitori mi hanno dato una coppia di ricambio e sono ripartito». Poco dopo, un calo di energie: «Forse lo sbalzo termico tra il caldo del ristoro e il freddo di fuori», prosegue. La beffa si è ripetuta anche al novantesimo chilometro: «Un altro bastoncino si è rotto – racconta – ho fatto altri quaranta chilometri con uno solo fino al successivo punto assistenza, dove papà e mamma mi hanno consegnato l’altro ancora buono, che avevo sostituito». E via di nuovo, di corsa, verso la meta, con la t-shirt oramai tatuata sulla pelle dal sudore.

Poi il penultimo ristoro, a 17 chilometi dal termine di quel percorso tanto emozionante quanto estenuante dove al suo passaggio ha trovato Giuseppe e Anna, i suoi genitori, anche loro runner. Non era previsto fossero lì, ma c’erano, a dargli la notizia che non si aspettava: Pianesi stava per essere il primo italiano dell’edizione 2026 a concludere l’anello attorno al Monte Bianco. «Dovevamo incontrarci direttamente all’arrivo – racconta il maceratese tuttora emozionato -. Mi hanno gridato: “Guarda che sei il primo italiano”. E lo ero – ammette – un po’ per merito mio, un po’ perché purtroppo alcuni più forti si erano dovuti ritirare. Quelle parole mi hanno dato una carica incredibile: mi sono accodato a un trenino di francesi che andavano su allegri e ho tirato fuori tutte le ultime energie. Gli ultimi due chilometri li ho corsi a 4 minuti e 30 al chilometro, dopo oltre 22 ore di corsa».

Ad aspettarlo a Chamonix c’era tutta la famiglia. Ha tagliato il traguardo con un sorriso, sciolto in un lungo abbraccio con sua moglie Beatrice e le tre figlie Clotilde, Adelaide e Artemide, che hanno atteso impazienti che il papà tornasse dall’impresa. «Senza tutti loro non sarei arrivato fin lì nello stesso modo», dice Pianesi, che ha trasmesso anche a sua moglie la passione per il trail running. Si alternano nei weekend, chi in gara e chi con le bambine, un equilibrio che, prima di essere sportivo, è familiare.

Sportivo fin da piccolo, Pianesi ha iniziato con il calcio, prima che uno stiramento al crociato lo allontanasse dal campo e lo portasse verso il nuoto, praticato a livello agonistico dai 16 ai 19 anni. Poi, verso i 18 anni, le prime corse domenicali insieme al padre e alla famiglia: le classiche gare podistiche che, tra il 2009 e il 2010, lo hanno avvicinato alla corsa amatoriale. Il trail è arrivato più tardi, nel 2013-2014, quasi per caso: dopo l’università, i master di nuoto e qualche esperienza da autodidatta nel triathlon. «È subito scattato l’amore per la corsa sul sentiero, come se l’avessi sempre fatta. Invece era la prima volta: mi è venuto naturale».

L’itinerario percorso da Pianesi
Da lì, la scelta di dedicarsi al trail non ha più vacillato. «Rispetto alla corsa su strada, il sentiero non è mai monotono: devi essere sempre concentrato su dove appoggi il piede, un sasso, una radice, hai sempre degli stimoli a cui rispondere e stare attento.» E poi c’è la scoperta dei luoghi, quasi un’escursione corsa più veloce. Si allena ogni giorno, alternando i ritmi: nei giorni di scarico la bici sui rulli, in settimana la corsa in pausa pranzo, ritagliata tra un sopralluogo e una pratica dell’Ufficio tecnico lavori pubblici del Comune di San Ginesio, dove lavora come ingegnere dal 2018, dopo l’emergenza sisma. Nel weekend, invece, le uscite lunghe, dalle quattro alle cinque ore. Nelle le 22 ore di corsa attorno al Monte Bianco c’è un traguardo che racconta costanza, preparazione, sacrificio e la passione nutrita dall’affetto di un’ intera famiglia con le scarpe da runner.
Complimenti Riccardo!!!
Complimentissimi, strepitoso!