Niente Pasquetta live a Chiesanuova?
Focus su don Antonio De Mattia,
fondatore della festa

TREIA - Il direttore del Centro Studi Storici Maceratese Alberto Meriggi racconta un personaggio che ha fatto la storia della frazione

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Alberto-Meriggi

Alberto Meriggi

 

Come nel 2020, anche quest’anno non sarà possibile festeggiare la Pasquetta a Chiesanuova di Treia. Per questo il direttore del Centro Studi Storici Maceratese Alberto Meriggi racconta un personaggio che ha fatto la storia della piccola frazione: don Antonio De Mattia, parroco di Chiesanuova dal 1939 al 1970.

«Lo scorso anno la pandemia impedì per la prima volta lo svolgimento della festa del lunedì di Pasqua che da secoli si teneva nella frazione Chiesanuova di Treia. Pensai di consolare i miei concittadini raccontando loro e pubblicando la storia di quella festa, le cui origini risalivano alla fine del Settecento. Purtroppo quest’anno le cose non sono cambiate e quella tanto attesa e amata festa, mai fermata né dalle guerre né dai terremoti, non potrà essere organizzata ancora per colpa del maledetto Coronavirus. Quella festa ha sempre fatto capo alla parrocchia, al suo interno si preparava il programma, si definivano gli aspetti organizzativi e si curavano i dettagli. I parroci erano punti di riferimento per tutte le necessità.

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Don Antonio De Mattia

Serbando memoria di tutto questo, ho pensato di offrire ai miei compaesani il ricordo di una figura carismatica e molta amata non solo a Chiesanuova, ma in tutto il comune di Treia e nell’intera diocesi: don Antonio De Mattia, parroco nella frazione dal 1939 al 1970. A lui si deve la realizzazione dell’attuale chiesa e il mantenimento in vita, in anni difficili, delle antiche tradizioni locali, compresa la festa di Pasquetta. Quando nella primavera del 1939 il vescovo Ferdinando Longinotti comunicò al giovane sacerdote di Treia la sua intenzione di destinarlo nella frazione di Chiesanuova quale nuovo parroco di quella comunità cristiana, lo sgomento si impossessò dell’animo di don Antonio De Mattia. L’iniziale titubanza di don Antonio è ben testimoniata da un suo scritto inedito (purtroppo incompleto) conservato nell’archivio parrocchiale di Chiesanuova. Nel maggio del 1949 don Antonio pensò di scrivere qualche memoria della sua vita pastorale da lasciare ai sacerdoti suoi successori e, dopo una breve premessa, cominciò la narrazione proprio con la descrizione del suo stato d’animo alla notizia della sua designazione a parroco di Chiesanuova: «17 novembre 1938. Sono passati tanti anni. Ero in quei tempi cappellano sia alla cattedrale di Treja, come anche al Passo Treja. Era un giovedì, stava esposto il Santissimo Sacramento nella chiesina della Madonna del Ponte di Passo Treja. Quel giorno il parroco, mio compianto amico e mio grande istruttore in apostolato, don Otello Patrassi, era assente. Appena mangiato mi recai a fare una visita a Gesù eucarestia e per sorvegliare se tutto procedeva bene. L’arciprete della cattedrale, don Guido Pasqualini, mi venne a prendere perché dovevo accompagnarlo da un signore di Passo Treja.

