Maxi inchiesta sulle banche cinesi occulte:
esce dal carcere uno degli indagati
MACERATA - Oggi la decisione del gip che ha sostituito la misura con l'obbligo di dimora. Il 44enne cinese era finito in manette il 25 ottobre scorso. L'indagine della Guardia di finanza aveva individuato una banca ritenuta dagli inquirenti completamente abusiva con tre sportelli nascosti a Corridonia e Civitanova

di Alessandro Luzi
Esce dal carcere il 44enne indagato nell’ambito della maxi inchiesta della Guardia di finanza relativa a un giro di riciclaggio internazionale tramite presunte banche cinesi occulte. Oggi la decisione del gip Daniela Bellesi del tribunale di Macerata, secondo cui non ci sono più le esigenze della custodia cautelare in carcere per il cinese finito in manette il 25 ottobre scorso. Il giudice ha sostituito la misura del carcere con l’obbligo di dimora. L’uomo è difeso dall’avvocato Salvatore Santagata. In tutto sono 33 gli indagati tra Marche, Emilia Romagna, Puglia, Veneto, Toscana, Lombardia, Abruzzo, Campania, Piemonte e Lazio per cui il gip del tribunale di Macerata aveva emesso misure cautelari. Il 44enne era finito in carcere insieme ad un connazionale, anche lui scarcerato in settimana.
L’INDAGINE – La Guardia di finanza di Ancona, coordinata dalla procura europea di Milano e Bologna, aveva individuato una banca ritenuta dagli inquirenti completamente abusiva con tre sportelli nascosti a Corridonia e Civitanova in una villa, in un’agenzia viaggi e in un Cash&Carry. Fiumi di denaro che venivano ripuliti in un complesso meccanismo internazionale e reinvestiti. Questo in sintesi il maxi sistema di frode fiscale scoperto dalle fiamme gialle che aveva smantellato un’associazione per delinquere cinese, attiva in Italia e Europa. Secondo quanto emerso dalle indagini, il sistema di frode era stato realizzato attraverso imprese inesistenti che avevano importato dalla Cina centinaia di container, principalmente di abbigliamento e accessori, transitati dalla Grecia e venduti in Italia tramite triangolazioni con società “fantasma” italiane, bulgare e greche, evadendo l’Iva e i dazi doganali, sottraendo così a tassazione oltre 500 milioni. Sempre secondo gli inquirenti, la liquidità illecita veniva “ripulita” tramite un sistema di riciclaggio, utilizzando una Chinese Underground Bank con sportelli bancari abusivi a Civitanova e Corridonia. Ai tre sportelli, nascosti in una villa, un’agenzia viaggi e un Cash&Carry, l’organizzazione raccoglieva denaro da riciclare e lo consegnava ai clienti. Il denaro poi veniva ritirato, sempre stando alle indagini, agli sportelli o inviato in Italia tramite “corrieri” o trasferito all’estero attraverso “conti virtuali” con destinazione finale la Cina. I clienti effettuavano bonifici su conti correnti nazionali ed esteri riconducibili ai componenti dell’associazione, che trattenevano una percentuale.
I fondi illeciti, attraverso società fittizie e fatture false, venivano poi trasferiti all’estero e fatti rientrare per aggirare i presidi antiriciclaggio. Il denaro passava in Stati come Grecia, Bulgaria, Francia, Spagna, Germania, Estonia, Danimarca, Irlanda e Gran Bretagna prima di tornare in Cina e in parte in Italia. Le provviste bancarie “ripulite” rientravano in Italia per essere reinvestite.