La scuola vista da dentro, Tancredi:
«La maturità una pratica obsoleta
e gli Invalsi non considerano la qualità»
MACERATA - Intervista alla scrittrice e insegnante del liceo Scientifico Galilei, che aspira ad una nuova forma di istruzione «come pratica di democrazia e di felicità possibile»

Lucia Tancredi
di Alessandra Pierini
E’ estate e si tende a pensare più alle vacanze che alla scuola. Ma è anche il momento giusto per avere quel necessario distacco per riflettere e porsi questioni su quella scuola che è ormai sempre più oggetto di promesse e di proiezioni future ma poi nella realtà, non gode di buona salute né ha qualcuno che si preoccupi di curarla, al limite si interviene per placare i sintomi in fase acuta. Tanto più che proprio in questi giorni sono stati resi noti i risultati delle famigerate prove Invalsi che misurano le competenze acquisite dagli studenti italiani in diverse materie e in diversi periodi di competenza. Il quadro che emerge evidenzia come ancora gli effetti della pandemia si sentano e si fa fatica a tornare ai livelli pre Covid.
Ne arrivano ulteriori spunti di riflessione da chi la scuola la vive con convinzione e profondità e la fa con passione, perché poi al di là del sistema restano sempre e per fortuna le persone a fare la differenza. Sempre che si abbia la fortuna di incontrare quelle giuste come Lucia Tancredi, scrittrice maceratese (e pugliese) e insegnante di Letteratura italiana e latina al liceo scientifico Galilei di Macerata.

Studenti del Galilei dopo la maturità
Partiamo dagli esami di maturità che sono appena terminati o stanno per finire. Il dibattito purtroppo si è spostato sul fatto che sia giusto o meno che i genitori si presentino all’uscita con fiori e spumante. Ma le vere questioni sono altre. Lei non ha quest’anno classi alla maturità e dall’ottica privilegiata di osservatrice cosa ha notato?
«Quest’anno guardo il mare e i pensieri fanno tabula rasa: non ho portato nessuna classe alla maturità. Non ho affidato i miei studenti a una persona estranea, scelta da un algoritmo, che in due mattinate ha corretto più di cinquanta compiti scritti (delle due classi assegnate), che ha valutato con dieci minuti di prova orale quella che è una delle esperienze fondative della vita. Una sorta di rito d’iniziazione, già vigilia del mondo adulto. Perché si può ripetere un esame, un concorso, ma l’esame di maturità resta uno solo, con le sue meritate soddisfazioni a volte, spesso con umiliazioni che bruceranno tutta la vita. Che sia una pratica obsoleta e fatalisticamente tutta italiana l’ho sperimentato il primo anno di insegnamento. Ero membro interno; dovevo rifocillare la commissione esterna con caffè e pizzette, blandire, accondiscendere. Già allora mi era capitata una Signorina Trinciabue a cui dovevo farmi perdonare di aver messo in programma Baudelaire eliminando Carducci».

