Valorizzazione dei centri storici,
il Consiglio regionale approva la legge:
«No a kebab, McDonald’s e asiatici»
ANCONA - La maggioranza tira dritto e approva la proposta formulata dalla giunta che aveva sollevato un vespaio di polemiche. Il governatore Francesco Acquaroli le respinge tutte al mittente: «Accuse strampalate, diamo uno strumento ai sindaci. Se non difendiamo quel qualcosa di strettamente identitario che abbiamo, il turista quando arriva non trova nulla». Valeria Mancinelli (Pd): «Il testo sembra scritto da Slow Food, ma nessuno strumento e nessun fondo: solo propaganda per contrastare Vannacci». Pierpaolo Borroni (Fdi) porta l'esempio di Civitanova, Luca Marconi (Udc) dice no chiaro e tondo alle attività etniche

L’intervento di Francesco Acquaroli, presidente della Regione, poco fa in aula
di Marco Pagliariccio
“Disposizioni per la valorizzazione e la riqualificazione dei centri storici, dei luoghi del commercio di particolare interesse e delle attività economiche che concorrono alla salvaguardia delle caratteristiche storico-culturali dei luoghi”. Questo è il nome completo della proposta che il Consiglio regionale ha approvato oggi a maggioranza trasformandola così in legge. Un provvedimento di cui si è tanto parlato nelle scorse settimane col nomignolo di “legge anti kebab”.
Come prevedibile, tra i due schieramenti è stata spaccatura totale. Il centrodestra, da un lato, ha sostenuto con convinzione la filosofia del testo approvato. A difenderlo a spada tratta, in chiusura di dibattimento, il presidente della Regione Francesco Acquaroli, che comunque di kebab non ha mai parlato nel corso del suo intervento. «In primis, le risorse non ci sono oggi, non è detto che non ci sia qualcosa a breve, a partire già dal prossimo assestamento di bilancio – ha rassicurato Acquaroli – i centri storici rappresentano la nostra identità, la nostra storia. Siamo la regione dei borghi. Quest’anno l’export marchigiano cresce soprattutto nell’agroalimentare e questo è un fattore determinante, è la nostra identità più profonda. Alcune questioni sollevate sono il nulla assoluto, se i toni sono questi non c’è speranza. Abbiamo bisogno di una valorizzazione ulteriore che passa per i borghi. C’è stata una grande confusione: si paragona il nostro micro borgo alla città di medio-grandi dimensioni dove le problematiche sono molto diverse. Il nostro commercio solitamente si svolge in una via corta e breve, al massimo arriva a una piazza. Se non difendiamo quel qualcosa di strettamente identitario che abbiamo, il turista quando arriva non trova nulla. Un conto è la contaminazione, un conto è la sostituzione. Ora abbiamo uno strumento che ci aiuta e che aiuta le nostre comunità alla valorizzazione. Diamo ai sindaci la possibilità di legare un luogo specifico a una tipicità enogastronomica. Creare una strategia su questo non è il vuoto, ma il completamento di qualcosa che è mancato. Le accuse che ci fanno sono strampalate».

Valeria Mancinelli (Pd)
La legge non prevede la chiusura dei negozi etnici o dei kebab già esistenti, ma vuole dare in mano ai sindaci maggiori possibilità per favorire attività di eccellenza e valorizzazione di prodotti e filiere locali. Ma secondo l’ex sindaca di Ancona e consigliera del Pd Valeria Mancinelli, il provvedimento è solo una “finta legge anti kebab”. «E’ stato raccontato alla stampa una cosa diversa da quello che c’è nella legge per contribuire a una narrazione che faccia concorrenza al Vannacci di turno – ha tuonato Mancinelli – partirei da cosa è scritto nella legge. Sulla carta potrebbe essere il manifesto di Slow Food. E su tutti i principi siamo d’accordissimo. Infatti ci sono incollate leggi fatte dal centrosinistra negli anni passati. Sul testo, quindi, nessuna questione, potremmo votare all’unanimità. Ma di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno. E gli strumenti? Quelli già previsti dalle leggi nazionali, europee e comunali: agevolazioni, interventi senza discriminazioni, agevolazioni tributarie, esenzioni dei costi, aiuti economici. Cose che esistono da anni. Si dice ai Comuni che possono fare ciò che possono già fare e farlo coi soldi loro visto che non viene stanziato un euro. Insomma una supercazzola. Questo è quello che c’è scritto. Ma quello che il centrodestra ha raccontato è il famoso titolo “leggi anti kebab”. Una cosa che non c’è e non poteva esserci in questa legge. Raccontata così perché così tutti parlano del niente per fare concorrenza a Vannacci. Un’arma di distrazione di massa. Nel frattempo una sfilza di Comuni è uscita dal novero dei Comuni montani. Ma saranno contentissimi della legge anti kebab a Cupra Montana».