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Don Antonio in motocicletta

Giungeva in quel momento, mentre attraversavamo la frazione, il servizio postale Treja-Macerata, e giungeva fino a noi la dolorosa notizia della improvvisa morte del parroco di Chiesanuova, il compianto don Giuseppe Santanatoglia, colpito da paralisi mentre, re della sua parrocchia, si trovava in una festa di famiglia. Tanto io che don Guido rimanemmo costernati alla ferale notizia, ma quasi subito sentii una voce vicino al mio orecchio che diceva: “Preparati, quello ora sarà il tuo posto”. Era don Guido. Ricordo che gli risposi male. Non volevo, non mi sentivo in grado di assumere la responsabilità di una parrocchia, e per di più di quella parrocchia. E cercai di allontanare quella voce che per giorni e per giorni, come una eco, ronzava nel mio cervello. Quando si era agli ultimi anni di seminario a Fano, con altri seminaristi, miei coetanei, si parlava delle nostre aspirazioni. Quando sentivo costoro, tutti avevano un identico pensiero: essere parroci, io, apertis verbis, in cuor mio pensavo: beati loro, ma speriamo che sopra me non cada mai una tegola simile. Pensavo alla gioventù dell’azione cattolica, ad essere continuamente in movimento, ma un posto fisso no».

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Il giorno dell’ordinazione sacerdotale

Invece quel “posto fisso” diventerà la principale ragione di vita di don Antonio. Oggi, a 46 anni dalla sua morte, è impossibile non cogliere ancora, da parte dell’intera comunità, il binomio persino un po’ scontato, ma ineludibile: don Antonio e la chiesa di Chiesanuova. La premessa dello stesso suo scritto del 1949 era già una prova. Vi pose un titolo che suonava così: “Come sorse la mia Chiesa”, lasciando intendere che non voleva scrivere le memorie della sua vita, ma solo quelle legate al suo più grande sogno: la realizzazione della nuova chiesa parrocchiale. Sono parole cariche di passione che ritengo opportuno riportare: «Premetto che quanto sto per scrivere non vuol avere pretesa alcuna: io non posso con la mia capacità intellettuale pretendere ed aspirare alcunché […]. Questi fogli che sto scrivendo li lascio nell’archivio parrocchiale di Chiesanuova e se qualche mio successore avrà un po’ di tempo libero nelle cure pastorali, potrà servire come modesta cronistoria della nuova chiesa. Ho voluto intitolare: “Come sorse la Chiesa”, e no: “Come sto lavorando per far sorgere la Chiesa”, perché lo spero dalla Provvidenza, contro ogni mio personale merito, di aver questa consolazione di potermi ricordare l’avveramento di questo mio sogno.

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Don Antonio sopra la chiesa in costruzione al posto della croce

Infatti è oggi il 21 maggio 1949. Se esco e do uno sguardo a quanto tutt’ora esiste, devo costatare che sono assai lontano, tanto lontano dal compimento. Ma affatto sfiduciato. Tutt’altro, assai confido, tanto già mi sembra che già esista: la vedo non solo eretta, ma già gremita di un popolo immenso che, devoto e lieto assista alla mia messa, ascolti la mia povera parola, che s’appressi a Gesù eucarestia, che preghi con tanto fervore avanti l’altare della “Madonna della Pace”, e che canti, canti e preghi, con una letizia inondante da un cuore che vive la vera vita, la vita della grazia. Miei cari successori, compatitemi fin d’ora, fin da questa prima pagina se abuserò del vostro tempo prezioso e se sarete tanto generosi, pensando che se questo mio dovere di sacrificarmi alla erezione della chiesa gioverà un giorno all’esercizio del vostro apostolato, vogliate ricordarmi al Signore. Vi ringrazio e se, come lo spero, il Signore Gesù lo permetterà, contraccambierò dal cielo, la vostra squisita carità». Don Antonio De Mattia era nato a Treia il 31 marzo del 1911, proprio nell’anno in cui Chiesanuova divenne ufficialmente parrocchia. Una coincidenza a cui nessuno finora aveva fatto caso. Forse un segno del destino? Nel 1936 fu ordinato sacerdote. Il 10 aprile del 1939 fece il suo ingresso come parroco di Chiesanuova. Raccolse una eredità difficilissima.