Lo striscione apparso in una scuola di Civitanova prima della maturità
Cosa pensa di Lidia, Virginia e Lucrezia, le tre studentesse del liceo classico Foscarini di Venezia che hanno avuto un pessimo voto in greco e ritenendolo ingiusto hanno fatto scena muta all’orale, dopo aver letto le spiegazioni del loro comportamento?
Il caso successo al Liceo Foscarini di Venezia è emblematico. Una classe di 14 studenti del liceo classico ha riportato per quasi tutti valutazioni gravemente insufficienti nella prova scritta di greco. La Trinciabue di turno ( il riferimento è al romanzo di Roald Dahl) è stata sollevata dal Ministero, che non ha riscontrato “nessuna irregolarità”. E invece il fatto è gravissimo, perché delegittima l’insegnante che li ha preparati – 14 studenti non sono una classe-pollaio -, il Consiglio di classe che li ha presentati con buone, ottime valutazioni, l’istituzione scolastica che non li ha tutelati. Lidia, Virginia e Lucrezia hanno detto la verità: sono state umiliate da un esame performativo, non formativo. Non è un caso che in molte parti del mondo – con o senza velo – siano le giovani donne a mettere in discussione pratiche di dominio in cui vale il giudizio e non il confronto. Mi fa riflettere che quanti hanno chiesto per le tre studentesse severe punizioni vengono da quella generazione che ha affrontato la maturità portando due materie e si è iscritta all’università senza la gogna dei test d’ingresso, dopo un’estate sabbatica. Che nessuno studente oggi può concedersi».
Altra nota dolente della scuola attuale sono le prove Invalsi. Cosa comportano?
«Gli Invalsi sono la deriva di una scuola burocratica, assolutista, fondamentalmente autoritaria, che decide tempi, modi e quantità dell’apprendimento, mai la qualità, creando un divario tra Nord e Sud, città e provincia. Nella realtà è tutta un’illusione. Gli studenti del Sud vanno avanti lo stesso, le classifiche premiano eccellenze come il liceo classico Visconti di Roma dove alcuni maturandi, come i peggiori buzzurri, hanno affisso la classifica delle compagne con le relative prestazioni sessuali».
Quali sono, secondo lei, i passi fondamentali per risanare il sistema scolastico?
«Quella che auspico è una scuola capace di creare una “comunità di apprendimento” in un clima di responsabilità condivisa. Una scuola come pratica di democrazia e di felicità possibile. Nella quale l’autorevolezza dell’insegnante deve servire ad individuare la voce di ognuno ed aumentare il potere legittimo di tutti».
Maturità: prima prova a Civitanova, i commenti degli studenti a caldo: «Pensiamo già al futuro»
«Essere, o non essere, questo è il dilemma:
se sia più nobile nella mente soffrire
colpi di fionda e dardi d’oltraggiosa fortuna
o prender armi contro un mare d’affanni
e, opponendosi, por loro fine? Morire, dormire…
nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine
al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali
di cui è erede la carne: è una conclusione
da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.
Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo,
perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire
dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale
deve farci riflettere. È questo lo scrupolo
che dà alla sventura una vita così lunga.
Perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo,
il torto dell’oppressore, l’ingiuria dell’uomo superbo,
gli spasimi dell’amore disprezzato, il ritardo della legge,
l’insolenza delle cariche ufficiali, e il disprezzo
che il merito paziente riceve dagli indegni,
quando egli stesso potrebbe darsi quietanza
con un semplice stiletto? Chi porterebbe fardelli,
grugnendo e sudando sotto il peso di una vita faticosa,
se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte,
il paese inesplorato dalla cui frontiera
nessun viaggiatore fa ritorno, sconcerta la volontà
e ci fa sopportare i mali che abbiamo
piuttosto che accorrere verso altri che ci sono ignoti?
Così la coscienza ci rende tutti codardi,
e così il colore naturale della risolutezza
è reso malsano dalla pallida cera del pensiero,
e imprese di grande altezza e momento
per questa ragione deviano dal loro corso
e perdono il nome di azione.»
Amare le proprie materie è la necessità imprescindibile che spinge mimeticamente i ragazzi a farle loro, ad innamorarsene a loro volta, chi più chi meno – come è normale e anche bello che sia.
Ma quante “Lucie” ci sono nella scuola, realmente innamorate di ciò che insegnano? A volte mi cadono le braccia, raccogliendo qualche confidenza degli allievi che conosco.
Però qualche Lucia esiste davvero. E allora segretamente prego e spero che il loro numero aumenti a dismisura. Questa sì sarebbe una fantastica rivoluzione.
“Andavo in una scuola per insegnanti disagiati…”
Quabta aria fritta!!!!
Un moccò de scola come se deve, non saria ora de tornà a falla???
Nulla ha senso, ma comunque tutto esiste: accorgersi del brutto, dell’invivibilità dei sistemi sociali imposti alle persone, è l’ultimo segno di vita.
…Plonger au fond du gouffre, Enfer ou Ciel, qu’importe?/
Au fond de l’Inconnu pour trouver du nouveau!/…