Da astemio ad esperto di vini
«Mi folgorò uno Chablis
ma i marchigiani sono unici»

L'INTERVISTA a Francesco Annibali sulle produzioni del territorio: «Nei bianchi al vertice nazionale da almeno 15 anni soprattutto grazie al Verdicchio, che ha conosciuto un’impennata qualitativa impressionante sia nei Castelli di Jesi che a Matelica. Nei rossi c’è un bel mix di vini corposi, solitamente a base Montepulciano, come il Rosso Piceno e il Rosso Conero, e profumati, come il Pergola e la Lacrima di Morro d’Alba»

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Francesco Annibali

 

di Claudia Brattini

Parliamo di vini del territorio con Francesco Annibali: giornalista e scrittore, redattore per James Magazine, Doctorwine e per la Guida Essenziale ai Vini d’Italia, dal 1997 si occupa di formazione, comunicazione ed eventi nel settore agroalimentare. È docente di tecnica della degustazione, relatore, conferenziere e giudice internazionale nei più importanti concorsi enologici europei.

Come nasce il suo rapporto col vino e come si è trasformato in una professione?
«Tutto nacque nell’autunno 1995 a Leeds, nel Regno Unito, dove mi trovavo per l’Erasmus. Ero astemio, ma alcuni amici olandesi mi convinsero ad assaggiare uno Chablis, che è uno dei grandi bianchi francesi. Ci vidi un mondo dentro: il classico colpo di fulmine. Da quel momento in poi non mi fermai più».

La regione Marche vanta una tradizione rurale che la contraddistingue per la vocazione vinicola, rappresentata già in epoca etrusca. Oggi il territorio produce 5 Docg, 15 Doc, 1 Igt. Cosa si aspetta per il futuro dei vini marchigiani?

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Il Verdicchio di Matelica

«Nei bianchi le Marche sono stabilmente al vertice nazionale da almeno 15 anni insieme al Triveneto e alla Campania, questo soprattutto grazie al Verdicchio, che ha conosciuto un’impennata qualitativa impressionante sia nei Castelli di Jesi che a Matelica.
Nei rossi c’è un bel mix di vini corposi, solitamente a base Montepulciano, come il Rosso Piceno e il Rosso Conero, e profumati, come il Pergola e la Lacrima di Morro d’Alba.
Difficile fare previsioni, perché nei vini marchigiani i pro e i contro costituiscono due facce della stessa medaglia: le Marche sono una regione di vitigni autoctoni, che da un lato si trasformano in vini con una forte identità ma dall’altro necessitano di un’opera promozionale particolarmente insistita, in una regione che, al netto della meritevole opera svolta dagli enti preposti, non brilla per spirito promozionale. La mancanza di una massa critica di vini da vitigni internazionali come lo Chardonnay e il Cabernet, che sono nomi noti a tutti, rende macchinoso comunicare il vino marchigiano nei nuovi mercati come il Brasile o la Cina. Oltretutto in un periodo nel quale si stanno affacciando sui mercati internazionali nuovi produttori come la Romania o la Bulgaria, che hanno costi di produzione impensabili da noi e dunque prezzi allo scaffale vantaggiosi.
Un’altra criticità è costituita dal modo in cui il vino regionale si approccerà ai vitigni resistenti alle malattie fungine, che al netto dei pregiudizi ideologici rappresentano una strada da percorrere in funzione della sostenibilità ambientale: spiace ricordarlo, ma la viticoltura attuale è una forma di agricoltura particolarmente inquinante».

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Uva vernaccia

La vernaccia nera di Serrapetrona, vitigno autoctono con appena 45 ettari di vigneti, è stata riscoperta relativamente da poco, che ne pensa?
«Vitigno e territorio hanno un potenziale ragguardevole, non solo per la produzione di spumanti, ma anche di rossi fermi a base Vernaccia Nera con un carattere speziato particolare. È un vino tanto caro a noi maceratesi quanto poco noto, purtroppo, a nord di Ancona. Non parlerei dunque di una riscoperta».