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Il giorno della copertura della chiesa

Mentre già stavano soffiando i terribili venti della seconda guerra mondiale, egli ricevette l’incarico di portare a compimento i lavori per la costruzione della nuova chiesa, appena avviati dal suo predecessore. Si dedicò subito a quel compito con tutte le sue forze e con zelo e coraggio si applicò notte e giorno a quel progetto che lo vide impegnato come “architetto e manovale”, come lui si definiva. Don Antonio coltivava un grande sogno, forse il suo più grande desiderio della vita: realizzare a Chiesanuova il “Santuario diocesano della Madonna della Pace e della Vittoria”. Per questo, nel 1940, ottenne di trasferire da Treia a Chiesanuova il quadro della Madonna della Pace che, secondo le sue intenzioni, doveva diventare il punto di riferimento spirituale della nuova chiesa. Da allora don Antonio cominciò a far ruotare tutta la sua attività pastorale intorno al tema della pace. Istituì in parrocchia la festa della Madonna della Pace. La prima si tenne nel 1943 con uno straordinario, e mai visto prima, concorso di popolo. Finalmente la guerra ebbe termine. Essa lasciò tante ferite nei corpi, nei cuori e nelle coscienze. Don Antonio scelse di ringraziare il Signore, per la vita conservata e per la pace raggiunta, rimboccandosi le maniche e gettando le braccia e la mente nella definizione dei contorni del suo sogno. Non lasciò nulla di intentato.

In-primo-piano-la-mamma-di-Don-Antonio

In primo piano la mamma di don Antonio

Convinse perfino il comando polacco di zona a fornirgli uomini e camion per il trasporto della breccia e delle pietre. Ripagava i soldati con qualche pacchetto di sigarette. Contemporaneamente diede il via ad una martellante campagna di sensibilizzazione per raccogliere fondi. Fece stampare migliaia di volantini con la foto del progetto della facciata della nuova chiesa e con i testi scritti in diverse lingue e li spedì a tutti i suoi conoscenti all’estero, a tutti i vescovi d’Europa, dell’America latina e degli Stati Uniti. Andò a parlare personalmente con tutti i vescovi delle Marche. Nell’agosto del 1939 aveva già scritto a Mussolini, nel 1946 al re d’Italia, nel 1947 a De Gasperi e a Pio XII. Curioso il fatto che, sempre nel 1947, scrisse anche alla regina d’Inghilterra in occasione del suo matrimonio con Filippo d’Edimburgo. Gli rispose la principessa Margaret, sorella della regina, facendogli gli auguri, ma dicendo che i reali non potevano fare beneficenza fuori dell’Inghilterra.

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Inaugurazione della chiesa con il ministro Umberto-Tupini

La raccolta fondi produsse pochi frutti. Nonostante ciò, lo zelo e la caparbietà del parroco fecero si che nel 1948 i muri della chiesa cominciassero ad alzarsi. Alla fine del 1950 si realizzò la copertura. Da quel momento cominciarono i lavori all’interno per i quali don Antonio stipulò contratti con i più quotati artisti italiani di arredi e d’arte sacra del momento, come il pittore Torildo Conconi di Como, lo scultore Pietro Tavani, anch’egli di Como, il pittore Cesare Peruzzi di Recanati, il pittore e incisore Renato Pizzi di San Severino, il pittore siciliano Antonio Morina e tanti altri. Il grande sogno di don Antonio si realizzò compiutamente il 4 novembre del 1951, giorno in cui, con una grande cerimonia e con celebrazioni civili e religiose, si inaugurò la chiesa. Grande fu la festa a cui parteciparono numerose autorità religiose capeggiate dal vescovo Longinotti, e autorità civili guidate dal ministro Umberto Tupini. Ma soprattutto partecipò il popolo. La nuova chiesa aveva rappresentato per anni un sogno e un traguardo per tutti. Era il simbolo più evidente di una comunità che, uscita dalla guerra, tentava di ricostruire la propria identità e un minimo di coesione sociale.

