La genesi di un’icona:
Federico Buffa incanta il Vaccaj
con il “suo” Michael Jordan

TOLENTINO - Il giornalista e storyteller ha portato sul palco la storia di uno dei più grandi sportivi di sempre, ammaliando il pubblico con la sua arte oratoria e impreziosendola con aneddoti e ricordi personali

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Federico Buffa affiancato dal pianista Alessandro Nidi

di Marco Pagliariccio

C’è modo e modo di raccontare una storia. E specie quando questa storia è nota ai più, è proprio il modo in cui la si racconta che fa la differenza. In questo, Federico Buffa ha pochi eguali in Italia, in particolar modo se parliamo di sport e ancor più in particolare se parliamo di basket, il suo primo amore. Anche ieri sera, in un teatro Vaccaj gremito e rapito dalla sua maestria oratoria (e dalle note del piano di Alessandro Nidi), il giornalista e storyteller ha ripetuto la magia portando sul palco un gigante come Michael Jordan.

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Buffa accompagna due persone ai loro posti

Buffa l’ha fatto, al solito, a modo suo: entrando in sala con le luci ancora accese dispensando saluti, sorrisi e autografi a tutti (con un divertente siparietto nel quale ha accompagnato ai suoi posti una coppia appena entrata in platea) e poi trasformandosi in una sorta di “sciamano laico”, che ha letteralmente magnetizzato il pubblico. Un’ora e mezza tutta d’un fiato delineando tra storia e un pizzico di romanzo la parabola di uno dei più grandi, sicuramente il più iconico, tra gli sportivi contemporanei: sfida difficile quella di catturarne tutta la complessità, che nelle mani di un artigiano della parola come l’ex voce della Nba in Italia diventa un capolavoro.

buffa-vaccaj-tolentino-jordan-4-325x244La sua narrazione segue come traccia il filo cronologico del susseguirsi degli eventi nella vita di “Air”, dalla nascita a New York nel 1963 al suo ultimo gioiello, la vittoria del sesto titolo Nba nel 1998, ma Buffa lascia spesso la strada principale per avventurarsi in sentieri laterali e aggiungere dettagli, puntualizzare contesti, creare connessioni. Una vita, quella del giovane Michael, passata per lunga parte ad annotare sul taccuino (chissà se per davvero o solo metaforicamente…) nomi e cognomi di coloro che non avevano voluto credere in lui: dai bianchi razzisti di un’America che stava cercando di superare la fase più acuta dello scontro interraziale al primo amore, Angela, mai corrisposto, passando per il coach del liceo che non lo selezionò per entrare in squadra e fino ad arrivare agli Houston Rockets e soprattutto ai Portland Trail Blazers che gli preferirono rispettivamente Hakeem Olajuwon e Sam Bowie al momento di sbarcare tra i professionisti.

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Che la prima parte, quella giovanile, sia quella nella quale Buffa si sia dovuto più applicare con metodo è evidente dal fatto che cerchi spesso conforto nel leggio appoggiato davanti a lui. Ma man mano che si arriva più vicini ai giorni nostri, alle esperienze che ha potuto toccare con mano, impreziosendo la storia con aneddoti di prima mano (dalle partite Nba guardate a Long Beach con la leggendaria giocatrice americana Tanya Pollard, per tre anni in Italia anche con la canotta di Ancona, alla storica notte della “flu game”, la gara 5 delle Finals 1997 nella quale Jordan mise a segno 38 punti giocando con un’intossicazione alimentare), la sua lingua si scioglie definitivamente. Le parole e la musica diventano un tutt’uno, non vola una mosca all’interno del Vaccaj: occhi e bocche sono rivolti solo ed esclusivamente al palco.

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Il finale perfetto l’ha già scritto la carriera di Jordan: l’iconico canestro della vittoria dei suoi Chicago Bulls in gara 6 di finale nel 1998, l’ultimo affresco con l’ultima pennellata, quello che gli consente di superare il confine tra la storia e la leggenda. Un uomo la cui essenza è racchiusa nella frase, iconica quanto quella giocata di oltre 26 anni fa, che pronunciò il giorno in cui venne introdotto nella Hall of Fame e che Buffa usa per salutare Tolentino: «I limiti, come le paure, sono spesso solo un’illusione».


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