Tra i bianchi marchigiani oltre i noti Pecorino, Verdicchio e Passerina ci sono anche i bianchi dei Colli Maceratesi, in cui è preponderante il vitigno Ribona. Come li descriverebbe?
«Il Ribona è un vino notevole e con un grande carattere che va smussato sempre con un po’ di Malvasia o Chardonnay o simili. Con l’affinamento in vetro dà il meglio di sé: una sorte condivisa con il Verdicchio».

Che cosa hanno i vini i marchigiani che gli altri non hanno?
«Come dicevo prima, si tratta di vini con delle evidenti caratteristiche di unicità, espressione di un mix di aziende familiari, alcune grandi imprese private e cantine cooperative. Un settore che può contare su professionalità straordinarie e diversissime, come Roberto Potentini, enologo della Belisario di Matelica, che non sbaglia un vino da almeno 25 anni; Angela Velenosi, che attraverso la sua azienda, la Velenosi, sta facendo conoscere il Piceno letteralmente in tutto il mondo; oppure Corrado Dottori della Distesa a Cupramontana, nei Castelli di Jesi, che oltre a produrre vini di grande personalità ha aperto il Verdicchio ai Millennials e fatto entrare le Marche nel cuore degli appassionati di vini “naturali”, oppure Michele Bernetti di Umani Ronchi, che concilia progettualità imprenditoriale e sensibilità artigianale. Ne dimentico molti».

Il 2020 è stato un anno indimenticabile per i motivi che sappiamo, per il vino è stata un’annata migliore?
«Finora ho assaggiato poche cose, l’impressione è quella di una buona/ottima annata per i bianchi. Per i rossi è troppo presto per dare un giudizio».

Che consiglio darebbe per chi vuole affacciarsi al mondo della degustazione?
«Di seguire sempre un corso di degustazione, preferibilmente fatto da un professionista che dia un approccio al contempo serio e informale, ma non ritualistico né spiritoso. La degustazione è una tecnica, dunque una cosa che si impara, alla pari di guidare un’auto. Un corso è fondamentale perché non c’è percezione significativa senza un linguaggio che le vada a braccetto: nel momento in cui nel vino sarò riuscito a distinguere la nota di ciliegia, e dire dunque “ciliegia” di quella nota che emerge dal bicchiere, quel vino me lo godrò di più. È la stessa differenza che c’è tra guardare un quadro al museo da soli o con una guida accanto che te lo spiega. Dopo un corso di degustazione diventeremo guida di noi stessi».

Parliamo di abbinamenti, vino e cibo sono un connubio da rispettare, ma come?
«Sono convinto che la funzione principale del vino sia quella di avvicinare le persone a se stesse e agli altri, e non di accompagnare il cibo. Fatta questa premessa, devo ammettere di non essere la persona più adatta a parlare di abbinamenti: non sono un esperto e la ritengo una pratica tutto sommato sopravvalutata. Ovvio esistono delle sintonie, anche evidenti, e dei criteri, ma sono meno stringenti di quanto si pensi: è proprio il vino in genere a stare particolarmente bene col cibo perché si tratta di una bevanda al contempo alcolica, che asciuga, e acida, che fa salivare. Questo gioco costante di pulire il palato e lubrificarlo fa apparire il cibo più buono. Ad ogni modo una regola facile è l’analogia cromatica: abbinare cioè un vino che abbia più o meno lo stesso colore del piatto. Un’altra regola è quella di non avvicinare mai vini secchi ai dolci. Quindi, nell’ordine: rosato o rosso con poco tannino, Viccotto, Verdicchio.

Un consiglio che si sentirebbe di dare?
«Di stare attenti alla temperatura di consumo del vino, decisiva e troppo spesso errata: nessun vino, nemmeno un Conero Riserva invecchiato 30 anni, va bevuto a più di 16-18 gradi di temperatura. Questo significa, ad esempio, che i rossi d’estate vanno rinfrescati, se non vogliamo sentire solo le note più alcoliche e sprecare i nostri soldi».


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