Monumento-ai-Caduti-con-la-tomba-di-Don-Antonio

Il monumento dei caduto con la tomba di don Antonio

Il raggiungimento dell’obiettivo principale non fermò lo spirito di iniziativa del parroco il quale, spinto dal desiderio di far crescere il tenore di vita della frazione e di sviluppare il legame tra il sentire religioso e la partecipazione sociale, nel 1953 realizzò un salone per il cinema attiguo alla canonica. Sempre nel 1953 diede inizio ai lavori per l’edificazione del monumento ai caduti che doveva ospitare al suo interno anche un sepolcreto privato per i parroci di Chiesanuova. Don Antonio già in quell’epoca aveva maturato l’idea di non doversi staccare mai più dalla sua parrocchia, neanche da morto. Il monumento venne inaugurato nel 1956. Il nuovo vescovo di Macerata, monsignor Ersilio Tonini, poi cardinale, appena giunto in diocesi decise di riordinare la struttura delle parrocchie. Il provvedimento coinvolse anche don Antonio che nel 1970 fu allontanato dalla sua amata parrocchia di Chiesanuova e trasferito a Treia. Dopo un breve periodo di apostolato presso l’ospedale, il 6 luglio del 1975 rese l’anima a Dio. Don Euro Giustozzi, che lo aveva sostituito a Chiesanuova, ottenne di poter tumulare la salma nel sepolcreto che il suo predecessore fece costruire, esaudendo così un grande desiderio dello stesso don Antonio.

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La chiesa di Chiesanuova oggi

Don Antonio De Mattia ha rappresentato un’alta testimonianza di valore religioso e laico insieme. Prima di tutto fu uomo di fede, sacerdote esemplare nella chiesa e per la chiesa. Aveva molte doti umane: colto, sagace, divertente e anche un po’ burlone. Sono rimaste famose alcune sue “pensate” e molti scherzi di cui fu autore. Clamoroso lo scherzo che negli anni Sessanta fece ai suoi parrocchiani: annunciò attraverso gli altoparlanti del campanile che i reali del Belgio, Baldovino e Fabiola, in visita in Italia, sarebbero passati a Chiesanuova. In pochi minuti si riunì nei pressi della chiesa una moltitudine di popolazione. Dopo aver dato qualche altro annuncio credibile per giustificare l’ovvio ritardo dei reali, alla fine comunicò alla folla che il re e la consorte avevano sbagliato strada e si erano diretti verso “u pisciarellu” che era, ed è, una piccola contrada della campagna treiese, contraddistinta da questo curioso nomignolo. Le reazioni della folla furono diverse e varie, ma l’eco dello scherzo raggiunse tutte le Marche e non solo.

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L’interno

Don Antonio visse il concilio vaticano II con partecipazione attenta e sincera speranza. Fu il primo in Italia a posizionare un nuovo altare in mezzo alla platea della chiesa, secondo le nuove disposizioni del concilio. Chi lo ha conosciuto lo ricorda sempre impegnato a volere il meglio per la sua chiesa e la sua parrocchia. Nonostante il fisico esile, aveva anche una grande capacità di lavoro che gli consentiva di impegnarsi con freschezza per tutta la giornata, sempre lunga, sempre stracolma di piccole e grandi cose da portare a compimento. Per la sua vitalità e per il suo fisico, molti in parrocchia lo chiamavano don Lurio, come il ballerino famoso di quei tempi. L’impegno pratico non gli impediva di svolgere al meglio il suo mandato pastorale volto al bene delle famiglie e rifugio per le persone anziane in cerca di consiglio e di sostegno. Per esperienza personale posso confermare che con i suoi consigli e suggerimenti fu anche un faro prezioso per i giovani di quegli anni. Coloro che hanno avuto la fortuna di stargli vicino lo ricordano con gratitudine e ammirazione. Il 7 maggio del 2006 gli è stata dedicata la nuova piazza di Chiesanuova».


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