“La leggenda del santo ergastolano”,
la recensione di Francesco Adornato:
«Il libro è un mosaico di sensazioni»

VOLUME - Il rettore dell'università di Macerata illustra l'opera di Giuseppe Bommarito: «Una luce che esita tra intensità e livore, un sentimento sospeso tra l'amore e il male»

- caricamento letture

 

Francesco-Adornato-4-325x249

Il rettore Unimc Francesco Adornato

 

di Francesco Adornato*

Già dal titolo così fortemente evocativo, l’ultimo libro di Giuseppe Bommarito, “La leggenda del santo ergastolano”, attira e interroga il lettore. La sua, è una letteratura di impegno e anche stavolta, come in altri suoi libri, attraverso un romanzo propone un tema che non lascia indifferenti, ma che, anzi, attraversa il dibattito civile e culturale del paese, connotandosi, semmai, come un argomento divisivo: l’ergastolo “ostativo”. Bommarito va detto, è persona di inappuntabile cortesia e dall’eloquio riflessivo e profondo, al tempo stesso, con una sensibilità che gli consente di sfuggire alla tentazione sociologica e di proporre invece una narrazione letteraria coinvolgente. L’avvio è folgorante. Essenziali ed efficaci tratti disegnano la protagonista, Sara, moglie di Rocco, mentre sta finendo di truccarsi, un trucco semplice e veloce, prima di un colloquio con il marito, detenuto al “41 bis”, ovvero al carcere a vita. Da questo iniziale sguardo allo specchio, prende corpo la memoria di Sara, che riavvolge il nastro della sua vicenda affettiva e familiare con Rocco, inesorabilmente avviluppato in un percorso mafioso, dal momento in cui scopre che il padre era stato un affiliato ad un gruppo criminale e scomparso senza più essere ritrovato.

incontro-m5s-covid-center-civitanova-bommarito-FDM-325x217

Giuseppe Bommarito

Bommarito descrive il contesto sociale, i personaggi nei loro tratti e caratteri, con una corrispondenza al vero tale da consegnarli al lettore nella loro più naturale credibilità. Analogamente, è la crudezza dei dettagli narrativi a rendere più evidente la “terribilità” della morte, a farci rabbrividire e a respingerne l’idea stessa. È un mondo fatto di astuzia, violenza e spregiudicatezza a cui il narratore contrappone sprazzi di saggezza popolare, ma anche individuale, che ammonisce e che fa dire con rammarico al protagonista: “chi mal vive, mal muore; i nostri errori così come i nostri incubi, ci seguono sempre”. È l’arrivo della droga, e il suo uso da parte di uno dei killer, a mettere in crisi il gruppo di fuoco guidato da Rocco e fino ad allora così geometrico e coeso nella sua operatività. Sono pagine, queste, di straordinaria intensità, in cui l’Autore sembra ingaggiare un corpo a corpo con la potenza distruttiva della droga, tale è la descrizione così coinvolgente della sua capacità di devastare la mente, le azioni e lo stesso linguaggio del killer, il cui pentimento farà crollare l’organizzazione. Rocco viene arrestato e condannato al carcere a vita. L’esistenza di Sara si capovolge, sprofonda e le visite in carcere scandiscono il suo tempo.

La scrittura di Bommarito cambia registro, diventa più incalzante, e descrive con maestria la modulazione dei sentimenti di Rocco e Sara nel corso degli anni: scoramento, sfiducia, depressione, pianto, sensi di colpa e i giorni tutti uguali, senza prospettiva di cambiamento. La memoria, anche nei suoi momenti felici, è vissuta come sofferenza, alla ricerca affannosa dell’attimo in cui il loro castello di carte è crollato. Passano gli anni, crescono i figli e una già precaria vicenda di sofferenza si trasforma in tragedia greca, che rende la seconda parte del libro ancora più intensa ed emotivamente coinvolgente, con il suo ritmo narrativo e l’originalità letteraria. Il romanzo, infatti, si sviluppa ininterrottamente sullo scambio di lettere tra marito e moglie, che coinvolgono nella narrazione i figli, nel frattempo cresciuti. Antonio, Ninì per i genitori, ha scelto la strada dell’impegno antimafia e della contestazione aggressiva al padre che rende più lacerati i rapporti familiari, mentre Consuelo, la figlia è amorevole e di grande sollievo per la madre. Pagine molto belle sono dedicate alla sensibilità femminile di Sara e Consuelo e alla tenerezza nella condivisione di quel doloroso destino. Nella corrispondenza dal carcere, pagine affilate riportano ancora una volta in tragica evidenza l’effetto devastante della droga.

L’autore sembra affrontare, in una sorta di transfert, un intenso contrasto con la droga, l’eroina, che causa la morte del figlio di un ergastolano, Salvatore, poi suicida a sua volta. Emerge, così, un punto centrale nella narrazione di Bommarito: la responsabilità dei padri, che affonda in quella della famiglia e della società. Il libro è un mosaico di sensazioni: una luce che esita tra intensità e livore, un sentimento sospeso tra l’amore e il male. La pietas dell’uomo si trasfonde nel narratore e attraverso lo specchio di una narrazione tersa e coinvolgente si immerge nell’inferno della violenza e nel desiderio della resurrezione. Si avverte nell’Autore il pathos avverso alla pratica dell’ergastolo ostativo, ma, forse, è la stessa sofferenza così fortemente vissuta dai protagonisti del romanzo che potrebbe indurre a scelte liberatorie.

* Rettore dell’Università di Macerata

“La leggenda del santo ergastolano”, il romanzo di Giuseppe Bommarito


© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page
Quotidiano Online Cronache Maceratesi - P.I. 01760000438 - Registrazione al Tribunale di Macerata n. 575
Direttore Responsabile: Gianluca Ginella. Direttore editoriale: Matteo Zallocco
Responsabilità dei contenuti - Tutto il materiale è coperto da Licenza Creative Commons

Cambia impostazioni privacy

X