Quando le banche prestavano grano:
l’appello dell’economista Bruni
per riscoprire i Monti frumentari
STORIA - Lo studioso ascolano ha scoperto a Roccafluvione dei registri dell'attività di questi "istituti di credito" nati nel '400 e scomparsi dopo l'Unità d'Italia. Tra quelli mappati ce ne sono diversi a Pieve Torina ma il territorio ne era, in base ai suoi studi, ricchissimo: «Chiunque voglia indagare può farlo per poi comunicarmi direttamente eventuali ritrovamenti»

Luigino Bruni (foto di Stefania Casellato)
di Alessandra Pierini
Grano da seminare e da restituire dopo il raccolto con gli interessi. Un meccanismo all’apparenza semplice ma in realtà geniale e salvifico quello che sta alla base dei Monti frumentari, una sorta di banche non basate sulla moneta, ma proprio sulla ricchezza e sull’importanza del grano.
Un fenomeno noto ma non in tutta la sua imponenza secondo Luigino Bruni, economista ascolano e storico del pensiero economico, il quale ha lanciato un appello dalle pagine di Avvenire, giornale di cui è editorialista, perché appassionati e volontari prendano parte a un progetto collettivo per la riscoperta delle realtà di microcredito.
«Questi Monti furono fondati dai francescani sulla fine del Quattrocento, diffusi poi dai Cappuccini e rilanciati nel Settecento dall’azione pastorale di Papa Orsini (Benedetto XIII). I francescani avevano fondato dapprima i “Monti di Pietà” nelle città del Centro e Nord Italia, varianti cristiane dei Monti dei pegni ebrei e prima ancora romani. Ma nelle campagne e nel Sud, dove la moneta era scarsa e quindi spesso usuraia, quegli stessi francescani ebbero la geniale idea di far nascere dei “monti del grano”, piccole banche dove si prestava grano in autunno per le sementi e lo si restituiva dopo il raccolto – si prendeva “a raso” e si rimborsava “a colmo”: la differenza era l’interesse. L’idea era tanto semplice quanto stupenda: se la moneta non c’è o è troppo cara, si può provare a trasformare il grano in moneta (“grana”)».

Il registro trovato da Luigino bruni a Roccafluvione
Come è nata la passione di Luigino Bruni per i Monti frumentari? « Qualche anno fa studiando i francescani e i monti dei pegni che avevano fondato, ho scoperto tante modalità di credi6to alternative, dai Monti della pietà che erogavano prestiti a condizioni favorevoli rispetto a quelli di mercato, ai Monti delle castagne, passando per quelli delle zitelle nati per la dote. Poi a Natale sono tornato a Roccafluvione, dove sono nato e in parrocchia ho trovato un libretto abbandonato da duecento anni sul quale erano annotati i movimenti del grano. E’ stata una bellissima sorpresa Non solo la mia parrocchia aveva un Monte frumentario di cui si sono conservati ben due registri, ma con l’aiuto di un giovane collega, Antonio Ferretti, e di alcuni parroci, ho rintracciato altri registri di Monti frumentari in due parrocchie vicinissime: Capodipiano (Monte di S. Orso) e Roccacasaregnano. E poi, grazie allo storico Giuseppe Gagliardi, sono venuto a conoscenza di un verbale di una visita pastorale del vescovo Zelli del 1833-1837, dove sono elencati almeno 70 Monti frumentari nella sola diocesi di Ascoli Piceno, dei quali ben otto nelle parrocchie montane del mio comune».
E di certo le altre province marchigiane avranno conosciuto la stessa ricchezza di Monti, alcuni sono già noti, come ad esempio quelli di Pieve Torina ma molti altri non sono stati ancora mappati secondo Bruni: « Si sono quasi tutti estinti con l’Unità d’Italia e non c’è memoria collettiva, ma sono convinto che attraverso indagini negli archivi parrocchiali dei piccoli centri, sarebbe possibile vedere riemergere un patrimonio documentale importante attraverso una mappatura dal basso».
La proposta di Bruni ha un duplice significato: «Dal mio punto di vista un Paese che si riappropria di un pezzo di storia sconosciuto trova comunque ricchezza e sapere quello che veniva fatto in passato per i poveri ha un valore. Poi come diceva Benedetto Croce “Ogni storia è storia contemporanea”. Oggi più sei povero e meno sei bancabile, la scoperta dei Monti è un’occasione per riflettere soprattutto nell’anno del Giubileo su cosa facciamo oggi per sostenere i meno abbienti. Il Monte, infatti, non donava il grano: lo prestava (a interesse); ma quel prestito aveva la stessa sostanza e fragranza dell’agape, perché consentiva di seminare a chi non aveva semi e poi avere pane. E così hanno spiegato cosa significhi credito: credere, fiducia, fides, vita, e che le comunità non vivono senza credito, senza credere gli uni negli altri».
I contributi storici eventualmente rintracciati possono essere comunicati direttamente a Luigino Bruni: «Potete scrivere le vostre scoperte, piccole e grandi, al mio indirizzo: l.bruni@lumsa.it. Presenteremo i primi risultati in alcuni convegni, a partire dal 19 marzo, ad Ascoli, per l’anniversario del beato Marco da Montegallo, il frate che avviò l’esperienza da cui prese origine il prestito di grano a interessi modesti per i contadini in difficoltà».
Forse se ne fossero state deperibili le olive (ascolane) e le pecore si sarebbero prestate ancora meglio agli scambi economico-commerciali.
@ Aldo Iacobini, in effetti li hanno avuti già ben prima della nascita di Roma.
Il territorio di Asculum ( o Ausculum) ed in generale dei Piceni era noto per la qualità sia per l’olio che delle stesse olive nonché della produzione in Appennino di lane pregiate ( di razza Sopravissana), al tempo molto più preziose della carne ovina.
C’è una teoria inversa, particolarmente osteggiata dagli studiosi classici romani, che vede il Piceno non popolato da fuoriusciti da Roma che seguirono il volo di un “Picus” (picchio, da cui anche il simbolo sullo stendardo regionale..) ma Roma stessa insediata come hub commerciale per i traffici sul Tirreno da parte di intraprendenti commercianti piceni.
La storia la raccontano i vincitori…
eppoi danno il premio Nobel a Muhammad Yunus perchè ha inventato il microcredito…bah noi gloriosi Piceni lo facevamo già nel ‘400.