Lasciò Pitino 70 anni fa,
vince la nostalgia con la terra:
«Ogni viaggio ne prendo due secchi»

SAN SEVERINO - Ezio Faraoni emigrò in Toscana subito dopo la Seconda Guerra Mondiale e da allora ha ricreato nel suo hotel in Versilia un piccolo angolo di suolo settempedano. Il racconto emerso nella rassegna "Incontri con l’Autore" potrebbe portare alla nascita del premio "Cuore d'emigrante"
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Ezio Faraoni a Villa Spada

 

di Marco Ribechi

Le radici sono importanti. Questo spiegava la Santa ne “La grande bellezza”, il pluripremiato film di Paolo Sorrentino attualmente di nuovo nelle sale con l’ultima fatica autobiografica “È stata la mano di Dio”. E proprio da un film del regista napoletano sembra essere uscito anche Ezio Faraoni, albergatore di Marina di Pietrasanta in Toscana ma originario di Pitino e quindi settempedano. Nel suo albergo in Versilia ha creato negli anni, secchio dopo secchio, un piccolo appezzamento di “terra di Pitino” grazie all’abitudine di riportarsi a casa dopo ogni viaggio nel paese natio un po’ di quel suolo a lui così caro.

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Il prelievo della terra settempedana

Oggi Faraoni, classe 1936, di anni ne ha 81. Insieme alla coniuge Marisa Buresta subito dopo la Seconda Guerra Mondiale prese la via dell’emigrazione verso la regione tirrenica senza però mai dimenticare le verdi valli maceratesi. Proprio il settempedano fu infatti una delle aree della provincia dove si consumarono i più insanguinati orrori e tanto bastò alla coppia per decidere di cercare fortuna altrove. «Però il ricordo è sempre stato molto forte – spiega Faraoni – tanto che, senza un preciso motivo, presi l’abitudine di riportarmi indietro un po’ di terra di Pitino che raccoglievo durante i numerosi viaggi in cui venivo a curarmi e visitare la famiglia di mia nipote Giuliana, coniugata a Silvano Arcangeli discendente dell’ex proprietario di Villa Spada a Treia». In ogni viaggio, ancora oggi, Faraoni scava almeno due secchi di terra che poi riversa in un proprio appezzamento alle spalle del suo hotel. «Si chiama nostalgia – spiega l’uomo – per me è come un trapianto di cuore». L’incredibile storia del migrante è emersa a San Severino durante la rassegna “Incontri con l’Autore” dove il treiese Luciano Carletti, originario di Valcerasa, ha presentato il suo libro “Tra la paja e lo fiè” in cui racconta la storia della sua famiglia e della campagna settempedana. Tra tutte le testimonianze intervenute spiccano le parole dell’anziano zio di Luciano Carletti, Gino: «Fino a cinque anni sono andato letteralmente scalzo, eravamo così poveri a Pitino. A piedi nudi pascolavo anche il piccolo gregge della famiglia tra i proiettili che mi fischiavano a pochi centimetri dal viso, preso tra i due fuochi della Seconda Guerra Mondiale e della Resistenza. E quando tacevano le armi smaltivo nei precipizi bombe inesplose perché le mie 39 pecore avessero i prati liberi senza il rischio di saltare in aria».

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Ezio Faraoni con la nipote Giuliana mentre legge il libro di Carletti

Nel pomeriggio letterario anche Donella Bellabarba che ha raccontato l’anniversario dei 125 anni di Eugenio Montale e i 100 anni del fraterno amico settempedano Giorgio Zampa, la formidabile storia che ha visto, oltre 50 anni fa, la tipografia di famiglia stampare Xenia che portò il grande poeta ligure al Nobel. Rosa Piermattei, sindaco di San Severino, nell’ascoltare commossa queste storie di un passato non così antico ha fatto intendere che in futuro si potrà pensare un premio alla memoria per il Cuore d’emigrante, da dedicare proprio a coloro che hanno lasciato il territorio custodendone però per sempre il dolce ricordo.

 

 

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Luciano Carletti con alcune persone che hanno presieduto alla presentazione del suo libro

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Luciano Carletti presenta il suo libro “Tra la paja e lo fiè”



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