«No allo stabilimento di tubi in Pvc»,
ricorso al Consiglio di stato

MONTECASSIANO - Alcuni residenti di Valle Cascia si sono opposti alla sentenza del Tar. Per i ricorrenti non sarebbe stata presa in esame la situazione ambientale, sanitaria, edilizia e urbanistica della frazione
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di Luca Patrassi

Ricorso al Consiglio di Stato contro la sentenza di primo grado del Tar delle Marche. Lo hanno appena presentato alcuni residenti di Valle Cascia. Oggetto del contendere la realizzazione di uno stabilimento per la produzione di tubi in pvc.

Nel luglio scorso i giudici del Tar Marche avevano respinto il ricorso, ritenendolo infondato quanto alle presunte violazioni che – secondo gli esponenti, assistiti dall’avvocato Gianfranco Borgani – sarebbero state commesse dagli enti coinvolti nel rilascio del Titolo unico di autorizzazione (Tua) e dell’Autorizzazione unica ambientale (Aua). Secondo i ricorrenti non sarebbe stata presa in esame la situazione ambientale, sanitaria, edilizia e urbanistica della frazione. Per il Tar non c’è stata invece alcuna mancanza istruttoria.

Ora la nuova puntata del contenzioso giudiziario, appunto con il ricorso al Consiglio di Stato del gruppo di abitanti di Valle Cascia.  Diverse le motivazioni alla base del ricorso prodotto dall’avvocato Borgani: si parte «dalla presunta violazione di legge per illegittimità, eccesso di potere per sviamento della funzione». Su questo fronte viene contestato il fatto che, secondo gli esponenti, il parere dell’Ufficio tecnico comunale era riferito a un impianto di trattamento di rifiuti speciali, dunque diverso da quello in questione.

Poi il certificato antincendio sarebbe stato rilasciato alla ditta utilizzatrice ma non a quella produttrice. Altro punto tirato in ballo nel ricorso è la «illegittimità per istruttoria carente, falsa rappresentazione della realtà, difetto di motivazione». Si evidenzia, nell’atto, «la presenza nella frazione di Vallecascia di numerosi e rilevanti fattori di criticità sanitaria» e che «in nessun atto istruttorio appare la menzione della natura di Industria insalubre della richiedente», si chiede tra l’altro come «la fabbrica possa convivere con il vicino centro abitato». «Dall’istruttoria – si legge sempre nel ricorso – non risulta che siano state proposte in sede progettuale né le cautele ordinarie e neppure “le migliori tecniche disponibili” sul mercato, in termini di sistemi di abbattimento, per prevenire emissioni inquinanti». Terza motivazione: «violazione degli strumenti urbanistici locali». Secondo gli esponenti l’autorizzazione rilasciata «viola il piano regolatore il quale prevede che nelle zone produttive di completamento che sorgono all’interno dei centri abitati è comunque esclusa la possibilità di edificazione o realizzazione di nuove industrie rumorose o inquinanti». Quarto elemento del ricorso: «omesso esercizio della vigilanza del Comune sulla attività urbanistico-edilizia». Si evidenzia, a questo proposito nel ricorso che «l’istruttoria condotta dal Sua si è conclusa senza il parere igienico-sanitario del sindaco… nessun funzionario avente qualifica di dirigente né il responsabile dell’Ufficio Urbanistica ed Edilizia è stato chiamato a svolgere funzioni decisorie». L’Appello al Consiglio di Stato è stato inoltrato, il sindaco dal canto suo, all’indomani della sentenza del Tar, aveva evidenziato come l’azione del Comune fosse stata corretta contestando invece l’azione di quei consiglieri comunali che lo avevano accusato. Ora nuova puntata, appunto al Consiglio di Stato.



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