Sisma, un saggio scientifico
sulla “strategia dell’abbandono”

LA RICERCA - È il lavoro di tesi di uno studente di Bergamo, Francesco Danesi, laureato a Bologna in Antropologia culturale. «Non mi rendevo conto di quanto accaduto sino a quando non sono venuto a Macerata»
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Francesco Danesi

 

di Monia Orazi

«Dimmi di che morte dobbiamo morire e almeno fatecelo sapere, mentre nessuno parla chiaro». Una frase pronunciata da un terremotato è diventata il titolo di un saggio scientifico sul terremoto, nato dal lavoro di tesi di uno studente di Bergamo, Francesco Danesi, laureato a Bologna in Antropologia culturale. Nel 2017 grazie alla conoscenza con alcune persone di Macerata è venuto a conoscenza di quello che stavano vivendo le popolazioni colpite dal terremoto ed ha voluto fare di questo tema, le conseguenze sociali e sulle comunità di un disastro come il terremoto. Ha girato in lungo ed in largo diverse zone del cratere, raccogliendo preziose testimonianze dirette, per avere un punto di vista differente sul terremoto e mettere in luce quello che difficilmente traspare dai media e di cui al di fuori delle zone colpite vi è scarsa consapevolezza, le sensazioni e le aspettative dei terremotati, riassumibili nella frase creata nel 2017 da Leonardo Animali “la strategia dell’abbandono”, di cui tanti riferiscono nelle loro interviste, citata nel lavoro di approfondimento scientifico.

Spiega il giovane: «In questi tre anni il sisma del Centro Italia purtroppo è rimasto ai margini del discorso pubblico e politico, se non per sporadiche incursioni mediatiche e propagandistiche, e in generale il tema del rischio ambientale, con le sue implicazioni culturali, continua a essere problematico. Ho cercato di ricomporre la trama di significati e sensazioni delle persone che ho incontrato lungo il mio “viaggio nel cratere”, citando il maestro Franco Arminio, le quali mi hanno gentilmente accolto nei territori meravigliosi, ma sofferenti, dell’entroterra marchigiano e umbro. Purtroppo l’interrogativo d’apertura, “Dimmi di che morte dobbiamo morire”, caratterizza ancora oggi il senso di incertezza di numerose comunità terremotate». «Si tratta di un lavoro iniziato nel 2017 per la tesi di laurea in antropologia culturale – racconta il giovane – uno studio su cosa succede dal punto di vista umano e sociale dopo un terremoto, secondo l’antropologia dei disastri. Si cerca di dare una spiegazione agli eventi disastrosi in base a ragionamenti basati su presupposti semplici, individuando in modo chiaro colpe e responsabilità, invece dietro una calamità naturale ci sono una complessità da cui origina la vulnerabilità, che mai è stata compresa a fondo, portando ad uno stato di emergenza che ancora si prolunga. Questo è un ulteriore dramma per la popolazione, che vive uno stato di sospensione del tempo, non capisce quale sarà la soluzione e manca la partecipazione delle persone al processo decisionale».

Anche quando qualcosa si muove, spesso non si tengono in debita considerazione gli interessi dei terremotati, denuncia Francesco Danese: «Si registra una sovrapposizione di interessi nel processo di ricostruzione, che emergono in un contesto di emergenza e si sovrappongono alle esigenze reali della popolazione, alcuni fanno alzare le sopracciglia. Sono di Bergamo e non sapevo niente del terremoto, non mi rendevo conto di quanto accaduto sino a quando non sono venuto a Macerata». Conclude il giovane: «L’antropologia puó peró giocare un ruolo importante nel tenere vivo il racconto, le esperienze e il vissuto di quanti si ritrovano in condizioni di vulnerabilità; e chissà che in futuro non riesca a incidere maggiormente, in modo pragmatico, sui processi di identificazione e mitigazione del rischio ambientale, o sugli stessi percorsi di ricostruzione». La sensazione di essere abbandonati è prevalente tra i terremotati, come si mette in luce nel saggio, con il terremoto che accelera la disgregazione sociale: «Il terremoto e le conseguenze del disastro diventerebbero dunque degli acceleratori di tale processo, portando alla luce le problematiche che segnano queste zone dell’Italia da anni: la centralizzazione dei servizi lungo la costa, che permetterebbe una notevole riduzione dei costi amministrativi, la mancanza di politiche pubbliche assennate e il disinteresse per le realtà a bassa densità demografica». Nel lavoro di Danesi si mette in luce anche il ruolo dei politici locali: «In un territorio che, dal punto di vista demografico, ha scarso peso politico, i politici locali intraprendono scelte orientate unicamente in base al voto e al consenso, cercando l’appoggio delle forze politiche dominanti a livello nazionale – si legge nel saggio – venendo meno il confronto con la popolazione, i politici locali agiscono alla ricerca del gradimento momentaneo, soprattutto sul piano mediatico, legandosi alla retorica, alle direttive e alle visioni degli schieramenti politici più forti del governo nazionale; oppure, più semplicemente, optano per la cautela e l’attendismo, temendo di restare esclusi dalla già debole rete di attenzioni istituzionali. In un certo senso la politica locale finisce per amplificare le strategie di intervento e di ridefinizione del territorio prima, durante e dopo il disastro – anche a causa del rapporto di forza decisamente penalizzante per le comunità locali. Centralizzando il processo di ricostruzione, le possibilità di dialogo tra gli enti e le popolazioni locali si riducono drasticamente». Nelle interviste dei terremotati prende forma quella che Leonardo Animali ha definito nel 2017 in un articolo del suo blog “strategia dell’abbandono”, come scrive il giovane antropologo in alcuni passi del suo lavoro: «Nel post-terremoto del Centro Italia, la gestione governativa della ricostruzione ha sin da subito mostrato evidenti carenze, stimolando la nascita di una moltitudine di associazioni, comitati e movimenti locali impegnati, chi attraverso la protesta, chi attraverso il dialogo, nella rivendicazione di attenzioni e risorse. Oltre all’intervento della Protezione Civile, infatti, mirato alla messa in sicurezza della popolazione colpita, nelle fasi immediatamente successive alle scosse, sembra lecito affermare che non si è mai costituita una vera e propria rete di intermediazione tra le località colpite, le regioni e le istituzioni governative preposte alla gestione dell’emergenza, aspetto che quasi tutti i miei interlocutori hanno lamentato». Il mancato coinvolgimento della popolazione nei processi decisionali è un altro aspetto evidenziato: «L’abbandono sarebbe cioè il frutto delle particolari modalità di gestione del dispositivo di emergenza da parte dello Stato, il cui atteggiamento, come abbiamo notato, è certamente ambiguo: centralizzando il potere decisionale, dilazionando nel tempo le scelte di ricostruzione, e riallocando la popolazione colpita altrove, si creano infatti, per alcune élite tecnico-burocratiche, le condizioni favorevoli per azioni speculative in grado di ridisegnare il territorio secondo quella che Klein definisce come «economia del disastro».



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