Pierpaolo Borroni (Fdi)
Il meloniano Pierpaolo Borroni ha portato l’esempio della sua città, Civitanova, per convincere della bontà del provvedimento: «Diamo ai sindaci possibilità che non avevano, come quella di definire aree del territorio comunale all’interno delle quali indirizzare tipologie di aperture. Ma senza far chiudere quelle che ci sono – ha evidenziato Borroni – tentiamo di caratterizzarle spingendo per la nostra cultura e mettendo mano al degrado dove lo troviamo. Andiamo in controtendenza all’omologazione culturale che vive l’Occidente. A Civitanova c’è un mercato settimanale storico, tra i più grandi delle Marche, dove ci sono sempre state tipicità e qualità. E attraevano tanta gente ogni sabato mattina. Ma negli ultimi anni sono comparsi tanti stalli che fanno vendita dell’usato e della cianfrusaglia, pochi e non fatti dagli italiani. E questo va a caratterizzare in maniera negativa una iniziativa d’eccellenza come quella civitanovese che aveva come tipicità la scarpa».

Luca Marconi (Udc)
Ancora più chiaro il recanatese Luca Marconi (Udc), che, come ha fatto anche Andrea Putzu (Fdi), non ha avuto paura di rivendicare la volontà che ha ispirato la legge: «Bisogna dirlo chiaro e tondo: noi non vogliamo kebab, McDonald’s e asiatici nei centri storici – ha affermato in maniera assai sibillina – lo diciamo chiaramente e se in centro a Recanati le attività di italiani andassero bene e i kebab male, saremmo molto contenti. Ma non è una questione di razzismo, è questione di valorizzare la nostra cultura».
Maurizio Mangialardi (Pd) ha sfidato la giunta a mettere delle risorse sul provvedimento: «E’ una legge che nel testo sarebbe anche condivisibile, ma che senza soldi non serve a nulla – ha ribadito l’ex primo cittadino di Senigallia – tanti Comuni hanno già mirato agli obiettivi inseriti nel testo trovando la loro via. Allora si faccia un emendamento in cui la giunta mette 20 milioni a disposizione dei Comuni per riqualificare i centro storici. Così si interviene davvero»
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Bisognerebbe spiegare a qualcuno che l’ “identità” e la “storia” sono due concetti antitetici, come ben sa chi ha studiato filosofia. In realtà Parmenide ed Eraclito rappresentano i due poli opposti della metafisica greca:
Parmenide (l’Essere immutabile): Afferma che «l’Essere è e non può non essere». La vera realtà è unica, eterna, immobile e indivisibile; il movimento e il cambiamento percepiti dai sensi sono solo un’illusione.
Eraclito (il Divenire fluido): Sostiene che tutto scorre (panta rhei). La realtà è trasformazione continua, un equilibrio dinamico nato dal contrasto tra gli opposti e regolato da una legge razionale profonda (Logos).
In sintesi: Parmenide cerca la verità nella stabilità assoluta della ragione, Eraclito nella dinamica del mutamento visibile nel mondo.
E non sarà certo un politico a cambiare le carte in tavola.
Ci sono già scarpe usate al mercato di Civitanova? Si parla tanto di economia circolare e quindi non vedo questa ennesima ottusità anche se, e diciamocelo chiaramente: ” Ma che vuoi pretendere?” Leggere quest’articolo e togliendo la dichiarazione di Mancinelli , su quel che rimane c’è poco da stare allegri. E poi non è già in uso che se le scarpe sono ancora buone, possono essere messe nei cassonetti degli abiti usati o regalate ad associazioni. Tornano a essere indossate e prolungano la loro vita utile. Utile ed inutile. Certo che sempre leggendo l’articolo te ne rendi veramente conto di come questi contrari non possono avere vie di mezzo. Utile, qui esclude totalmente l’altro. Ma poi di che si parla alla fin fine. Chi impedisce che i nostri centri non si arricchiscono di vetrine tipicamente italiane e di tanti negozietti artigiani come quelli che stanno chiudendo a centinaia nelle grandi città. Mi scusi il Sig. Marcoaldi se non posso trattenermi dal copiare il suo commento e incollarlo tanto per valorizzare un po’ questi personaggi: “Ma perché non jete a fadigá in fabbrica invece di stare in comune, provincia o regione”.
Ennesima pagliacciata di questi incompetenti che ci governano…